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Renzi è salito al Quirinale: Gentiloni o Padoan, i favoriti per guidare il nuovo governo

Il piano di Matteo

Renzi è salito al Quirinale per formalizzare le dimissioni. Con Mattarella un colloquio dai toni cordiali che cancella le tensioni dei giorni scorsi. I favoriti per guidare il nuovo governo sono Gentiloni o Padoan.

Il piano di Matteo: resa dei conti nel Pd. Gentiloni o Padoan a Palazzo Chigi

I sospetti su Franceschini, che avrebbe cercato una sponda con Berlusconi

ROMA – È sera, l’auto corre veloce verso Pontassieve, Matteo Renzi ha bisogno di mettere una distanza fisica e mentale tra sé e la Capitale. «Mi tolgo dalla scena, vado via con un atto di dignità politica», dice.

Il governo è caduto in piedi, con 173 senatori che hanno votato la fiducia. Adesso è il momento di valutare la tattica più giusta per arrivare all’obiettivo, contare gli amici e difendersi dai nemici.

Perché il progetto ormai è delineato e non confligge con quel «percorso ordinato» che ha in mente il capo dello Stato: consentire la nascita di un nuovo governo che duri tutto il tempo necessario ad approvare una nuova legge elettorale, mettere in sicurezza i conti e le banche, non far sfigurare l’Italia al G7 che si terrà a maggio in Sicilia. Un esecutivo guidato da una personalità riconosciuta a livello internazionale. E ci sono, agli occhi del segretario Pd, vari profili sia interni che esterni al governo a cui affidare questo incarico. Un poker con le facce di Pier Carlo Padoan, Paolo Gentiloni, ma anche Giuliano Amato o Romano Prodi. Per i nomi è ancora presto, «non si possono bruciare le tappe», confida ai suoi il premier dimissionario.

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Ma Renzi, per raggiungere la meta, ha bisogno che la crisi si svolga davanti al Paese, che vengano squadernate chiaramente le responsabilità di tutti i giocatori. A partire naturalmente dalle opposizioni. «Devo andare a vedere le loro carte», dice Renzi. Per questo le consultazioni che inizieranno oggi al Quirinale assumono un valore fondamentale. I grillini dovranno ammettere che per approvare una nuova legge elettorale, fosse anche l’estensione dell’Italicum al Senato, bisogna dar vita a un nuovo governo e aspettare la sentenza della Consulta a fine gennaio. Lo stesso dovrà ammettere Berlusconi, per fare una legge elettorale che vada bene a tutti non bastano poche settimane, secondo la previsione di Renzi «occorreranno sei mesi». Senza contare la data fatidica del 16 settembre, quando per i parlamentari di prima legislatura scatterà il diritto alla pensione.

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Insomma, il leader del Pd, prima di acconsentire alla nascita di un nuovo governo, ha la necessità che M5S, Salvini e Berlusconi si espongano. «Io non ho paura di votare – ripete in privato – e non posso certo farmi dire da questi che diamo vita di nuovo a un governo non eletto che tradisce il popolo. Devono essere loro, le opposizioni, a chiederci di far proseguire la legislatura».

E lui, Renzi, adesso cosa farà? Davvero non succederà a se stesso? L’interessato lo esclude in maniera categorica. «Il Renzi-Bis esiste solo se me lo chiedono Grillo e Salvini». Ovvero è un’ipotesi dell’irrealtà. Nelle conversazioni di queste ore con i fedelissimi è un altro il compito che si assegna. Si dedicherà in toto al partito. E farà piazza pulita dei suoi oppositori. Con un congresso, certo. Da fare il prima possibile, «subito», soprattutto in caso di accelerazione sul governo. Insomma, nella testa del segretario il nuovo esecutivo Padoan o Gentiloni durerà il tempo necessario, anche un anno se serve. «Nel frattempo io rifaccio la squadra al partito e preparo la ricandidatura alle politiche». L’ex premier è convinto che lo spazio ci sia, la sconfitta al referendum, invece di abbatterlo, sembra averlo galvanizzato. Parla di migliaia di mail arrivate al partito, di «tanta gente incazzata che ha voglia di battersi», di un boom di iscrizioni: «E’ come il popolo dei fax, come quando la gente piangeva dopo la caduta di Prodi». Un movimento di popolo quindi, non una questione interna al Pd e alle sue eterne lotte fratricide. Certo, oltre al ruolo giocato in pubblico e in campo aperto dalla minoranza bersaniana e da D’Alema, in queste ore Renzi sta considerando anche quello che starebbe svolgendo dietro le quinte il principale «stakeholder» del partito: Dario Franceschini. Con il quale dire che è calato il gelo è un eufemismo. Il segretario non si fida affatto, pensa che il ministro stia giocando in queste ore una sua partita personale. Cercando persino, così gli è stato riferito, la sponda di Berlusconi per pugnalare il leader del suo partito.

La cosa che più lo ha fatto imbestialire è il sospetto che Franceschini stia lavorando per farlo litigare con Mattarella. O per accreditare all’esterno l’immagine di un diverbio tra il segretario Pd e il capo dello Stato. Anche per regolare questi conti servirà il congresso prossimo venturo.

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