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Cronaca

Delitto Cucchi, il racconto del pestaggio: “Lo spinsero e poi lo colpirono mentre era a terra”

Delitto Cucchi, il racconto del pestaggio: “Lo spinsero, e poi lo colpirono mentre era a terra”

Uno schiaffo in faccia e un calcio con la punta del piede. Un altro in faccia mentre la vittima era già sdraiata a terra. E poi la botta alla testa, talmente violenta che lui ricorda ancora di averne “sentito il rumore”. Nove anni dopo, Francesco Tedesco, uno dei carabinieri imputati del processo bis sulla morte del geometra romano ha deciso di rompere il silenzio e di fornire in aula la cruenta ricostruzione del pestaggio di Stefano Cucchi. Il 20 giugno scorso il militare ha presentato una denuncia accusando i colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro di aver picchiato Cucchi. Quindi tra luglio e ottobre è stato sentito tre volte dal pm Giovanni Musarò, che oggi in aula ha raccontato dell’esistenza dei verbali del nuovo testimone.

Gli dissi basta, che cazzo fate, non vi permettete“, è quello che ha sostenuto il 9 luglio del 2018 ai magistrati Tedesco riferendosi ai colleghi Di Bernardo e D’Alessandro, accusati come lui di omicidio preterintenzionale. Il carabiniere ha raccontato quello che avvenne la notte tra il 15 e 16 ottobre del 2009 quando Cucchi venne fermato dai militari in via Lemonia, a ridosso del parco degli Acquedotti: con sè aveva 28 grammi di hashish.  I carabinieri lo presero in consegna e lo accompagnarono a casa dei genitori per perquisirgli la stanza: non trovarono altra droga e dunque lo rinchiusero in una cella di sicurezza della caserma Appio-Claudio. È in quel passaggio che Cucchi litiga con Di Bernardo e D’Alessandro: che lo pestano. “Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Allora D’Alessandro diede un forte calcio a Cucchi con la punta del piede all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: ‘Basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete”. I suoi colleghi però continuarono. “Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro, poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo, in senso contrario, che gli fece perdere l’equilibrio provocando una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di aver sentito il rumore“. Cosa fece in quel momento Tedesco?  “Spinsi Di Bernardo -aggiunge Tedesco- ma D’Alessandro colpì con un calcio in faccia Cucchi mentre questi era sdraiato a terra”.
Dopo il pestaggio, continua Tedesco, “mi avvicinai a Stefano, lo aiutai ad alzarsi e gli chiesi come stesse, lui mi rispose ‘sto bene, io sono un pugile ma si vedeva che era stordito. Dopo aver nuovamente diffidato Di Bernardo e D’Alessandro, dicendo loro di stare lontani da Cucchi, con il mio cellulare chiamai il maresciallo Mandolini e gli raccontai quello che era successo”. Poi, spiega sempre il carabiniere, “durante il viaggio di ritorno in caserma io e Cucchi eravamo seduti nuovamente dietro e mi sembrava che gli animi si fossero calmati, Cucchi non diceva una parola e in quella occasione mi resi conto che era molto provato e sotto choc: aveva indossato il cappuccio, teneva il capo abbassato e non diceva una parola. Devo dire che anche io ero turbato per quello che avevo visto, ma sono stato anche peggio quando ho denunciato e non è accaduto nulla”.

Tedesco ha anche parlato del suo rapporto con il maresciallo Roberto Mandolini (a processo per calunnia) allora comandante della stazione Appia dove fu portato Cucchi che, secondo quanto sostiene Tedesco, sapeva di ciò che era accaduto. “Quando dovevo essere sentito dal pm, il maresciallo Mandolini non mi minacciò esplicitamente ma aveva un modo di fare che non mi faceva stare sereno, dice Tedesco. “Mentre ci recavamo a piazzale Clodio – continua – io avevo capito che non potevo dire la verità e gli chiesi cosa avrei dovuto dire al pm anche perché era la prima volta che venivo sentito personalmente da un pm e lui rispose: ‘Tu gli devi dire che stava bene, gli devi dire quello che è successo, che stava bene e che non è successo niente…capisci a me, poi ci penso io, non ti preoccupare”.

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In merito all'autore

Mario Calabrese

Nato a Gragnano, diplomato al Liceo Classico "Plinio Seniore" di Castellammare di Stabia, attualmente iscritto al corso di laurea "Scienze per l'investigazione e la sicurezza" dell'Università degli Studi di Perugia

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