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Il governo tenga presente che non c’è solo Battisti sfuggito alla giustizia italiana

Il governo tenga presente che non c'è solo Battisti sfuggito alla giustizia italiana

“Il governo fa bene ad attivarsi, in tutte le sedi, per l’estradizione di Battisti – commenta Carlo Mastelloni -, ma tenga presente che altri delinquenti politici altrettanto pericolosi sono sfuggiti alle condanne della giustizia italiana”.

La giustizia deve braccare tutti i terroristi italiani latitanti

Il ritorno alla ribalta del caso Cesare Battisti propone alcune riflessioni che rimandano agli anni del terrorismo. In primis le cause e gli effetti della «dottrina Mitterrand» che gli consentì, come a più di duecento terroristi italiani, di garantirsi in Francia una placida latitanza. Non si trattava affatto, come molti commentatori pensano, di un vezzo collegato alla Grandeur francese o del risultato di influenze gauchiste nello staff presidenziale ma di una lucida strategia: la Francia doveva mettersi al riparo dalle pulsioni estremistiche e dalla lotta armata che avevano sconvolto Italia e Germania. A tessere i fili furono i servizi di sicurezza francesi che controllavano il rispetto dei protocolli non scritti sanciti con i rifugiati. Per garantirsi l’ospitalità i latitanti erano tenuti ad evitare qualsiasi contagio estremista nel Paese. La Francia, come terra d’asilo politico, veniva quasi automaticamente esclusa dall’intervento del terrorismo.

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Battisti militava in una organizzazione armata tutto sommato marginale ed in qualche modo eccentrica rispetto all’universo italiano della lotta armata. I Pac, Proletari armati per il comunismo, erano un piccolo gruppo che aveva ripreso alcune tematiche dei Nap dei primi Anni Settanta che avevano individuato nel carcere la principale istituzione statuale dedita alla repressione e nel proletariato marginale ed extra legale il soggetto primo delle tensioni rivoluzionarie. Lo stesso Battisti, da piccolo delinquente comune, venne – lo si direbbe oggi – radicalizzato all’estremismo di sinistra durante un periodo di carcerazione. A differenza dei Nap il gruppo di Battisti operava però in una realtà, quella della fine degli Anni Settanta, completamente trasformata in quanto il mitico proletariato marginale a cui pur si riferiva era stato ormai devastato dal traffico di droga. Ne conseguì un’azione terroristica priva di parametri ideologici, che non distingueva i rappresentanti del potere dai semplici commercianti, come nei drammatici casi del macellaio Sabbadin e del milanese Torreggiani. Una stagione brevissima di lutti e attacchi dissennati guardati con scetticismo dalle stesse Br.

Dopo quasi quarant’anni il caso Battisti ripropone quella tragica stagione ma il protagonista della vicenda non ha la statura intellettuale e politica per rappresentarla. E’ divenuto infatti un simbolo più per le vicende successive che per l’effettivo ruolo svolto. Chi lo ha conosciuto me lo descrive come personaggio assai modesto, per non dire mediocre, anche nel circuito estremista. Al di là della necessità, etica prima ancora che giuridica, che Battisti sconti le condanne inflittegli a seguito di processi regolari, rilevo come la stessa attenzione mediatica non si concentri su latitanti che, come Battisti, hanno segnato tragicamente gli Anni di piombo e che molto di più pesavano a livello decisionale nella commissione dei reati. Qualche nome? Giorgio Pietrostefani, capo del servizio d’ordine di Lotta Continua e responsabile dell’omicidio Calabresi; Alessio Casimirri, importante militante della colonna romana e fra gli assassini di via Fani; Livio Baistrocchi, uno dei leader della colonna brigatista di Genova, omicida plurimo e killer fra i più spietati; Oscar Tagliaferri già militante del Superclan di Corrado Simioni e autore, da «cane sciolto» nel 1978 di una strage, per futili motivi, in un bar di Milano.

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