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Iniziativa CPS teatro
da sinistra L. Nasuto. V.Mesca. M.Giardiello e A. Dema
Sud - terza pagina

Due volontari del Teatro Popolare “Je sò pazzo”, invitati dalla CPS

All’interno della rassegna “Stabia Teatro Festival”, la CPS propone una serata titolata “In Città c’è il Mondo – L’esperienza collettiva di teatro popolare”

Due volontari del Teatro Popolare “Je sò pazzo”, invitati dalla CPS

Castellammare di Stabia – Nell’ambito della rassegna “Stabia Teatro Festival”, la CPS (Comunità Promozione e Sviluppo) ha proposto una iniziativa, che si è tenuta nella Casa della Cultura –Salone Viviani, titolata “In Città c’è il Mondo – L’esperienza collettiva di teatro popolare”.

Tante sono le iniziative interessanti e qualificate che vengono offerte a una complessiva rassegnata comunità, questa che proveremo a raccontare, conteneva, a nostro avviso, elementi inaspettati che, pensiamo, hanno sorpreso gli intervenuti.

Interesse, meraviglia, condivisione, ammirazione, curiosità, l’essere contenti di aver partecipato, un insieme di stati d’animo e sentimenti per un’iniziativa che nella sua parte finale si è proposta di dargli comunque un seguito.

A introdurre la serata la vice presidente della CPS Amalia Dema che ha illustrato le motivazioni e le affinità del sodalizio con l’organizzazione rappresentata dagli ospiti che sono stati invitati, due volontari facenti parte del Gruppo Teatro Popolare nato all’interno dell’ex OPG – ribattezzato “Je sò pazzo”.

Sono stati Valentina Mesca e Matteo Giardello, attivisti volontari a illustrare la nascita della struttura, le attività che si svolgono all’interno e il loro modo di fare teatro popolare.
OPG ex Ospedale psichiatrico, fino al 2007 luogo di tortura e reclusione, definito buco nero della città, viene abbandonato nel 2015. Giovani, anziani, studenti, lavoratori e disoccupati decidono di creare un Centro sociale e culturale, “spazi di condivisione, socialità e libertà e ci organizziamo quotidianamente per combattere e vincere le nostre battaglie contro lo sfruttamento, il fascismo, la disuguaglianza, la mercificazione dell’arte e della cultura, contro la povertà e l’oppressione”.

Novemila metri quadrati, abbandonati per anni che sono stati risistemati, solo attraverso il volontariato e che attualmente ha al suo interno oltre cinquanta realtà sociali.

Un insieme di attività per soddisfare bisogni essenziali che trovano soluzione in un concetto fondamentale che costituisce l’asse portante di questa meravigliosa esperienza messa in piedi a Napoli, ovvero “Bisogni che vengono soddisfatti in senso più ampio e generale; per lottare insieme, non per costruire “un’isola felice” in mezzo allo sfacelo, ma per rivoluzionare il modello di cose attuali – improntato sullo sfruttamento, la competizione, il profitto”.

Partendo da fatto che tutte le attività sono gratuite, nell’ex OPG sono stai costituiti uno Sportello legale e Camera popolare del Lavoro; percorsi concernenti l’emergenza migranti; possibili risposte per l’infanzia e dunque spazi per i bambini per laboratori artistici e teatrali, per giocare e per studiare.

Aiuto per la salute con la presenza di medici generici e specialisti e l’organizzazione di giornate per la prevenzione; lotta alla povertà, all’interno di una rete cui l’OPG fa parte, con la distribuzione di pasti, ma anche battaglie per contrastare la stessa povertà e per far prevalere gli essenziali diritti.

Lotte politiche e fra quelle ricordate dai due volontari, riportiamo uno dei risultati conseguiti che da una battaglia di pochi che è diventata una battaglia di molti. La residenza virtuale che da dignità e possibilità d’integrazione vera.

Una descrizione sicuramente sommaria di quello che questo spazio contiene e offre, con articolazioni a 360 gradi, impossibili da riportare in questo ambito ma che sicuramente andrebbero scoperti programmando, per esempio, una collettiva visita per offrire nel contempo un contributo e non solo in termini economici.

All’interno di tutto questo, il Teatro Popolare.

Una magnifica disquisizione sul suo concetto e sulle sue finalità sollecitata anche da alcune domande che ha posto Luca Nasuto, Direttore Artistico dello “Stabia Teatro Festival”.
Il teatro popolare è un teatro politico è stato da subito affermato, un teatro che si schiera, un teatro che si pone l’obiettivo di far riflettere e che dunque si basa soprattutto sui contenuti.

Un teatro che non si pone l’obiettivo di formare il cittadino e dunque da lui non ci si aspetta nulla, ma di svegliare la coscienza. Si basa sullo stare insieme provocando partecipazione e impegno da parte dello spettatore all’interno della ricerca di collettività.

Un teatro politico, è stato ancora affermato dai due ospiti, e dunque di disapprovazione all’attuale situazione artistica italiana legata soprattutto al concetto di industria dello spettacolo che, a loro modo di vedere, fa diventare tutto più sterile e privo di contenuti e lontano da obiettivi culturali.

Si organizzano anche laboratori attraverso corsi, dibattiti, workshop con professionisti del settore, aperti a tutti in forma gratuita, senza distinzione di età, professione, livello culturale, preparazione soggettiva e credo religioso, con lo scopo di stare insieme nel tentativo “di sfatare quel mito secondo il quale lo stesso debba essere appannaggio di pochi”.

Laboratori che non vogliono insegnare a fare teatro ma a mettere tutti insieme per qualcosa da raccontare e dunque una produzione collettiva per la costruzione del testo teatrale.

Un aspetto sicuramente terapeutico, hanno sottolineato Valentina e Matteo, per stare bene insieme rispetto alle negatività che la società offre, un modo per far cadere e liberarsi da inibizioni, luoghi comuni vincoli di ogni tipo.

Tanto ancora ci sarebbe da raccontare di questa esperienza il cui modello si sta diffondendo in altre realtà italiane, noi in conclusione vogliamo rimarcare, oltre i tanti condivisibili concetti che tengono insieme questi straordinari e ammirevoli “pazzi”, che altro nome non potevano dare alla struttura “Je sò pazzo”, la grande capacità, volontà e convinzione di fare rete con precisi e definiti principi.

Da prendere sicuramente ad esempio.
Giovanni Mura

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