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Mattia Feltri
Editoriali

Riforme, l’ostilità è sull’autore non sul contenuto

RIFORME – Al battagliero Renato Brunetta (capogruppo di Forza Italia alla Camera) capita talvolta di sconfinare nella temerarietà. Ieri su Twitter ha ricordato il giudizio dato nel 2006 dal premier Matteo Renzi sulla riforma costituzionale del centrodestra: «Un No a una riforma che stravolge la Costituzione riscrivendo ben 53 articoli (…) un No per fermare il progetto che conferisce al premier poteri che nessuno Stato…». Bel colpo. Cioè, Renzi contestava a Silvio Berlusconi propositi autoritari.

Dunque, secondo una mezza dozzina di regole matematiche, se farfallone è Renzi, farfallone è anche Brunetta che quei propositi autoritari allora non li vedeva e adesso sì. È soltanto un piccolo caso, ma rafforza l’impressione che buona parte delle ostilità alle riforme costituzionali non dipenda da quello che c’è scritto ma da chi le ha scritte. Vale sempre. Chi lo sa meglio di tutti è proprio Berlusconi che in coda alla legislatura 2001-2006 fece approvare il lavoro dei cosiddetti saggi di Lorenzago (fra cui Roberto Calderoli e Francesco D’Onofrio), riuniti in baita ad ammodernare la Carta. A sinistra erano scocciati anche perché «le riforme si fanno insieme», come diceva Massimo D’Alema, sebbene il peccato originale fosse proprio del suo partito che nel 2001 aveva risistemato il celebre titolo V (autonomie locali) snobbando le opposizioni.

«Non accetteremo una farsa di Costituzione scritta fra una polenta e un fiasco di vino», diceva Gavino Angius, capogruppo dei Ds non proprio immerso nel merito della questione. Ma non è che gli altri stessero lì ad affinare il comma bis: l’ex presidente Oscar Luigi Scalfaro andò in tournée con la Costituzione in mano nel senso già espresso da D’Alema: «Ora non basta mandare a casa Berlusconi, ma dobbiamo mandare a casa la costituzione di Calderoli. Rivogliamo la Costituzione di Terracini, Calamandrei, De Gasperi, Togliatti».

Il contrasto fra il nome del leghista e quello dei padri della Patria era offerto come sintetico ed efficace giudizio a priori. Pure Romano Prodi, non così spesso incline agli effetti speciali, si regalò un 25 Aprile nostalgico del «senso del lavoro della Costituente del 1947», «stravolto» dal lavoro del centrodestra. Inutile insistere con le incriminazioni di neofascismo e ducismo indirizzate a Berlusconi, ripetutamente dichiarato inadatto all’impresa oltretutto per motivi penali e più variamente estetici.

È meglio non infilarsi nel labirinto della bicamerale di D’Alema e Berlusconi (1998); si ricorda giusto il fallimento anche perché era «figlia del ricatto», e dunque di per sé illegittima, secondo una celebre analisi del pm milanese Gherardo Colombo. Ma quell’aria lì si sente ancora. Proprio Brunetta, al pari di Antonio Di Pietro dieci anni fa, ha stabilito e replicato un parallelo fra i due presidenti del Consiglio più giovani della storia d’Italia: Renzi e Benito Mussolini. Una tesi condivisa, ma poi progressivamente annacquata, dai costituzionalisti per il no. Francesco Paolo Sisto, deputato forzista, in quanto avvocato l’ha buttata sulla cronaca nera: «Omicidio della Costituzione!».

Sono buone basi d’intesa col Movimento cinque stelle. Danilo Toninelli, portabandiera dei grillini sugli affari costituzionali, ha illustrato il rischio: «L’Italia cadrà nelle mani del partito unico, quello che fa le leggi per le banche e le lobby». L’ultimo passo, quello della differenza antropologica, l’hanno già compiuto quelli della sinistra del Pd, Miguel Gotor e Alfredo D’Attore (nel frattempo passato coi vendoliani), inorriditi all’idea di «fare le riforme con Denis Verdini». Dove la parola che conta non è riforme, è Verdini.

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