Opinioni

Rosaria e Pasquale, il segreto del matrimonio

 Un racconto di Gramellini: le voci di una coppia di Procida (Rosaria e Pasquale) che fanno il bilancio di una lunga vita attraversata insieme

Rosaria e PasqualeDelle favole, fin da bambino, mi ha sempre ossessionato l’ultima riga. «E vissero felici e contenti». Il classico brodino rassicurante cucinato dai grandi per farti addormentare tranquillo.

«Ma al principe e alla principessa non succede più niente?», chiedevo deluso a mia madre. E lei rispondeva: «Succede la vita».

Io alla vita ho sempre preferito le favole e sono sbarcato sull’isola di Procida con l’idea di incontrare una coppia a lunga conservazione che mi rivelasse il segreto dell’ultima riga. Certi segreti si conservano meglio su un’isola.

Alla vigilia delle nozze d’oro, Rosaria e Pasquale hanno accettato di raccontare, l’uno di nascosto dall’altra, il loro matrimonio infinito.

Doveva essere facile giurarsi amore eterno nei secoli passati, quando tra epidemie e guerre la vita durava in media trent’anni. Adesso quel giuramento andrebbe riscritto così: sei disposto a giacere nello stesso letto e a dividere i pasti e gli spazi con la stessa persona per almeno mezzo secolo?

Rosaria e Pasquale ci sono riusciti. Resta da scoprire come. 

Rosaria  

«L’ho conosciuto che avevo quattordici anni. Il primo ragazzo che mi ha guardato e che ho guardato in un certo modo. Abitavamo alla Chiaiolella, a meno di un chilometro di distanza. Lui aveva diciott’anni e di notte saliva su una zaccalea per andare a pescare. Grosso, muscoloso, abbronzato. Ogni volta che lo vedevo mi veniva da rimettere. Per l’emozione. Poi abbiamo cominciato a vederci di nascosto in una casetta. Solo baci e parole. Tante parole. Più parole che baci.

«I suoi non ne volevano sapere di me, perché io ero figlia di genitori separati, e allora era una cosa vergognosa. Hanno fatto di tutto per convincerlo a lasciarmi. Pure qualche buon partito gli hanno presentato. Ma lui voleva me e basta. Così dopo otto anni ci siamo sposati nella chiesa di San Giuseppe.

«Lui lavorava già a Napoli sui rimorchiatori. Era sempre in mare come Ulisse. E io sempre chiusa in casa come Penelope, perché per una donna che veniva da un’isola a Napoli metteva paura.

«Certe volte mi stava via due o tre mesi, anche sei. La vita senza di lui era più ordinata, ma più triste. Mi mancava l’abitudine di averlo lì. Quando tornava era sempre un momento bello. Mi portava fiori, scarpette.

«Una mattina tornò a terra senza dirmelo. Venne a casa e io non avevo ancora rifatto il letto. Lui entrò in camera e guardò le lenzuola perfette, appena un po’ arricciate dalla parte mia. Rimase sconvolto: non credeva che pure nel sonno si potesse vivere con tanta delicatezza, senza distruggere ogni cosa.

«Quanta pazienza. Allora le mogli dovevano sopportare. Era lui che portava i soldi in casa, ma ero io a governarli, per fortuna. È sempre stato sciupone. Una volta, appena sceso dalla barca, vide una giacca in vetrina e volle comprarla di testa sua, senza neanche provarla. Mi arrivò a casa con questa roba enorme che svolazzava da tutte le parti. Più che una giacca pareva nu cappotto.

«Che poi lui una giacca non sa neanche appenderla. Sono cinquant’anni che glielo insegno, ma non si impara mai. Non lo fa per cattiveria. È proprio negato. Un disastro d’uomo. Abbiamo passato la vita a litigare. Il battibecco comincia sempre con me che lo sgrido per qualcosa che fa male o che dovrebbe fare e non fa.

«È pigro, pasticcione, disordinato. E la pensiamo al contrario su tutto. A me piacciono le canzoni, a lui le partite. Pure in chiesa, io mi siedo in prima fila e lui in ultima. Non andiamo d’accordo su niente, tranne che sul fatto che non andiamo d’accordo.

«E poi c’è Michele, il nostro unico figlio. L’ho cresciuto io, ma è stato il padre a farlo laureare. Non voleva che facesse la fatica sua. Adesso insegna scienze a Napoli ed è contento, anche se un po’ gli manca l’andare per mare.

«La pazienza. Il segreto è la pazienza.

«A Procida c’è un proverbio: primo anno core a core, secondo anno culo a culo, terzo anno vaffanculo. Finito l’incantesimo, arriva il sacrificio. Ma ogni volta che mi veniva la tentazione di lasciarlo, pensavo: questo è un disastro d’uomo, ma un altro rischia di essere pure peggio. Avevo una famiglia separata alle spalle. Tenere unita la mia è stato lo scopo della mia vita. Se tornassi indietro, lo risposerei. Ero veramente innamorata, dopo tutto.

«Certo, se ci ripenso… Col fatto che si svegliava all’alba bisognava dargli da mangiare a mezzogiorno in punto. E se la pasta era in ritardo di cinque minuti cominciava a strillare. Sono io il padrone di casa, diceva. Lo dice ancora adesso e glielo lascio credere. Lui è il padrone, ma chi comanda sono io».

Pasquale

«Lei andava a scuola di cucito, vicino casa mia. Quant’era bella. Non una delle più belle, ma quasi. Dall’orto di casa vedevo la sua, più in basso, con le pareti gialline. Tutti i giorni, a mezzogiorno, ci affacciavamo e ci salutavamo da lontano. Scorgevo solo la sua sagoma, ma mi bastava.

«Bella, brava, sincera, coi capelli sciolti e un seno disegnato bene. La sera andava in chiesa e finita la messa ci mettevamo a parlare. Che gli dicevo? Sei la vita mia, non penso che a te. Frasi da innamorati, ma erano vere. Di toccarsi non se ne parlava proprio. Con il passare degli anni, qualche bacetto.

«Un giorno stavamo ad abbracciarci sulla spiaggia di Ciraccio, in un canneto che adesso è stato mangiato dalla strada. Arrivò il vento da Ovest e alzò le onde fino a quattro metri. Tre bambini di una colonia di Napoli cominciarono a chiedere aiuto. Io mi butto e li trascino dove si tocca, uno alla volta. Ma dopo averli messi in salvo, sono svenuto. Mi hanno salvato dei pescatori. Non so se lo rifarei. Ma allora lo feci anche per lei. Ci tenevo a essere il suo eroe.

«I miei non volevano saperne di questo fidanzamento perché i genitori di Rosaria si erano separati. Questa cosa del divorzio è stata sempre un’ossessione in casa mia. Quando il giorno del referendum dissi che ero favorevole alla legge, mio figlio di sette anni mi si aggrappò alle ginocchia: “Papà, non lasciare la mamma!” E io a spiegargli che andavo a votare per il divorzio degli altri, mica per il mio.

«Il padre di Rosaria veniva da Santa Maria di Leuca. Con rispetto parlando, allora da quelle parti non avevano nemmeno il vaso da notte. Lui e la moglie si erano conosciuti a Procida durante la guerra. Quando mia suocera andò a vivere là, si trovò subito male. La facevano lavorare da mattina a sera nei campi, pure incinta, come una schiava. Appena nacque Rosaria, la portò qui. Lui veniva per vedere la bambina e montava delle scenate che ogni volta bisognava chiamare i carabinieri.

«Tutta l’isola parlava di questo scandalo e i miei si opponevano al matrimonio. Allora mi misi a cercare un lavoro in continente. Scrissi pure a Mattei, quello dell’Eni. Mi rispose offrendomi un posto, che io rifiutai perché nel frattempo avevo ricevuto una chiamata dai rimorchiatori di Napoli, dove tenevo uno zio capitano. Divenni motorista a 150.000 lire al mese.

«Tornato sull’isola col primo stipendio, misi in mano a mia madre tutti quei soldi. Finalmente potevo decidere il futuro di testa mia e sposarmi la figlia del divorzio. Al matrimonio si presentò pure suo padre, senza carabinieri. Fu lui a portarla all’altare. Poi salimmo sulla mia 850 nuova e partimmo per il viaggio di nozze. Ma la prima notte la passammo a Napoli, a casa mia. Casa nostra.

«Da allora sono passati cinquant’anni e non è cambiato granché. Lei è bellissima ancora adesso. E ancora adesso, se mi porta a tavola il pesce senza sale, io mi metto a strillà. Però finisce lì. Non ho mai avuto la tentazione di mollare. Sì, le ho detto tante volte “Mo’ hai proprio rotto”, però un minuto dopo mi passava. Cambiare nella vita è bello, ma mia moglie io non la cambierei.

«La prima regola di un amore lungo è che deve essere un amore grande. Oggi la gente si separa più di quanto vorrebbe perché si sposa più di quanto dovrebbe. Se non senti un brivido quando la pensi, non ti sposare. Se non ti piace farci l’amore, non ti sposare. Vai a farti un viaggio in mare, piuttosto.

«La seconda condizione è la pazienza, la terza la religiosità. Il Vangelo fa, anche nella vita pratica. Almeno per noi. Ma la regola più importante è la sincerità. Non ho mai detto una bugia a mia moglie. Piuttosto ci facimmo una bisticciata. Se taci, accumuli serpenti nel cuore, uno addosso all’altro. L’ho mai tradita? Può succedere che vedi una femmina che ti piace, ma se ne parli subito, passa. Quanto a lei, non mi ha mai fatto le corna. Al cento per cento. Sono cose che si sentono. Tornavo dai miei viaggi infiniti – sono stato via anche un anno per trasportare legna – e a casa trovavo sempre una moglie che mi aspettava e mi desiderava. Una volta sono entrato che lei si era appena alzata. Bisognava vedere l’ordine di quel letto. Pareva ci avesse dormito un morto. Dove dormo io, invece, sembra sempre che ci sia passato un cavallo.

«Lei è precisa. E rompe, rompe. Nu martello. Ma perché le donne non si stancano mai di dirci come vanno fatte le cose? A me passerebbe la voglia dopo due minuti. E poi sono strane. Io posso cambiare la macchina e non mi dice niente, ma se mi azzardo a prendere un chilo di pesce succede il finimondo… Chi comanda in casa? Diciamo che a grandi linee gestisco io. Nel senso che lei comanda e io eseguo. Lei la mente, io il braccio. A una certa ora metto il cappello del tassista e la accompagno a fare la spesa. Ma io resto fuori, perché manco nubiscotto mi fa comprare. Dice che i dolci mi fanno male. Ma io pecco di gola solo quando lei me lo vieta.

«È giusto che due persone si lascino se l’amore non c’è più, magari perché non c’è mai stato fin dall’inizio. O se, come i miei suoceri, si scoprono incompatibili. In tutti gli altri casi è inutile separarsi, tanto con quella che viene dopo sarà uguale.

«Quando litighiamo più del solito, e succede ancora spesso, mi sdraio sulla mia poltrona preferita, chiudo gli occhi e ripenso alle parole che un mio amico prete pronunciò dal pulpito il giorno delle nostre nozze.

«Rosaria e Pasquale, ricordatevi che il matrimonio è come una nave che da Napoli va in America. All’inizio il mare è buono, poi arrivati a Gibilterra cominciano le onde e il capitano deve essere bravo a tenere la rotta. Ma è nella tempesta che si vedrà la sua abilità. Finché poi il vento scende, il mare torna calmo e si arriva finalmente in porto».

«Ora che il porto si avvicina, sono contento di esserci arrivato con lei. Qui, sulla nostra isola. In fondo un’isola lo siamo stati anche noi».

vivicentro.it/opinione  –  lastampa/Rosaria e Pasquale, il segreto del matrimonio MASSIMO GRAMELLINI

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