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Bruxelles attende con preoccupazione i prossimi voti in Italia, Austria e Ungheria

Muro anti-migranti tra Ungheria e Serbia voluto da Orban
Il muro anti-migranti tra Ungheria e Serbia voluto da Orban

Dopo la sconfitta di Angela Merkel, battuta dalla destra xenofoba dell’Afd nel Meclemburgo-Pomerania, il land del suo collegio elettorale, Bruxelles attende con preoccupazione i prossimi voti: il referendum anti-migranti in Ungheria e le presidenziali austriache nello stesso 2 ottobre, e il referendum italiano. La cancelliera paga la decisione, presa esattamente un anno fa, di aprire le frontiere della Germania ai profughi bloccati in Ungheria. La sua Cdu resta sotto il 20%, Alleanza per la Germania vola oltre il 21. I socialdemocratici restano primi ma perdono 15 punti.

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Sale la preoccupazione in vista del voto in Austria e del referendum in Ungheria

Le politiche migratorie e la solidità delle leadership nazionali. Negli uffici che contano di Bruxelles, l’interpretazione del voto di ieri in Meclemburgo-Pomerania è duplice. Perché l’affermazione dell’Afd, partito populista dell’estrema destra tedesca, ha un effetto su due fronti. Magari non sarà stravolgente nell’immediato, ma si tratta dell’ennesimo campanello d’allarme. Nell’autunno europeo potrebbero suonarne parecchi e l’Ue – temono a Bruxelles – rischia di trovarsi a un punto di non ritorno. Il calendario è fitto. Le prossime date-chiave sono il 2 ottobre (referendum anti-migranti in Ungheria e presidenziali in Austria) e, soprattutto, il referendum italiano. A oggi, assicurano fonti vicine al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, è quello il vero verdetto-clou per l’Europa.

Il duplice effetto  

I due capitoli toccati dall’ondata populista in Germania sono ovviamente interconnessi: da un lato la politica di apertura ai migranti, avviata un anno fa dal governo tedesco e in linea con l’Europa, subisce un’altra bocciatura. Dall’altro la leadership di Angela Merkel, che continua a essere il capo di governo più influente a Bruxelles, è giorno dopo giorno più debole. Sul dossier migranti, l’Ue non è certo intenzionata ad arretrare. Barriere e respingimenti «tout court» non sono considerati la giusta soluzione per affrontare l’ondata di arrivi. L’Europa continuerà a difendere, finché potrà, l’accordo con la Turchia, avvierà un piano di investimenti nei Paesi di origine per frenare le partenze e continuerà nell’opera di persuasione sui singoli Stati per una maggiore solidarietà. C’è da completare l’avviato processo di redistribuzione dei richiedenti asilo, che avanza sempre più a rilento (in un anno meno di 4500 sono stati effettivamente trasferiti da Italia e Grecia, su un totale di 160 mila da rilocare entro settembre 2017).

Ricette in discussione  

Non cambia la linea, dunque. Ma con simili risposte dai cittadini nelle urne, ci si interroga se queste ricette siano quelle giuste. Il 2 ottobre sarà una data chiave per la questione immigrazione. In calendario ci sono le presidenziali austriache e un’affermazione di Norbert Hofer, che si gioca la rivincita dopo aver perso al ballottaggio contro l’ex verde Van der Bellen (voto contestato e poi annullato), metterebbe Vienna nelle mani di un Presidente che vuole «fermare l’invasione» dei migranti, ridurre l’assistenza minima garantita ai profughi e che considera l’Ue «un’unione di debiti e di responsabilità per conto terzi». E poi c’è il referendum in Ungheria, dove il premier Viktor Orban sta facendo un’intensa campagna per dire «No» al progetto dell’Ue che prevede un’equa ripartizione dei richiedenti asilo tra gli Stati membri. La bocciatura delle quote da parte di Budapest sarebbe l’ennesima bocciatura all’Europa in una consultazione popolare, come è successo nell’aprile scorso in Olanda (respinto l’accordo di associazione Ue-Ucraina) e a giugno con la Brexit.

Il peso di Berlino  

C’è poi la questione delle leadership nazionali. Tra un anno ci saranno le elezioni politiche a Berlino e non è certo che Merkel si ricandidi. Un’uscita di scena, anticipata da un declino della sua popolarità, è destinata a smuovere anche gli equilibri in Europa. Magari questo sarà un bene per chi contesta lo strapotere tedesco e vorrebbe una diversa distribuzione dei pesi dei vari Stati anche in vista dell’uscita di scena della Gran Bretagna. Ultimamente, fanno notare a Bruxelles, i rapporti tra Merkel e Juncker si sono raffreddati notevolmente. Ma l’idea di una Germania con una Afd forte fa paura a tutti.

La foto di Ventotene  

«Il tramonto di Merkel è vicino, Hollande è ormai praticamente finito. L’unico leader su cui ci sentiamo di puntare per il futuro è Matteo Renzi». Una fonte vicina a Juncker riassume così il pensiero del presidente della Commissione Ue, determinato a sostenere il referendum italiano sulle riforme istituzionali. A Bruxelles temono che una vittoria del «No» possa provocare un’instabilità politica in Italia, con importanti ripercussioni a Bruxelles. Nel giro di un anno la foto di Ventotene rischierebbe di diventare un cimelio del passato.

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