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Femminicidio: due nuove vittime, due giovani mamme!

Due giovani donne meridionali, Laura Petroliti e Immacolata Villani, due giovani mamme, siciliana la prima e campana la seconda, sono le ultime vittime di femminicidio in Italia.

Due donne ancora vittime di femminicidio.

Due donne uccise brutalmente pochi giorni fa, la prima dal compagno e la seconda dal marito da cui si stava separando.

Dall’inizio dell’anno sono già 18 i casi nel nostro Paese (114 nel 2017) e ad ogni nuovo delitto ci si interroga sulle motivazioni che hanno spinto l’assassino a compiere quel gesto.

Ciò che meraviglia è che tra i commenti della gente troviamo alcuni tentativi di giustificarlo.

Troppo spesso, nelle chiacchiere da bar, si attribuisce ancora alla vittima la colpa.

Che cosa ha armato la mano del partner assassino che con lucidità, con spietata freddezza ha deciso di eliminare la compagna o la ex?

Forse il poverino era stato tradito – il cosiddetto delitto d’onore, sparito dal nostro codice penale soltanto nel 1981!
O forse era esasperato e incompreso, forse in preda ad un raptus?

Le motivazioni, al di là di quelle contingenti:
  • tradimenti reali o presunti della vittima o mancanze di altro tipo (come se esse potessero giustificare un omicidio!)

sono da ricercarsi nella percezione dell’immagine che ancora troppo spesso si ha della donna nella nostra società:
quella di un essere inferiore, sul quale il maschio padrone può e deve esercitare il suo atavico potere.

Ella deve essere punita se tradisce le aspettative del partner o se non è in grado di interpretare il ruolo di moglie, amante o casalinga perfetta, oppure semplicemente se ne ferisce l’amor proprio.

Tanti maltrattamenti passano sotto silenzio, tanti fingono di non vedere. Ognuno “si fa i fatti propri” e se ogni tanto ci scappa “la morta”, pazienza!

I casi di femminicidio ormai non sconvolgono più di tanto.

Nella mentalità comune si accettano come una tragica fatalità, quasi come una catastrofe naturale che non si può prevedere e che non si riesce ad arginare.

Reale indignazione si ha solo quando il marito e padre padrone, oltre alla moglie, uccide i suoi figli.

Come nel recente caso di Cisterna di Latina, dove un carabiniere lo scorso 28 febbraio, non accettando la separazione, prima di suicidarsi ha gravemente ferito la moglie e uccise le due figlie di 8 e 13 anni.

Se notevoli passi avanti sono stati fatti nel processo di emancipazione femminile in Italia, dal punto di vista
giuridico in realtà la società continua ad essere ancora profondamente sessista.
(nota: con la riforma del diritto di famiglia del 1975, la donna ha gli stessi diritti dell’uomo)

Se una donna stuprata denuncia i suoi aggressori, da vittima diventa colpevole e, quasi messa sotto processo.
Deve, insomma, indicare come era vestita al momento dell’aggressione e rispondere a tante altre domande, poste per screditarne l’immagine.

Ed ancora.

E’ scandaloso che ancora oggi, dopo la tanto ventilata parità dei sessi, in ambito lavorativo ci sia ancora una
differenza di retribuzione.
Retribuzione inferiore per le donne del 23% a parità di titoli di studio e di mansioni.

Che dire poi:

– del fatto che tra i disoccupati la componente femminile sia superiore a quella maschile e ulteriormente salita del 4,6% soprattutto nel Sud?
– Che l’assistenza di minori, genitori anziani e invalidi ricada sempre quasi esclusivamente sulle spalle delle donne?
– Della mancanza di politiche sociali adeguate, della carenza di asili nido e centri di assistenza per anziani e disabili?

Tutto questo contribuisce a relegare la donna tra le mura domestiche, impedendone la realizzazione economica e professionale.
Primo passo questo per renderla, spesso, schiava di un marito padrone che fa il bello e il cattivo tempo.

Nella quasi totalità dei casi di femminicidio non si è trattato di un raptus, di un singolo episodio dal tragico epilogo.

Spesso accade che un femminicidio avvenga al culmine di tutta una serie di violenze domestiche, fisiche e psicologiche.
Violenze per le quali molte vittime, come nel caso di Immacolata, avevano trovato anche il coraggio di denunciare, ma poi hanno pagato questo coraggio con la vita.

I casi di femminicidio in Italia stanno gradualmente diminuendo, sono calati del 17,6% negli ultimi dieci anni, proprio perché se ne parla, perché si denunciano abusi e maltrattamenti.

Ma continuiamo a chiederci chi, e come, debba proteggere le donne dopo che abbiano denunciato i loro aguzzini.

Allo stato attuale le forze dell’ordine non sono in grado di tutelare l’incolumità delle vittime di maltrattamenti e dei loro figli, come gli ultimi tragici eventi ci mostrano.
Anche le associazioni presenti sul territorio fanno quello che possono, ma il fenomeno è molto esteso e non riescono a farsi carico di tutte le donne a rischio.
Di fatto, la legislazione può contribuire ad arginare il fenomeno, ma non a risolverlo.

Lo scorso dicembre è stato infatti approvato un disegno di legge che, oltre a tutelare gli orfani di crimini domestici, inasprisce finalmente le pene.
Pene che per mariti o compagni assassini, arrivano all’ergastolo, con la reclusione da ventiquattro a trent’anni.

Intanto le uccisioni di donne continuano e chi sa quanti nomi si dovranno ancora aggiungere a questo triste
“bollettino di guerra”.

Se:

– all’interno di molte famiglie non si avrà un radicale cambiamento di mentalità da parte degli uomini, difficile che le cose cambino.
– nelle famiglie non saranno abbattute le dinamiche interpersonali che ricalcano schemi prevaricatori e sessisti ormai inconcepibili, difficile che le cose cambino.
– non si avrà un’inversione di rotta verso una civile convivenza e il rispetto dei più elementari diritti umani, difficile che le cose cambino.

Adelaide Cesarano

vivicentro.it/OPINIONIATTUALITA’

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