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Contrada, 12 anni fa in un esposto denunciavo il depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio

Lo ha detto Bruno Contrada deponendo a Caltanissetta al processo in corso sul depistaggio delle indagini inerenti l’uccisione di Paolo Borsellino.

Dal nostro articolo “Via D’Amelio a Palermo, la mafia uccideva Paolo Borsellino”: <<Il 19 luglio 1992, alle ore 16:58, una Fiat 126 rubata contenente circa 90 chilogrammi di esplosivo del tipo Semtex-H (miscela di PETN, tritolo e T4) telecomandati a distanza, esplose in via Mariano D’Amelio 21, sotto il palazzo dove viveva la madre di Borsellino, presso la quale il giudice quella domenica si era recato in visita … Sono passati 26 anni, quattro lungi processi con depistaggi di ogni genere, tanto che nell’ultima sentenza del ‘Borsellino quater’ i Giudici hanno scritto “E’ uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana” … “I falsi pentiti e l’agenda rossa, un solo mistero”. I giudici della corte d’assise di Caltanissetta in 1.856 pagine e dodici capitoli della motivazione, hanno fissato in maniera chiara i misteri ancora irrisolti e hanno indicato una strada per proseguire le indagini. Accertamenti che puntano al cuore dello Stato. Scrive la corte: “È lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento ad alcuni elementi“ …>>.

Dal nostro articolo “Il finto pentito di mafia che ha depistato le indagini sull’uccisione di Borsellino interloquiva con i Pm” <<È in corso a Palermo il processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio costata la vita al giudice Borsellino. Imputati di calunnia aggravata i tre funzionari di polizia che avrebbero creato a tavolino falsi pentiti, come Scarantino, costretti a raccontare una verità di comodo sull’attentato. Per l’accusa i poliziotti, Fabrizio Mattei, Mario Bo, e Michele Ribaudo , avrebbero confezionato una verità di comodo sulla fase preparatoria dell’attentato e costretto appunto Scarantino a fare nomi e cognomi di persone innocenti. Un piano costato la condanna all’ergastolo a sette innocenti scagionati, una volta scoperte le falsità, dal processo di revisione che si è celebrato e concluso a Catania il 13 luglio 2017. La svolta nell’inchiesta della Procura di Caltanissetta, che dopo anni di inchieste e grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, è riuscita ad individuare i veri artefici della fase preparatoria della strage, era arrivata a ridosso dal deposito della sentenza emessa nel corso dell’ultimo processo per l’eccidio di Via D’Amelio e le cui motivazioni sono state depositate il 30 giugno dell’anno scorso …>>.

Sul punto è bene ricordare che Gaspare Spatuzza, il cosiddetto kuller di Brancaccio, quartiere di Palermo, già circa dieci anni prima di diventare formalmente un collaboratore di giustizia, aveva raccontato all’allora Magistrato Pietro Grasso che la storia della strage di via D’Amelio descritta da Scarantino, era falsa. Infatti, il 26 giugno del 1998, sia l’allora Procuratore nazionale antimafia, Pierluigi Vigna (oggi scomparso) insieme al suo vice, che era all’epoca Grasso, andò a trovare Spatuzza nel carcere dell’Aquila. In gergo si chiamano colloqui investigativi. Gli inquirenti incontrano boss mafiosi per sondare una loro disponibilità a collaborare e acquisire informazioni utili alle indagini ma inutilizzabili durante un processo. Non si sa quanti furono gli incontri tra Vigna, Grasso e Spatuzza, ma da quel verbale nel carcere dell’Aquila si evince che altri colloqui erano stati già svolti. È già in quell’occasione, però, che il killer di Brancaccio aveva scagiona totalmente Scarantino e gli altri, affermando tra l’altro che non erano degli sconosciuti per la mafia. “Scarantino in questa cosa che cosa che c’entra?”, chiede Grasso. “Non esiste completamente“, risponde Spatuzza “E scusi, com’è che allora le cose che lui ha detto che sa?” replica del pm “Lui era a Pianosa –spiega Spatuzza– hanno ammazzato un cristiano che dovevano ammazzare, e ci ficiru diri chiddu ca nu avia adiri (gli hanno fatto dire quello che doveva dire ndr)”. Poi Spatuzza fa un nome: “Toto La Barbera“. I La Barbera coinvolti nell’inchiesta su via d’Amelio sono almeno due: il questore Arnaldo, e il poliziotto Salvatore, indagato e archiviato a Caltanissetta proprio per la gestione del falso pentito. In quell’occasione, però, né Grasso e nemmeno Vigna chiedono a Spatuzza a quale La Barbera si riferisse. Le informazioni raccolte durante quel colloquio investigativo, in pratica, avrebbero potuto neutralizzare in diretta il depistaggio sulla strage Borsellino, ma, stranamente, nessuno nel breve periodo fece nulla: non la Procura nazionale Antimafia e nemmeno quella di Caltanissetta. “Certo a leggere oggi quel verbale qualche rammarico viene. Forse se si fosse battuto più su questa strada alcune cose sarebbero venute fuori tempo fa e la verità su persone innocenti sarebbero emerse prima”, ha commentato l’ex procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari. Quel documento infatti è rimasto segreto fino al 2013, fino a quando non lo ha pubblicato “Il Fatto Quotidiano”. Infatti essendo un colloquio investigativo non aveva valore processuale, ma la Procura di Caltanissetta lo ha lo stesso inserito, evidentemente per errore, all’interno del fascicolo del Pm, cioè tra le carte accessibili agli avvocati. E infatti Flavio Sinatra, legale di Madonia e Tutino, se ne accorge e chiede l’ammissione del documento agli atti del processo. Richiesta rigettata nel 2013 e autorizzata soltanto quattro anni dopo. Quando sono ormai trascorsi vent’anni da quella volta in cui Spatuzza raccontò la verità su via d’Amelio quasi in diretta. Ma nessuno mosse un dito.

Salvo Madonia e Vittorio Tutino erano due capimafia condannati all’ergastolo nel 2017, rispettivamente nei processi a Caltanissetta “Capaci bis” “Borsellino quater” per la strage di via d’Amelio, insieme ad altri capomafia quali, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello, nonché e a dieci anni per calunnia i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Venne invece dichiarato il “non doversi procedere per pervenuta prescrizione in ordine al reato di calunnia pluriaggravata” nei confronti di Vincenzo Scarantino che si era dichiarato essere colui che aveva rubato la Fiat 126 poi imbottita di esplosivo e trasformata in bomba a comando. Al “picciotto della Guadagna” venne riconosciuta l’attenuante dell’art.114 terzo comma, cioè i giudici riconobbero che Scarantino ha effettuato la calunnia in quanto “indotto a mentire”. In questo processi, la procura di Caltanissetta, oggi diretta dal Procuratore Amedeo Bertone, aveva fatto un lavoro certosino, dapprima svelato il grande imbroglio e scagionando nove innocenti, grazie alle rivelazioni del pentito (vero) Gaspare Spatuzza che era stato lui e non Scarantino che aveva rubato la vettura Fiat 126.

Bruno Contrada era un funzionario, agente segreto e ufficiale di polizia e dirigente generale della Polizia di Stato, numero tre del Sisde, capo della Mobile di Palermo, e capo della sezione siciliana della Criminalpol. Il suo nome è associato ai presunti rapporti tra servizi segreti italiani e criminalità, culminati nella strage di via d’Amelio dove morì in un attentato il giudice Paolo Borsellino che in quel periodo indagava sui collegamenti tra mafia e Stato, e alla cosiddetta “zona grigia” tra legalità e illegalità. Arrestato il 24 dicembre 1992, Contrada, che si è dichiarato estraneo al reato, in un primo tempo assolto in appello, è stato condannato in via definitiva nel 2007 a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2011-12 venne respinta la richiesta di revisione del processo e sempre nel 2012 finì di scontare la pena. L’11 febbraio 2014 la Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha condannato lo Stato italiano poiché ha ritenuto che la ripetuta mancata concessione degli arresti domiciliari a Contrada, sino al luglio 2008, pur se gravemente malato e malgrado la palese incompatibilità del suo stato di salute col regime carcerario, fosse una violazione dell’art. 3 Cedu (divieto di trattamenti inumani o degradanti). Il 13 aprile 2015 la stessa Corte europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano stabilendo un risarcimento per danni morali da parte dello Stato italiano perché non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa dato che, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non era ancora previsto dall’ordinamento giuridico italiano (principio di nulla poena sine lege), e nella sentenza viene affermato che «il reato non era sufficientemente chiaro, né prevedibile da lui. Contrada non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso». In seguito a ciò, nel giugno 2015 è incominciata la revisione del processo di Contrada, poi respinta il 18 novembre. Gli avvocati di Contrada hanno presentato istanza di revoca della condanna, respinta dalla corte d’appello di Palermo, e infine accolta nel 2017 dalla Corte di Cassazione, che ha dichiarato “ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna”. La Corte di Cassazione ha chiuso quindi la vicenda perché il fatto non era previsto come reato all’epoca degli eventi contestati, in accoglimento della sentenza di Strasburgo. Il 14 ottobre 2017 il capo della Polizia Franco Gabrielli ha revocato il provvedimento di destituzione di Bruno Contrada, reintegrandolo come pensionato nella Polizia di Stato. La revoca della destituzione è retroattiva e parte dal gennaio 1993, data della rimozione dal servizio.

Ieri al Processo in corso a Caltanissetta sul depistaggio delle indagini relative all’uccisione di Paolo Borsellino in cui sono imputati per calunnia aggravata tre poliziotti, ha deposta Contrada. Alla sbarra tre poliziotti, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, che facevano parte del gruppo investigativo di Falcone e Borsellino. Sono tutti imputati per calunnia aggravata in concorso. Rispondendo alle domande del Pm Stefano Luciani, Bruno Contrada, che oggi ha 88 anni e cammina appoggiato su un bastone, ripercorre quei momenti con grande lucidità: “Era il 20 luglio 1992 – dice  Contrada – e Tinebra (l’allora Procuratore Capo di Caltanissetta) mi chiese di contribuire alle indagini, io feci delle obiezioni. Avevo anche spiegato che non avrei intrapreso nessuna attività sul piano informativo, perché quello era il mio compito, se non d’intesa con gli organi di polizia giudiziaria interessati, sia della polizia che dei carabinieri”. E pochi giorni dopo ci fu l’incontro, come risulta anche dall’agenda che -seppure in fotocopia-. Contrada ha portato in aula, con i vertici di polizia e carabinieri a Palermo. “Infatti ci fu l’incontro, per la Polizia, con l’allora dirigente della Squadra La Barbera e successivamente l’incontro con il maggiore Obinu dei Carabinieri”, racconta ancora Contrada. “A farmi il nome di Obinu fa il generale Antonio Subranni che conoscevo  benissimo”. “A La Barbera dissi che non avrei fatto nulla per accavallare le indagini -spiega Contrada al pm Stefano Luciani- dissi che avrei svolto un’attività che non potesse disturbare le loro  indagini, gli spiegai quello che noi come Servizi segreti potevamo  fare per contribuire, nei limiti del possibile, alle indagini sulla  strage”. “Ero l’unico in quell’ambiente che avesse conoscenza di cose e uomini di mafia, per la mia lunga permanenza di servizio a Palermo – dice ancora – ho trascorso 23 anni a Palermo nella lotta contro la mafia. Gli altri erano ‘digiuni’ di lotta alla mafia, compreso il capocentro del Sisde di Palermo”. “Il Procuratore Tinebra, che si era insediato da poco tempo a Caltanissetta, quando lo incontrai, mi prospettò le sue difficoltà. Perché lui non aveva mai svolto servizio giudiziario a Palermo e il personale di Caltanissetta non era in grado di svolgere attività investigativa su una strage del genere, che presuppone una conoscenza che non si acquisisce in 15 giorni”, ha detto ancora Bruno Contrada, parlando dell’incontro con l’allora Procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra, oggi deceduto. “Tinebra si è rivolto al capo della polizia di allora che gli disse che a Palermo ero l’unico ad avere una ampia conoscenza nella lotta alla mafia”, dice. Ma perché l’allora capo della polizia Parisi fece da tramite per un incontro così irrituale? Perché “voleva dare un contributo alle indagini sulla strage di via D’Amelio”, spiega oggi Contrada. Ma Contrada spiega  anche di non conoscere che tipo di rapporto ci fosse tra Tinebra e  Parisi. “Non so se è stato Parisi a dire a Tinebra ‘se hai bisogno di notizie rivolgiti a Contrada’, oppure se fu Tinebra a chiedere a Parisi ‘ho bisogno di un supporto a Palermo’ e Parisi gli disse di incontrare me. Questo non lo so. So solo che il genero del capo della polizia Costa mi fece sapere che Parisi disse che era opportuno che io andassi a parlare con Tinebra che mi aspettava alla Procura”. Contrada, durante la deposizione fiume, senza fermarsi un attimo, parla anche di una denuncia fatta nel 2007 per “un tentativo di  depistaggio sulle indagini sulla strage divia D’Amelio”. “Nel marzo 2007, poco prima di entrare nel carcere di Santa Maria a Capua a Vetere per espiare la pena per la condanna definitiva – racconta Bruno Contrada in aula – andai alla Procura di Caltanissetta, accompagnato dai miei legali, per presentare un esposto querela di circa 80 pagine, con un centinaio di allegati. E accusai criminali mafiosi pentiti, ufficiali dei carabinieri, funzionari di polizia, facendo nomi e cognomi. E’ tutto documentato. In quelle carte si provava in maniera inconfutabile che c’era stato un tentativo di depistaggio nelle indagini sulla strage di via D’Amelio”. E aggiunge: “Ma tutto è stato archiviato…”. Poi, prima di asciare l’aula del Tribunale di  Caltanissetta parlando con i cronisti dice: “Io avrei subito dubitato di Vincenzo Scarantino”. “Dopo mezz’ora di conversazione al massimo -dice- mi sarei convinto che Scarantino non fosse un esponente mafioso tale da avere avuto una parte nella strage di Borsellino, Ma non perché sia più bravo degli altri poliziotti, ma perché avevo più esperienza”.

L’opinione.

La Giustizia, la Magistratura, Forze dell’Ordine varie e Servizi Segreti (e non solo loro) si rivelano a volte in questa Italia dei “buchi oscuri”, imperscrutabili, incontrollabili e impenetrabili. Ma la responsabilità di tutto ciò è dei trasversali Governi e rispettive Maggioranze con altrettanti paralleli Ministri della Giustizia che da decenni si replicano incapaci, accidiosi, inconcludenti e ancora peggio insipienti di Diritto quindi inutili nel propugnare leggi incomplete, confuse, affastellate, viscerali, che regolano il generale vivere civile di tutti, cosicché da sempre si è lasciato campo libero a fior fiore di blasonati esperti senza alcun bilanciamento democratico. E siccome su questa Terra, ci dice la scienza moderna, siamo primati-umani nessuno esente, tranne i farneticare o mistificare, accade pure e anche storicamente, che, senza forzosi contrappesi, una democrazia diventa dittatura, una corporazione diviene totalitarismo, una categoria diventa dominante, una collettività diviene oppressiva, un individuo slatentizza arroganza. Sono le norme civili, chiare, serie, comprensibili, non troppo interpretabili, efficaci e severe, per chiunque nessuno indenne, che fano la differenza tra una Nazione e l’altra, tra la verità e l’opacità, tra il reale e il mistificato, tra la propaganda e la sostanza, tra la verità e il fuorviare.

Adduso Sebastiano

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