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Berlusconi e Parisi
Politica

L’ultimo bivio per la riorganizzazione del centrodestra

Come scrive oggi Orsina nel suo articolo d’Opinione pubblicato su la Stampa, nell’area che si distende fra i ‘due Mattei’ – Renzi a sinistra, la Lega a destra -, tanto vasta in termini elettorali quanto destrutturata politicamente, stanno prendendo forma due diverse ipotesi di riorganizzazione. Leggiamo l’Analisi che ne fa.

Il centrodestra all’ultimo bivio per rinascere GIOVANNI ORSINA

Dichiarando che, se lo schieramento di centro destra sceglierà il proprio leader con le primarie, lui si candiderà, Stefano Parisi ha eliminato qualsiasi dubbio (ammesso pure che ce ne fossero ancora) sul carattere pienamente politico della sua presenza pubblica. Non si considera insomma, né vuol essere considerato, un commissario o un consulente, ma un vero e proprio leader potenziale.

Nell’area che si distende fra i «due Mattei» – Renzi a sinistra, la Lega a destra –, tanto vasta in termini elettorali quanto destrutturata politicamente, stanno così prendendo forma due diverse ipotesi di riorganizzazione. La prima, che privilegia la continuità, passa in buona sostanza per la conferma dell’attuale gruppo dirigente di Forza Italia, l’identificazione d’un leader «indigeno», e la ricostruzione dell’accordo con Salvini.

Il modello è grosso modo quello che nel 2015 ha portato Giovanni Toti alla guida della Regione Liguria. E proprio Toti, infatti, ne è uno dei più convinti sostenitori. La seconda ipotesi, più radicale, è quella appunto di Parisi: un rimescolamento completo delle carte, con l’obiettivo nell’immediato di aprire un largo tavolo di discussione con politici e soprattutto non politici, e in prospettiva di costruire un’entità nuova. La quale poi aprirà sì il dialogo con la Lega – ma da posizioni di forza, auspicabilmente, e magari parlando con Zaia e Maroni più che con Salvini.

Se analizziamo alla luce dell’ultimo ventennio il conflitto fra queste due ipotesi, non possiamo che rilevarne la piena appartenenza all’«album di famiglia» del berlusconismo. Un po’ perché sinceramente avverso al professionismo politico, un po’ perché ne ha voluto fare il capro espiatorio delle proprie debolezze, Berlusconi il suo partito non l’ha mai amato. Gli ha cambiato nome due volte. E ha giocato spesso con l’idea di farlo affiancare da una struttura nuova che gradualmente lo sostituisse – ricordate, dieci anni fa, i circoli della libertà di Michela Brambilla? Al contempo, per timore che diventasse autonomo dalla sua leadership, Berlusconi ha anche ostacolato la crescita del partito. Impedendo nei fatti che si generasse un meccanismo fisiologico – per non dire aperto e meritocratico – di rinnovamento della classe politica.

È anche a motivo di questa vicenda se la prima delle due ipotesi che ho illustrato sopra appare oggi assai debole. Il nuovismo è una malattia senile del sistema politico italiano, ma finché gli elettori non ne guariscono, l’attuale classe dirigente di Forza Italia ha alle urne chance assai modeste. Né potrebbe farsi trainare da Salvini, la cui onda lunga, almeno per il momento, sembra esaurita. Le sue prospettive sono grame, dunque, e si farebbero addirittura catastrofiche se al referendum costituzionale vincessero i sì e la legge elettorale restasse quella attuale. In quel caso lo schieramento di centro destra sarebbe con ogni probabilità escluso dal ballottaggio, e il bipolarismo si ricostruirebbe intorno a democratici e pentastellati.

L’ipotesi alternativa sostenuta da Parisi è che, riaprendo del tutto i giochi, si possa accedere a una «riserva» nazionale di vocazioni politiche inespresse: pezzi di società civile che non si riconoscono in Renzi, ma finora si son tenuti alla larga da un centro destra che non reputavano credibile. La scommessa è duplice. Innanzitutto, che quella riserva esista. I segnali non mancano di certo – ma l’entità, la qualità, la reale volontà di spendersi sono ancora tutte da vedere. In secondo luogo, che si faccia convincere. Qui varrà soprattutto l’effetto domino: l’avviarsi di un circolo virtuoso fra percezione e realtà per il quale, se quei pezzi di società civile si convinceranno che il progetto possa funzionare, si aggregheranno; e se si aggregheranno, alla fine il progetto funzionerà davvero. Per la sua credibilità personale, e per l’appoggio di un Berlusconi che non vuole più giocare in prima persona, Parisi sembra partito al momento giusto e col piede giusto. Ma questa è politica d’agosto. La sua scommessa si giocherà in autunno.

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