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Carenza articolo 18
Cronaca Nord - cronaca

Di leucemia si guarisce, di carenza art. 18 si “muore”

La sofferenza di un uomo di 57 anni, capo stabilmento in una fabbrica di vernici a Orbassano, alle porte del capoluogo, ammalato di leucemia ma poi guarito. “Farò ricorso”

Torino, ha la leucemia, guarisce ma nel giorno del compleanno viene licenziato

Un anno fa a Roberto è stata diagnosticata la leucemia. Ha lottato, ha sofferto, ma alla fine è riuscito a vincere la battaglia. Lo scorso settembre voleva rientrare al lavoro, ma l’azienda gli ha mandato una raccomandata con questo oggetto: ” Licenziamento per giustificato motivo oggettivo”.

Accade in una fabbrica di vernici di Orbassano, alle porte di Torino. Roberto (il nome è di fantasia), 57 anni, non era un impiegato qualunque: era il capo dello stabilimento. Era entrato in azienda 19 anni fa come responsabile di produzione, poi gli era stata affidata la gestione dell’intera fabbrica, sempre con la qualifica di quadro “A1”, la più alta tra quelle previste dal contratto dell’industria chimica. Quindi non era un dirigente, allontanabile a piacimento, bensì un dipendente a tempo indeterminato.
A novembre di un anno fa accusa i primi sintomi: un paio di attacchi di febbre. Fa gli esami del sangue e la sua vita sprofonda: ha una leucemia acuta. ” Non scorderò mai la telefonata in cui mi dissero che ero malato. Dopo tre ore ero in ospedale a iniziare la chemio ” , racconta Roberto. Seguono mesi di cure, nausee, paura di morire. “Ho avuto pensieri devastanti, catastrofici. Niente di nuovo, non sono certo il primo. Non è questo che conta nella mia storia”, aggiunge.
Ciò che conta è quanto accade nella seconda parte della sua vicenda. Le cure funzionano, le terapie si fanno meno aggressive e lui torna a stare bene, ricomincia anche a fare attività fisica. Tecnicamente potrà dirsi guarito solo tra cinque anni, però può tornare al lavoro. Avvisa la sua impresa: “Guardate che rientro”. Gli dicono di fare la visita con il medico aziendale, il 25 settembre. Il dottore non ha nulla da obiettare: “Non mi è mai stato dato il giudizio di idoneità, ma a voce mi disse che era tutto a posto” , spiega Roberto. Dall’azienda però gli dicono di attendere ancora un po’ e che gli faranno sapere.
Il 2 ottobre, giorno del suo compeanno, arriva la raccomandata con cui viene licenziato. I motivi di salute non c’entrano: “La decisione si rende necessaria a causa dell’attuale situazione economica negativa del mercato di riferimento che ha colpito la società”, si legge. Secondo l’azienda, le materie prime costano di più, la fabbrica non crea più reddito, non ci sono segnali di ripresa, quindi bisogna riorganizzare. Come? Licenziando un solo lavoratore: Roberto.
“Conosco quella fabbrica come le mie tasche, gli affari vanno benissimo. L’aumento delle materie prime è stato minimo, non può certo aver influito sulla redditività” , sottolinea l’ex capo dello stabilimento. Lui non ha dubbi: “È un licenziamento discriminatorio, legato alla mia malattia” . Ma a spingerlo a raccontare la sua storia è un senso di rabbia più ampio, che passa anche da casi come quello della mamma licenziata dall’Ikea. “Sono incazzato e stufo di vedere aziende che scrivono codici etici di 30 pagine e poi prendono a calci la dignità dei dipendenti. Mi hanno scippato il lavoro. Oggi una cosa del genere può capitare a chiunque”.
Roberto si è rivolto alla Filctem- Cgil, una mossa che forse l’azienda non si aspettava. “Questo licenziamento è doppiamente discriminatorio, perché colpisce una singola persona che per di più è malata e ancora in cura”, denuncia il sindacalista Pino Furfaro. Per lui” questa è l’ennesima prova di come il nuovo articolo 18 comporti un abbattimento netto dei diritti dei lavoratori”. Roberto ha rispedito al mittente una proposta di conciliazione avanzata dall’azienda e ora farà ricorso al tribunale del lavoro: “Chiederò il reintegro, perché rivoglio il mio lavoro. Combatterò anche questa battaglia”.

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