La scena che si presenta agli spettatori è essenziale, quasi spoglia: due sedie, una delle quali con lo schienale alto, quasi papale, l’altra più ordinaria; due cassoni in legno uno a forma di parallelepipedo che ricorda un baule ,l’altro ricorda un leggio, un supporto dal quale politici e presidenti sono soliti pronunciare i loro discorsi. Sono pochi elementi, ma sufficienti a costruire uno spazio nel quale Gioele Dix può muoversi liberamente, dando vita ai suoi racconti. Tra gli oggetti che utilizza compaiono una chitarra e un libro di fotografie, strumenti che diventano parte di una narrazione capace di alternare ricordi, riflessioni e momenti di comicità.
Con Arrivato a questo punto, Gioele Dix inaugura la stagione di prosa 2026-2027 del Centro Teatrale Bresciano, portando in scena uno spettacolo che ruota attorno a un tema universale: la memoria, la sua fragilità e la progressiva perdita di quei ricordi che, nel corso della vita, hanno contribuito a costruire la nostra identità.
Dix è narratore e interprete di monologhi, capace di passare con naturalezza dalla battuta comica alla riflessione più intima. Il filo conduttore dello spettacolo è la dimenticanza, quella piccola o grande difficoltà che, arrivati a un certo punto della vita, comincia a farci perdere pezzi della nostra storia. Ma che cosa succede quando i ricordi iniziano a sfuggirci? E soprattutto, che cosa possiamo fare per conservarli, per richiamarli alla mente, per impedire che vadano definitivamente perduti?
L’attore affronta queste domande attraverso una successione di episodi, aneddoti e racconti personali, alternando momenti divertenti ad altri più intensi e carichi di significato.
Tra gli esempi più curiosi c’è la voce di Gino Bramieri, che racconta una barzelletta. Da qui nasce la riflessione ironica di Dix: come faceva Bramieri a ricordare tutte quelle barzellette? Una domanda apparentemente semplice, che apre però uno spiraglio sul funzionamento della memoria e sulla capacità di trattenere nella mente parole, situazioni e racconti, anche quando sembrano destinati a svanire.
Dix torna poi alla propria infanzia, ai ricordi del padre e a quelli della nonna, una donna capace di ricordare tutte le date, almeno fino a quando anche la sua memoria non comincia, qualche volta, a tradirla. Sono episodi familiari, raccontati con leggerezza e ironia, nei quali è facile riconoscersi. Perché la memoria non è soltanto un archivio nel quale conserviamo gli avvenimenti importanti della nostra esistenza: è fatta anche di piccoli dettagli, di particolari che riaffiorano all’improvviso e di altri che, nonostante gli sforzi, non riusciamo più a ritrovare.
Lo spettacolo procede così, passando da una barzelletta che non si riesce a finire di raccontare ai ricordi del padre, sopravvissuto all’Olocausto. Ed è proprio in questo passaggio che la narrazione acquista una profondità particolare. La memoria, da elemento comico e quotidiano, diventa qualcosa di più complesso: uno spazio nel quale si custodiscono le vicende personali, ma anche le tragedie della Storia, esperienze che non possono essere cancellate e che continuano a vivere attraverso chi le ha attraversate e chi ne raccoglie la testimonianza.
L’inizio dello spettacolo è affidato proprio a una dimenticanza. Dix comincia a raccontare una storiella, ma non riesce ad andare avanti. Ricorda l’inizio, poi gli sfuggono i passaggi successivi. A poco a poco, in modo intermittente, riaffiorano alcuni frammenti, fino a quando, finalmente, riesce a ricostruire l’intero racconto. Ma a quel punto arriva la sorpresa: si rende conto che forse sarebbe stato meglio averlo dimenticato.
È un episodio che fa sorridere, ma che contiene già il senso dell’intero spettacolo. Da quella che potremmo definire una piccola disavventura della memoria prende forma una domanda più ampia: dobbiamo davvero ricordare tutto? E se alcuni ricordi ci abbandonano, siamo sempre sicuri che si tratti di una perdita? Non è forse vero che, qualche volta, dimenticare può anche essere un modo per alleggerirsi, per lasciare nell’oblio ciò che non è necessario continuare a portare con sé?
È una riflessione che attraversa tutto il lavoro di Dix, senza mai trasformarsi in una lezione. La comicità rimane il suo strumento privilegiato, ma dietro le risate si avverte una domanda che riguarda ciascuno di noi: che cosa resterà della nostra memoria quando arriveremo a un certo punto della vita?
Gioele Dix accompagna questa riflessione anche attraverso le parole con cui descrive il rapporto tra memoria e identità. Non siamo fatti soltanto di grandi ricordi, ma anche di una sterminata quantità di piccole cose. Una voce, una musica, una parola, un rumore, un gesto: sono tracce che custodiscono la nostra storia e che, messe insieme, finiscono per raccontare chi siamo.
Da qui nasce anche una scelta precisa sul piano teatrale. In un’epoca dominata dalle immagini, Dix decide di affidare lo spettacolo soprattutto ai suoni e alla loro capacità, profondamente teatrale, non tanto di mostrare quanto di evocare. Non tutto deve essere necessariamente rappresentato davanti agli occhi dello spettatore: a volte è sufficiente una voce, una parola o un suono perché si apra uno spazio nella memoria e riaffiori un’immagine che credevamo perduta.
È una scelta che si accorda perfettamente con il tema dello spettacolo. Perché ricordare non significa soltanto vedere nuovamente ciò che è stato, ma anche ritrovare le sensazioni, le emozioni e le voci che hanno accompagnato la nostra vita.
Arrivato a questo punto è dunque uno spettacolo divertente, che fa sorridere e, nello stesso tempo, invita a riflettere. Gioele Dix affronta un tema che prima o poi riguarda tutti, senza appesantirlo e senza rinunciare all’ironia. Ci accompagna tra le dimenticanze quotidiane, i ricordi dell’infanzia, la memoria familiare e quella storica, mostrandoci quanto sia sottile il confine tra ciò che riusciamo a conservare e ciò che, inevitabilmente, perdiamo.
E, mentre ridiamo delle difficoltà di chi non riesce più a ricordare una barzelletta, finiamo per interrogarci su noi stessi. Su ciò che siamo stati, su ciò che ancora ricordiamo e su quello che, con il passare degli anni, potremmo non riuscire più a trattenere.
Perché arrivare a un certo punto della vita significa anche fare i conti con una memoria che non è più quella di un tempo. Ma significa forse anche imparare a guardare alle dimenticanze con uno spirito diverso, senza considerarle sempre e soltanto una sconfitta.
È questo il merito dello spettacolo di Gioele Dix: farci ridere delle nostre fragilità e, subito dopo, portarci a riflettere su ciò che siamo destinati a diventare. Perché la memoria conserva la nostra storia, ma anche la dimenticanza, in qualche modo, fa parte del nostro modo di essere. E se alcuni ricordi sono indispensabili per sapere chi siamo, altri, forse, possiamo anche lasciarli andare.
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