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Salvini chiude i porti. Natale di guerra contro i migranti e gli operatori umanitari.

Mentre le due imbarcazioni di Open Arms sono in rotta per il lontano porto di Algeciras, dove il governo spagnolo “concentra” tutti gli sbarchi dei naufraghi soccorsi nel Mediterraneo centrale, il ministro dell’interno Salvini ribadisce il suo ennesimo rifiuto sulla richiesta di un “porto sicuro di sbarco”, rilanciata dalla Sea Watch, ancora in acque internazionali, a sud di Malta e Lampedusa, dopo avere soccorso venerdì 21 dicembre 33 persone in fuga dalla Libia. Tra queste una decina di donne e di minori, tutti vittime di abusi in quelli che ormai anche le Nazioni Unite definiscono come luoghi di tortura e di detenzione disumana. Mancano notizie ufficiali, tutto rimane avvolto in un alone di riservatezza militare, che dovrebbe servire anche alla rimozione mediatica del problema, come ormai si verifica di norma da quando il 28 giugno scorso è stata istituita sulla carta una zona SAR ( ricerca e salvataggio) libica. Per fortuna le poche ONG ancora operative e rari giornalisti indipendenti continuano a fare sapere cosa succede davvero nel Mediterraneo centrale

Sergio Scandura‏ @scandura

#migranti UPDATE 13:44 #SEAWATCH IN SAR ZONE MALTA, prua a nord con 33 salvati a bordo, è uscita dal confine della SAR zone Libia. In cerca dell’Europa con un appello al governo tedesco, perché venga assicurato un Place Of Safety ai salvati in mare in fuga dall’inferno libico.

Dopo Salvini, anche altri stati europei, richiesti di accogliere almeno una parte dei naufraghi ancora in alto mare, malgrado le disponibilità offerte da numerosi enti locali, hanno respinto qualsiasi possibilità di trattativa. Ormai l’Unione Europea è dilaniata da una accesa competizione elettorale, in vista del probabile successo, alla prossima scadenza elettorale, di quelle forze che del razzismo e della xenofobia hanno fatto le loro bandiere. Il richiamo agli interessi nazionali, addirittura alla “difesa dei confini nazionali”, secondo qualcuno, non può giustificare però la violazione reiterata del diritto internazionale, soprattutto di quelle norme che sono poste a presidio della vita umana e della libertà della persona, e che dunque risultano inderogabili, se si vuole rimanere all’interno di uno stato di diritto e nel rispetto delle Costituzioni nazionali, e della stessa Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che quei valori assoluti garantiscono.

Il ministro dell’interno si vanta di avere ridotto il numero delle vittime in mare, nel quadro di un calo complessivo delle partenze dalla Libia ormai vicino all’85 per cento su base annua, ma nasconde che quest’anno oltre 1300 persone hanno comunque perso la vita sulla rotta libica, con la percentuale di vittime più alta di sempre, ormai una persona su dieci che riesce a partire dalle coste della Tripolitania perde la vita in mare. Ma si muore anche sulle rotte terrestri, nei deserti quando si fugge dalle milizie. Per non parlare delle vittime all’interno dei centri di detenzione in Libia.

Anche l’OIM (Organizzazione internazionale delle migrazioni, agenzia delle Nazioni Unite) denuncia le politiche di quegli stati che, per contrastare gli arrivi delegano alla guardia costiera “libica” il compito di intercettare in mare le persone che sono riuscite a fuggire a caro prezzo dall’inferno dei centri di detenzione, senza alcuna distinzione possibile ( anche per le Nazioni Unite) tra i cosiddetti centri governativi e quelli gestiti direttamente dalle milizie che si contendono il territorio. Milizie che spesso entrano nei cd. centri governativi e sequestrano quei migranti che appaiono nelle condizioni di potere far pagare ai parenti un prezzo più alto per il loro riscatto. Di fatto gli accordi con la Libia, e soprattutto con la Guardia costiera libica, stanno consentendo la proliferazione di veri e propri sequestri di persona.

According to the UN, the Libyan coast guard intercepted 29,000 migrants between the beginning of 2017 and the end of September 2018. From there, thousands are taken to detention centres, described by UN staff who visited as “inhumane”, where migrants remain indefinitely and arbitrarily, without due process or access to lawyers.

Per le Nazioni Unite “la Libia non può dunque essere considerata un luogo sicuro di sbarco”, ma coloro che riescono a tentare la pericolosa traversata del Mediterraneo, come ricorda il più recente rapporto diffuso a livello mondiale, “vengono sempre più spesso intercettati o soccorsi dalla Guardia costiera libica che li riconduce in Libia”,dove molti ritrovano l’inferno da dove erano appena sfuggiti, L’OIM, nelle sue raccomandazioni finali, si rivolge anche all’Unione europea ed ai suoi Stati membri, per chiedere di “riconsiderare i costi umani delle loro politiche e dei loro sforzi per arginare la migrazione verso l’Europa”, nonché di garantire “che la loro cooperazione e la loro assistenza alle autorità libiche siano basate sui diritti umani”. La replica del rappresentante della sedicente “Guardia costiera libica” appare del tutto priva di elementi di fatto e sorretta soltanto dalla garanzia di un alleanza ben retribuita con quei paesi come l’Italia, che antepongono la propaganda elettorale sul blocco dei migranti in Libia alla salvaguardia della vita umana in mare. Nessuno potrà più nascondere che fine fanno le migliaia di persone intercettate in acque internazionale dalla Guardia costiera libica e riportate a terra. Con l’appoggio silenzioso ma interessato dei principali partner europei che finanziano anche i centri di detenzione.

Salvini rilancia a Natale lo schema del ricatto che ha già ampiamente utilizzato durante tutta l’estate, soprattutto durante il caso Diciotti, affermando che l’Italia avrebbe già fatto la sua parte, accogliendo centinaia di migliaia di migranti negli ultimi anni, e che non ci saranno possibilità di sbarco nel nostro paese fino a quando gli altri paesi europei non accetteranno di assumersi le loro responsabilità e dunque di accogliere le persone che si continuano a soccorrere sulla rotta del Mediterraneo centrale. Ma l’adempimento degli obblighi internazionali di salvaguardia della vita umana in mare non può diventare merce di scambio per modificare le politiche dell’Unione Europea. Qualunque trattativa per la distribuzione, pure auspicabile, di naufraghi tra diversi paesi europei può avvenire soltanto quando le persone hanno raggiunto un porto di sbarco sicuro, perché la nave soccorritrice va considerata in base al diritto internazionale come un luogo sicuro “transitorio”, e la permanenza a bordo di persone già duramente provate non può diventare arma di ricatto tra gli stati.

La posizione di chiusura del ministro dell’interno, imposta all’intero governo, alimenta un coro di giornalisti “di servizio” ed odiatori seriali che sui social continuano a diffamare le ONG ed a far credere che gli operatori umanitari siano collusi con i trafficanti. Con quei trafficanti che invece prosperano sulla chiusura delle frontiere e sugli aiuti forniti dall’Unione Europea e dall’Italia alle milizie perché arrestino le partenze dalla Libia. Prosegue implacabile anche nei giorni di Natale la campagna di criminalizzazione della solidarietà, fino all’irrisione di chi compie un piccolo gesto di umanità, ieri le unghie colorate di Josepha, oggi i festeggiamenti natalizi a bordo delle navi soccorritrici.

Sotto la bolla mediatica che continua a circondare i soccorsi in mare sulla rotta libica, si sta verificando un rilevante impatto, delle scelte del ministero dell’interno, sugli assetti operativi della guardia costiera italiana (che dipenderebbe dal ministero delle infrastrutture) e sulle operazioni di soccorso in acque internazionali, sempre più rare, che vengono ancora espletate dalle autorità italiane, e da ultimo dalla Guardia di finanza che è rimasta a presidiare la zona contigua alle acque territoriali italiane.

Guardia Costiera Nave Dattilo

In base al decreto ministeriale del 14 luglio 2003, In G.U. n. 220 del 22 settembre 2003, emanato in attuazione della legge Bossi-Fini (n.189 del 2002), le attività di soccorso sono coordinate dal Corpo delle Capitanerie di Porto (Guardia costiera), che va inquadrato nel Ministero delle infrastrutture. Non è dunque Salvini che può disporre la chiusura dei porti, soprattutto in assenza di un qualsiasi provvedimento scritto e motivato.

SAR Italiana e Maltese SOVRAPPOSTE
SAR Italiana e Maltese SOVRAPPOSTE

La centrale operativa della Guardia costiera italiana (IMRCC) si rivolge al ministero dell’interno solo per la indicazione di un POS ( porto sicuro di sbarco). Come si dirà meglio più avanti, la zona SAR maltese e quella italiana risultano parzialmente sovrapposte, fino a “coprire” parte della “zona contigua” a sud di Lampedusa. In ogni caso però, come le autorità maltesi, anche le autorità italiane, nella propria zona contigua, fino a 24 miglia dalla costa, sono tenute ad una continua attività di sorveglianza coordinata a lungo raggio a mezzo velivoli di pattugliamento marittimo della Marina Militare e di aeromobili della Guardia di Finanza e del Corpo delle Capitanerie di Porto. Quando durante questa attività venga dichiarato un evento SAR, per una situazione di pericolo imminente (distress) accertata o riferita in una chiamata di soccorso, in base alle convenzioni internazionali, e potremmo aggiungere il nostro codice della navigazione, scatta l’obbligo immediato di intervento per la salvaguardia della vita umana in mare, con la doverosa indicazione di un porto di sbarco in modo che le operazioni di soccorso si possano concludere nel tempo più breve possibile. Porto di sbarco sicuro che non può trovarsi in Libia, come si è verificato invece lo scorso luglio, dopo il salvataggio effettuato dal rimorchiatore italiano Asso 28, nei pressi delle piattaforme petrolifere offshore dell’ ENI denominate Bouri Field.

Se una imbarcazione privata che si trova in acque internazionali soccorre migranti, persone che non possono essere riconsegnate ad autorità di un paese, come la Libia, che non ne garantisce la sicurezza, e persino la vita, sono le autorità marittime e militari che coordinano i soccorsi nelle zone confinanti alla pretesa “zona SAR libica” che devono fornire assistenza ed indicare tempestivamente un porto di sbarco sicuro. Sono le Convenzioni internazionali che indicano i requisiti per la individuazione di un porto di sbarco sicuro. Sono le Nazioni Unite, dopo la magistratura giudicante italiana che (a differenza di qualche procura) ci dicono che la Libia, nelle sue diverse articolazioni territoriali, politiche e militari, non offre porti sicuri di sbarco.

Dunque non ricorre alcun obbligo di riconsegna dei migranti soccorsi in acque internazionali alle motovedette libiche, adesso anche della Cirenaica di Haftar. E gli stati titolari delle zone SAR confinanti devono garantire con la massima tempestività un luogo di sbarco sicuro. Non sono gli stati di bandiera delle navi che hanno l’obbligo di individuare tale porto, anche se in qualche caso, a fronte di violazioni evidenti da parte di stati come l’Italia e Malta, paesi più distanti dal luogo dei soccorsi possono accettare di indicare a loro volta un luogo di sbarco sicuro, per non protrarre a tempo indeterminato la permanenza dei naufraghi in mare,come richiede anche l’OIM.

Quanto sta succedendo, con la ratifica di un diritto del ministro Salvini di non indicare un porto sicuro di sbarco, per condizionare le scelte europee in ordine all’accoglienza dei migranti, è anche conseguenza diretta della richiesta di archiviazione del procedimento penale intentato dalla procura di Agrigento contro il ministro dell’interno, dopo il caso Diciotti. Un procedimento del quale non si è fatto conoscere ancora l’esito finale, ma che ha legittimato la politica di “chiusura dei porti” ancora priva di qualsiasi base legale, al di fuori di provvedimenti scritti e motivati, basati su disposizioni di legge e non su scelte arbitrarie del ministero dell’interno. Affermare che la scelta di chiudere i porti è una “scelta politica” del ministro dell’interno, “non sindacabile dal giudice penale per la separazione dei poteri, di chiedere in sede Europea la distribuzione dei migranti in un caso in cui secondo la convenzione Sar sarebbe toccato a Malta indicare il porto sicuro”, equivale a stracciare l’art.117 della Costituzione che impone a tutti, compresi i ministri, il rispetto delle Convenzioni internazionali di diritto del mare ratificate dall’Italia (SARUNCLOS e SOLAS) . Non sono le ONG colpevoli di violenza privata nei confronti del ministro dell’interno, ma il ministro dell’interno che deve fornire una base legale alla sistematica omissione che gli va attribuita nella indicazione di un porto di sbarco sicuro. Se non ci fosse la clava di alcune procure, le scelte non scritte di “chiusura dei porti” sarebbero contrastate già a livello istituzionale da parte degli organi dello stato preposti al soccorso in mare, e le navi umanitarie potrebbero continuare a svolgere, come in passato, la loro attività di soccorso, sotto il coordinamento della Centrale operativa della guardia costiera.

Il contenzioso tra Italia e Malta sulla confinazione delle rispettive zone SAR è ormai risalente, ne sono derivate anche stragi ancora all’attenzione della magistratura, e non può diventare ulteriore ragione di ritardo nella indicazione di un porto di sbarco, o di criminalizzazione dei soccorritori. Il nuovo sovranismo italiano non può tradursi in un esonero totale dell’esecutivo dalla responsabilità giudiziaria, penale, civile, ed amministrativa, oltre che internazionale, per gli atti di chiusura dei porti che, un singolo ministro, seppure senza provvedimenti formali e motivati, pone in essere. La magistratura inquirente non può continuare a considerare inesistente la situazione di gravissimi abusi che subiscono tutti i migranti riportati in Libia sopo essere stati intercettati/soccorsi in acque internazionali. Abusi che diversi collegi giudicanti invece accertano, stabilendo pene severissime per i carcerieri/trafficanti che riescono ad arrestare solo dopo il loro arrivo in Italia, magari confusi tra i naufraghi.

La Centrale nazionale di coordinamento del soccorso marittimo della Guardia costiera di Roma (Imrcc) dunque, ricevuta la segnalazione di un’emergenza in atto al di fuori della propria area di competenza Sar, in acque internazionali, “deve avviare le prime azioni e assumere il coordinamento delle operazioni di soccorso notiziando l’autorità Sar competente”, cioè quella in grado di fornire migliore assistenza ai fini dell’assunzione del coordinamento. Nel caso in cui questa “non risponda o non sia disponibile”, l’Imrcc coordina le operazioni fino al loro termine ed individua, di concerto con il Viminale, ed in qualità di autorità coordinatrice, il luogo sicuro per l’approdo e lo sbarco dei naufraghi.

L’Imrcc, quale prima autorità che ha ricevuto la richiesta di soccorso, coordina le operazioni fino al loro termine, cioè fino allo sbarco dei naufraghi nel “luogo sicuro”. Nel caso in cui, invece, durante il coordinamento delle operazioni da parte dell’Imrcc, l’autorità Sar competente per la zona di mare interessata o altra autorità Sar in grado di fornire la migliore assistenza intervenga e dichiari di assumere la responsabilità delle operazioni di soccorso, sarà quest’ultima ad assumerne il coordinamento. Ma è notorio che in diverse occasioni di soccorso verificatesi nella vastissima SAR maltese, le autorità di La Valletta hanno respinto qualsiasi richiesta di intervento, nell’ultimo caso della Open Arms hanno persino rifiutato qualsiasi rifornimento di cibo, accettando soltanto una evacuazione medica di una madre con il bimbo appena partorito (MEDEVAC). Come hanno consentito le autorità italiane con l’evacuazione di una sola persona, un ragazzino somalo di 14 anni, già torturato in Libia, che è stato sbarcato nell’isola di Lampedusa. Per tutti gli altri migranti a bordo della Sea Watch e della Open Arms, divieto assoluto di sbarco, sia a Malta che in Italia, malgrado la temporanea assunzione delle responsabilità di coordinamento dei soccorsi. da parte delle corrispondenti autorità nazionali.

L’obbligo di prestare soccorso dettato dalla Convenzione internazionale di Amburgo (UNCLOS) non si esaurisce comunque nell’atto di salvare i naufraghi, ma comporta anche l’obbligo di sbarcarli in un luogo sicuro. Per luogo sicuro si intende un luogo in cui sia assicurata la “sicurezza” – intesa come protezione fisica – delle persone soccorse in mare. Per l’Italia, il “luogo sicuro di sbarco” viene individuato dall’autorità Sar in stretto coordinamento con il ministero degli Interni.

Le Convenzioni Solas e Sar, nonché la risoluzione Msc 167/78 del Comitato di sicurezza marittima dell’Imo (Msc 78/26, add. 2, allegato 34), stabiliscono che il soccorso finisce con l’assegnazione di un Place of safety (Pos) di sbarco da parte dell’autorità di Coordinamento (Mrcc).

In particolare, secondo il paragrafo 6.12 (Msc 78/26, add. 2, allegato 34) Il luogo sicuro, di cui all’allegato della convenzione Sar del 1979, paragrafo 1.3.2, è la posizione in cui le operazioni sono terminate. È anche un luogo dove la sicurezza della vita dei sopravvissuti non è più minacciata e dove i loro bisogni umani fondamentali possono essere soddisfatti.

(…)In base al successivo punto 6.13 una nave di assistenza non dovrebbe essere considerata un luogo sicuro, basato esclusivamente sul fatto che i sopravvissuti non sono più in pericolo immediato una volta a bordo della nave. Una nave soccorritrice non può disporre di attrezzature adeguate a sostenere persone e per sostenere altre persone a bordo senza mettere in pericolo la propria sicurezza o per curare adeguatamente i sopravvissuti.

(…)Si sottolinea infine, al paragrafo 6.17 la necessità di evitare lo sbarco in territori dove le vite e le libertà di coloro che accusano un fondato timore di persecuzione sarebbe minacciata e una considerazione nel caso di richiedenti asilo e rifugiati recuperati in mare». Ma questo obbligo discende direttamente dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra, che nessun governo può ignorare.

Come osservava Carlo Bonini su Repubblica,” Dopo la richiesta di archiviazione della procura di Catania, Il leader della Lega gongola: da domani, in nome dell’insindacabilità dell’agire politico, altre norme del codice penale potranno essere serenamente violate “. Dunque,“aveva visto lungo il ministro dell’Interno Matteo Salvini quando dispose, in agosto, che la nave Diciotti facesse rotta verso Catania con il suo carico di migranti da usare come arma di ricatto al tavolo dell’Europa. Era quello il vero “porto sicuro” dove, in nome della ragion di Stato, poter consumare insieme la violazione della legge penale e di un diritto fondamentale come la richiesta di asilo”.

Nulla di nuovo si potrebbe dire, quando si chiamano in causa responsabilità istituzionali per gravi violazioni dei diritti delle persone migranti. Ricordiamo che le più gravi condanne ricevute dall’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo, come nel caso Hirsi, per i respingimenti collettivi in Libia e nel caso Khlaifia per l’ingiusta detenzione a Lampedusa, sono arrivate dopo che le procure italiane avevano archiviato esposti presentati da associazioni ed organizzazioni non governative. Purtroppo oggi è sempre più difficile rappresentare davanti alle corti internazionali le vittime delle violazioni dei diritti fondamentali, indotte a disperdersi dopo lo sbarco in Europa da prassi criminogene che bloccano qualsiasi movimento secondario. Per non parlare della sorte dei migranti che vengono ripresi in acque internazionali dalle motovedette donate ai libici dall’Italia e riportati a terra , nei centri di detenzione che recenti rapporti delle Nazioni Unite definiscono luoghi di estorsione generalizzata, di abusi, anche sessuali, e di ogni possibile tipo di tortura. Luoghi dai quali non è certo possibile fare arrivare ricorsi alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo a Strasburgo.

Sorprende anche il silenzio dei vertici delle missioni europee Frontex ed Eunavfor Med, presenti nelle acque del Mediterraneo centrale con numerose imbarcazioni che,a differenza di quanto avveniva in passato, non operano più interventi di salvataggio, Che in assenza di imbarcazioni delle ONG vengono delegati sempre più spesso a navi commerciali, come si + verificato da ultimo nel caso della nave NIVIN, costretta a sbarcare i naufraghi nel porto di Misurata, dove le persone che si rifiutavano di scendere sono state assalite dalla polizia e poi fatte scomparire nel nulla.

Chiediamo una verifica dell’adempimento dei doveri di soccorso sanciti a carico delle autorità italiane e degli assetti militari europei dai Regolamenti Frontex n. 656 del 2014 e 1624 del 2016 ( adesso Guardia costiera europea).

Occorre fare chiarezza sulla ripartizione delle responsabilità nelle zone SAR del Mediterraneo centrale. L’IMO ( Organizzazione internazionale marittima), con sede a Londra, deve esprimere un parere chiaro senza rimettersi ai rapporti di forza, dunque alla “politica” tra gli stati. Come è successo nel caso della autoproclamazione della cd. zona SAR libica, di una Libia che non esiste come entità statale unitaria, né ha una centrale di coordinamento dei soccorsi SAR unica (JRCC).

Il Diritto alla vita è sacro, oltre a costituire un diritto riconosciuto dalle Convenzioni internazionali, e gli obblighi di soccorso in mare non possono essere affidati a “scelte politiche” di ministri perennemente in campagna elettorale che fomentano odio per giustificare le reiterate violazioni del diritto internazionale e della Costituzione. E’ questo il momento nel quale chi vuole difendere la democrazia, lo stato di diritto ed il principio di solidarietà in Europa si deve mobilitare.

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