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Sconcerti
SSC Napoli - rassegna stampa

Sconcerti: “Juve punto di riferimento del calcio stabile, che lavoro degli Agnelli”

“Non c’è da meravigliarsi dei successi bianconeri”

Mario Sconcerti, giornlista RAI, all’interno del suo editoriale per Il Mattino ha parlato dello scudetto andato alla Juventus sottolineando il lavoro fatto dalla famiglia Agnelli per costruire una squadra capace di essere competitiva sia in Italia che in Europa.

Ecco le sue parole:
“La differenza della Juve con le altre del passato è che adesso la squadra è una guida reale del movimento europeo. Che vuol dire lavorare per tutti, costruire qualità, forse non la migliore, ma avere una scuola che pochi hanno, conoscere il linguaggio dell’eccellenza. La Juve è uno dei cinque-sei riferimenti stabili del calcio. Non importa solo quanto hai vinto, ma quanto hai corso gomito a gomito. Conte ha aperto questa strada con il suo fanatismo. Tre scudetti dopo era esausto, si presentò davanti ad Andrea come uno straccio prosciugato. Allegri ha avuto un’altra anima. Conte era un mediano marcatore, partiva dalla geometria e dalla differenza muscolare che la determina. Allegri resta un numero dieci, ha un talento inconscio che non controlla, ma alla fine lo guida. La stagione scorsa s’inventò un’eresia, una Juve basata sull’equilibrio di Mandzukic esterno, due centrocampisti di ruolo, quattro nei ruoli di attaccanti. Non poteva durare, ma è stato abbastanza per vincere il campionato e andare in finale di Champions. Quest’anno ha trovato Matuidi, il Sancho Panza dei tanti Don Chisciotte anonimi del calcio. Allegri ne ha fatto un pilastro, perfino eccessivo, ma un pretesto per tornare indietro dall’idea Mandzukic e scappare verso nuove alternative. La magia è stata la mescolanza di tanti piccoli campioni. Nessuno conosce la formazione della Juve, è cambiata mille volte. Perfino Douglas Costa, la più evidente forma di nuova Juventus, è stato oltre venti volte fuori o subentrato. Contro un avversario che non cambiava niente, Allegri ha scelto l’idea di usare la propria larghezza. Nessuna delle due immagini di calcio è quella giusta, in questo sono d’accordo con Allegri, non esiste un a priori del buon gioco. Esiste un risultato. Allegri lo ha cercato stavolta cambiando continuamente, sfidando ogni partita i migliori dei suoi al sacrificio, come se gestire gli uomini fosse un litigio eternamente sfiorato, una supremazia quasi fisica da ribadire ogni partita. C’è però nella Juve di Allegri, soprattutto il merito di chi Allegri lo ha scelto. Non è un caso questa fedeltà al primato che arriva dalla proprietà più vecchia, una famiglia padrona e «artigiana» nell’epoca ormai avanzata della globalizzazione. Un presidente quotidiano contro padroni intercontinentali che non sanno bene di cosa parlano quando accennano a tornante. Gli Agnelli staccarono il calcio cento anni fa dal bello della provincia, ne fecero un piccolo culto multinazionale. Lo riprendono adesso ridefinendolo come fattore privato, personale e aziendale, cioè il massimo della modernità. Non è dunque il caso di meravigliarsi della Juve, ma del perché non sia riuscito nessuno a costruirne un’altra”.

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