Castellammare di Stabia, presentato il libro Il Tesoro di San Catello: un faro contro l’oblio dell’arte sacra

CASTELLAMMARE DI STABIA. Una sala gremita ha fatto da cornice, al Mondadori BookStore, alla presentazione del libro “Il tesoro di San Catello”, scritto a quattro mani dalla professoressa Amalia Manco e dallo storico Giuseppe Plaitano.

L’incontro ha riacceso i riflettori su un patrimonio storico, artistico e religioso dal valore inestimabile: la collezione di manufatti sacri d’argento appartenenti alla Cattedrale stabiese, il cui nucleo più antico risale al 1660. Un volume che colma finalmente un vuoto documentario imperdonabile sull’arte orafa napoletana tra il XVII e la fine del XIX secolo.

A condurre  la  serata il noto giornalista Pierluigi Fiorenza, il quale, con domande puntuali e incalzanti rivolte agli autori, è riuscito a focalizzare al meglio l’attenzione del pubblico sui passaggi chiave dell’opera.

Nel libro “Il Tesoro di San Catello” c’è un grande lavoro di catalogazione scientifica

Il libro affonda le sue radici lontano nel tempo, precisamente nel 1972, anno della tesi di laurea della professoressa Manco.

“Quando mi fu affidata questa tesi ne fui contenta, pur consapevole delle difficoltà cui sarei andata incontro”, ha ricordato con emozione l’autrice durante la serata. “Erano oggetti impolverati su cui non c’era nessuno studio precedente, collocati  nelle casse insieme a documenti e paramenti sacri”, di cui feci molte foto e ricerche in archivio.”

Oggi, a oltre mezzo secolo di distanza, quel grande lavoro di catalogazione scientifica ha trovato una nuova veste divulgativa grazie all’incontro con Giuseppe Plaitano. Il testo, arricchito da foto e dettagliate schede di censimento, strappa all’invisibilità croci, pissidi, calici, candelabri, ostensori, incensieri e baculi pastorali offerti nei secoli al Santo Patrono.

Opere d’arte straordinarie che in passato hanno subito ripetuti saccheggi, in particolare da parte delle soldataglie francesi, e che successivamente sono state relegate a una sorta di “buco di memoria collettiva”, ha sottolineato Pierluigi Fiorenza.

Il mistero degli argenti e l’appello alle istituzioni

Ma dove si trovano oggi questi capolavori? È l’interrogativo emerso dal dibattito. La paura dei furti e dello smarrimento ha finito per rendere questi oggetti invisibili, nascosti agli occhi della città.

“Oggi non sappiamo cosa sia rimasto”, ha evidenziato Plaitano:“Speriamo che gli oggetti fotografati siano custoditi in qualche cassetta di sicurezza. Lo scopo del libro è proprio questo: ‘gettare un sasso in piccionaia’, sperando di richiamare l’attenzione”.

Il patrimonio della Cattedrale ha vissuto stagioni di grande splendore ha puntualizzato Pierluigi Fiorenza: “Nella prima metà dell’800 la Cattedrale vide aumentare il numero dei suoi oggetti, grazie alla donazione fatta alla Chiesa da parte di Monsignor Angelo Maria       Scanzano”.

Dettaglio confermato da Plaitano: “Si trattava di un servizio del giovedì santo, tutti materiali d’argento, delle anfore e tre pissidi. Sono sicuro che ci sono altri oggetti, che non è stato mostrato tutto”.

Il discorso si è poi allargato a una problematica più ampia e tristemente nota sul territorio: la necessità di valorizzare i luoghi e i palazzi di interesse storico della città, ad esempio attraverso l’installazione di apposite targhe informative. Una richiesta che, nonostante i continui solleciti da parte degli studiosi stabiesi (tra cui lo stesso Plaitano), si scontra ancora con lo scarso intervento e l’inerzia delle autorità competenti.

Il giallo del Santo: dov’è sepolto San Catello?

Dalle ricchezze materiali il discorso si è spostato sulla figura mistica del Patrono, aprendo un focus sulla storia e sul mistero del mancato ritrovamento del corpo di San Catello. Fiorenza ha tracciato le ipotesi geografiche: i resti potrebbero trovarsi nella Grotta di San Biagio o nell’area christianorum, la necropoli paleocristiana situata sotto e nei pressi della Concattedrale di Santa Maria Assunta e San Catello a Castellammare.

Plaitano ha illustrato le sue lunghe e meticolose ricerche d’archivio condotte non solo a Castellammare, ma anche a Itri e Gaeta. Indagini che non hanno dato l’esito sperato. Il Santo è con ogni probabilità sepolto proprio nella Grotta di San Biagio, ha affermato il noto storico. Il sito archeologico rappresenta tuttavia un’altra nota dolente per il territorio: è chiuso al pubblico da molti anni, negando a cittadini e studiosi l’accesso a un pezzo fondamentale di identità stabiese.

A rendere ancora più amara la prolungata chiusura della Grotta di San Biagio è lo straordinario valore storico-artistico del sito. Durante il dibattito, infatti, sia Fiorenza che Plaitano hanno voluto ricordare con forza l’importanza cruciale degli affreschi  paleocristiani custoditi all’interno della cavità: un ciclo pittorico unico nel suo genere, che rappresenta una delle testimonianze più antiche e preziose della prima cristianità nell’area vesuviana e capuana.

Lasciare un simile scrigno d’arte e fede sbarrato al pubblico e sottratto alla ricerca — hanno rimarcato i relatori — non è solo un danno per gli studiosi, ma una vera e   propria ferita inferta all’offerta culturale dell’intera città.

I tesori visibili della Concattedrale

Se gran parte del tesoro d’oro e d’argento di San Catello giace ancora protetto dall’invisibilità, la Concattedrale custodisce fortunatamente un altro immenso patrimonio storico-artistico, come ha giustamente sottolineato Pierluigi Fiorenza, che oggi è possibile ammirare in modo permanente: il celebre Presepe stabile Stabiano.

Questo capolavoro della scultura sacra deve le sue origini a Monsignor Francesco  Saverio Petagna (Vescovo  di  Castellammare dal 1850 al 1878), un appassionato   collezionista di pastori artistici del Settecento, che già prima di diventare vescovo ne possedeva alcuni.

Si narra che in passato la collezione originaria avesse raggiunto lo straordinario numero di circa cinquecento pezzi. Purtroppo, nel corso degli anni e a causa di alterne vicende storiche, molti pastori sono andati perduti; quelli rimasti o faticosamente recuperati sono oggi circa ottanta elementi (per l’esattezza 65 pastori, 3 puttini e 12 animali), un unicum nel loro genere.

Molti di questi risalgono inequivocabilmente al pieno Settecento e si rifanno alla migliore tradizione della scuola presepiale napoletana dell’epoca. Caratterizzate da imponenti figure a grandezza quasi naturale — con teste in legno finemente scolpite, occhi in vetro e abiti in stoffe pregiate — queste sculture superstiti sono scampate a guerre, saccheggi e lunghi periodi di oblio.

Grazie al restauro voluto dalla Diocesi, con l’ausilio dell’associazione “Fede e Arte” che si occupa di custodire, tutelare e valorizzare i Beni culturali Ecclesiastici del territorio, il Presepe Stabile Stabiano rappresenta un esempio concreto di   recupero della memoria, dimostrando che la valorizzazione del patrimonio stabiese è possibile.

Un plauso per la difesa della memoria collettiva

L’incredibile affluenza di pubblico al Mondadori BookStore per la presentazione del libro “Il tesoro di San Catello”  di Amalia Manco e Giuseppe Plaitano dimostra quanto Castellammare sia legata visceralmente al suo Santo Patrono, figura che va ben oltre la devozione religiosa per farsi collante sociale della comunità.

Incontri come questo confermano che il passato non è un elemento statico da dimenticare, ma un patrimonio vivo che va difeso, valorizzato e raccontato. Solo riappropriandosi della propria memoria storica e pretendendo la tutela dei propri tesori, la città potrà guardare al futuro con maggiore consapevolezza e orgoglio. 

Agli autori va un sincero ed enorme plauso: con questo testo non solo hanno restituito dignità scientifica a una collezione dimenticata, ma hanno consegnato alla città uno strumento prezioso per riappropriarsi della propria memoria storica e pretendere, finalmente, la tutela che i propri tesori meritano.

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