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Giuseppe Bonito e l'ultima sua opera, la cappella Palatine nella Reggia di Caserta
Autoritratto di Giuseppe Bonito e l'ultima sua opera, la cappella Palatine nella Reggia di Caserta
Cultura Sud - terza pagina

A 230 anni dalla morte, ricordiamo l’insigne pittore stabiese Giuseppe Bonito

La vivacità del popolo espressa da Giuseppe Bonito attraverso un messaggio di sapienti contrasti di luci e ombre e, a 230 anni dalla morte, lo ricordiamo alla Città e al Sindaco auspicando una retrospettiva delle sue opere

A distanza di 230 anni dalla sua morte, vogliamo ricordare Giuseppe Bonito, insigne pittore, che ha dato lustro alla sua città natale e al mondo dell’arte internazionale. Quando abbiamo parlato di lui, più volte, non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di chiedere alle “cosiddette autorità” di valutare l’opportunità di organizzare, qui, nella sua città natale, una mostra retrospettiva.

A Castellammare non mancano opere del Bonito, alcune presso privati. La “Consegna delle chiavi a San Pietro” è invece, una grande tela pubblicamente esposta nella nostra concattedrale. Il silenzio “cronico” soprattutto dei cultori della politica, infaticabilmente impegnati nei giochi di potere, hanno lasciato cadere la segnalazione che, comunque, avrebbe attratto l’attenzione del mondo dell’arte e del turismo. Niente, però, è da scartare giacché la speranza deve sempre vegliare specialmente sugli uomini di buona volontà.

Bonito, “Primo pittore di corte”, direttore a vita dell’Accademia del disegno di Napoli (l’attuale Accademia di Belle Arti), consigliere regio del Laboratorio degli Arazzi, nacque a Castellammare di Stabia il 1° novembre 1707 e morì a Napoli il 19 maggio 1789.

Terzo di dodici figli, fu accolto giovinetto nella celeberrima scuola dell’abate Solimena, una sorta di sodalizio formato dai migliori allievi del tempo che, in omaggio al loro maestro, vestivano tuniche marrone (vedi il mio saggio: “Giuseppe Bonito”, Pompei, 1981), in cui viene confutata, per la prima volta, e, in modo definitivo, anche la presunta “povertà” della famiglia Bonito, sostenuta dal Molajoli ed altri. Del folto gruppo di allievi, furono privilegiati i pochi che riuscirono ad emergere, per talento e tenacia, tra cui, in modi e tempi diversi, Sebastiano Conca, Domenico Antonio Vaccaro, Francesco De Mura, Corrado Giaquinto e Giuseppe Bonito, il quale, nella sua lunga attività, fu insignito di onorificenze ambitissime che lo posero in una condizione di sovrana e pubblica considerazione, monopolizzando per molto tempo l’attenzione sia della corte, sia di privati collezionisti.

Della vasta produzione di Bonito, molto è andato perduto.

Inoltre, nel 1935, a seguito di una lunga ricerca, il critico d’arte Roberto Longhi, sembra senza alcun pubblico mandato, attribuì a Gaspare Traversi una ventina di tele ritenute per molto tempo opere dell’artista stabiese (e anche in quell’occasione l’allora amministrazione comunale non avvertì neanche l’esigenza di chiedere una revisione della ricerca con la consulenza di un perito-critico di parte, cosa che, comunque, si può sempre fare). Tuttavia, nella nostra zona si conservano, almeno ufficialmente, sei tele: cinque nell’ex cattedrale di Vico Equense (di particolare interesse l’Annunciazione), e “La consegna delle chiavi a san Pietro”, la tela, molto bella, fu acquistata dal comune di Castellammare di Stabia, dietro sollecitazioni di Domenico Morelli e Benedetto Croce che consideravano il Bonito una “vera gloria nazionale”. E anche questo episodio la dice lunga sulla scarsa sensibilità, in tutti i tempi, degli amministratori di questa nostra bella, quanto strana città.

Comunque, anche in questo periodo, tre volte centenario, i biografi e gli studiosi di storia dell’arte hanno sott’occhio la produzione artistica del settecentesco pittore di corte Giuseppe Bonito e del suo tempo, per il consueto aggiornamento del profilo artistico alla luce di studi più recenti.

Il nostro concittadino, Peppeniello Bonito, uno tra i migliori pittori del Settecento, che trova sempre degno spazio nelle Rassegne d’arte e nel museo di Capodimonte.

Questo “pezzo”, semplice e breve, che, non può esaminare il contesto storico e socio-economico del Settecento nelle nostre provincie, vuole vedere, come sempre, l’Uomo al centro dell’universo, vuole avere, per concezione mentale, rispetto per il prossimo e per le istituzioni.

Perciò questo “pezzo” – come tutti gli scritti – si pone in modo propositivo e offre l’occasione di suggerire, anche all’attuale Amministrazione comunale di Castellammare di Stabia, di prendere in considerazione la possibilità di organizzare una retrospettiva delle opere di Giuseppe Bonito, considerato da autorevoli esponenti della cultura nazionale un artista di grande prestigio che, purtroppo, dagli stabiesi è molto poco conosciuto.

L’Amministrazione Comunale, infatti, nel quadro del suo programma di valorizzazione dei beni culturali, potrebbe, appunto, inserire una retrospettiva dedicata al grande artista stabiese.

Dell’Artista ho parlato ampiamente, specie per il passato, in modo particolare, in occasione della mostra del Settecento a Napoli, una delle rassegne, come già accennato, di grande successo che vide allineate le opere dei più quotati e rappresentativi artisti della pittura napoletana del secolo decimottavo.

E’ stato detto che, pur osservando una certa concretezza soprattutto perché i lettori, diventano sempre più frettolosi, la pittura del Concittadino, pur inquadrandosi, con le caratteristiche diverse, nell’ambito del solimenismo, dal quale assorbì la densità del colore e gli effetti contrastati della luce, in un secondo tempo si orientò verso l’accademismo classicizzante romano, forse anche per rispondere ai gusti di una committenza sempre molto esigente ed erudita. Bonito, va sottolineato, rimane, comunque, uno dei pittori più rappresentativi dell’arte napoletana della metà del Settecento, proponendo una pittura più immediatamente comunicante della grande stagione dell’arte napoletana di quel periodo. Si distinse, oltre che nella pittura di “genere”, nella ritrattistica (in mancanza della fotografia, nobili e personaggi facoltosi si facevano ritrarre da pittori) tentando di conciliare l’esigenza del ritratto iconografico, rappresentativo della istituzione, specie il sovrano, secondo una certa visione specialmente del Mengs), con la tradizione napoletana di naturalismo espressivo, evidenziando aspetti psicologici e sentimentali. Questo suo “nuovo” modo di fare “ritrattistica”, dove le figure erano “vive”, popolari, persone note e familiari nel quartiere, nella zona, nella corte, piacque molto e gli procurò grandi soddisfazioni morali e materiali.

Ritornando all’idea di organizzare una retrospettiva, potrebbero essere recuperate per l’esposizione moltissime tele, soprattutto custodite da privati, e riproduzioni di affreschi esistenti un po’ ovunque, compreso il suo autoritratto (ndr: vedi foto) custodito a Firenze.

Antonio Ziino.

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