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Renzi accelera sulle elezioni e blinda le liste

Se il G7 finisce nella palude delle elezioni

Dopo il verdetto della Consulta sull’Italicum, Renzi accelera sulle elezioni e blinda le liste. Ma il voto a giugno  relegherebbe l’Italia ad un ruolo minore al G7 che ospitiamo a Taormina.

Se il G7 finisce nella palude delle elezioni

Per chi vuole le urne a giugno l’Italia è un’isola, forse non troppo felice ma impermeabile al resto del mondo. Dopo sei mesi di paralisi per il referendum, se ne può permettere altri sei d’introversione elettorale. L’amministrazione Trump galoppa verso il protezionismo commerciale e le barriere a rifugiati e immigrati, Londra salpa l’ormeggio europeo, l’automazione irrompe nel mondo del lavoro. L’Italia prolunga il time out. Quando rientrerà in campo, con una nuova o vecchia squadra, dovrà accontentarsi del risultato che troverà sul tabellone.

La sentenza della Corte costituzionale ha solo offerto il pretesto. La resistibile ascesa della fretta di votare è trainata da due logiche. La prima è fatta propria dalle molte forze politiche che, per calcoli diversi, ritengono nel proprio interesse andare alle urne il più presto possibile. Beppe Grillo e la Lega sentono odore trumpiano di vittoria; Matteo Renzi smania la rivincita. Evidentemente qualcuno sbaglia i conti. Né gli uni né gli altri si domandano se sia anche nell’interesse del Paese. La seconda è semplice: «Togliamoci il pensiero», inutile temporeggiare.

È avvertita da moltissimi italiani, stanchi di un Parlamento senza maggioranza. è condivisa da ragionevoli osservatori stranieri che non amano l’incertezza.

La seconda logica è comprensibile e, per molti versi, lodevole. Le circostanze europee e mondiali la rendono fuorviante. La prima è irresponsabile. Portare l’Italia al voto a giugno significa renderla irrilevante nei mesi e settimane in cui si definiscono i nuovi rapporti politici ed economici internazionali e l’Ue inizia il riaggiustamento dopo lo shock britannico. Il prurito elettorale butta alle ortiche una transitoria rendita di posizione italiana che non si estende oltre la soglia del 2017: il seggio in Consiglio di Sicurezza dell’Onu; le celebrazioni del 60° anniversario del Trattato di Roma in marzo; la presidenza annuale del G7, col vertice a Taormina il 27 e 28 maggio; il vantaggio comparativo rispetto ai tre Paesi dell’Unione europea (Olanda, Francia, Germania) che «devono» avere elezioni quest’anno.

Abbiamo anche un fortunato allineamento astrale europeo con tre italiani in cariche apicali: a Mario Draghi alla Bce e Federica Mogherini «ministro degli Esteri» dell’Unione, si è appena aggiunta la presidenza del Parlamento Europeo di Antonio Tajani. Sono punti di riferimento chiave con i quali si può far gioco di sponda, nel pieno rispetto dei loro ruoli istituzionali. Ci vuole però un governo in carica con una politica estera, non una campagna elettorale senza soluzione di continuità.

Il voto a giugno relegherebbe l’Italia a tappezzeria non solo al G7 che ospitiamo a Taormina, ma anche al vertice Nato di Bruxelles, proposto per maggio, forse al G20 di Hannover (7-8 luglio) e alle prime uscite europee di Trump Presidente. La lascerebbe da parte mentre si gettano le basi della difesa europea. La metterebbe in fondo alla coda nella corsa per essere ricevuti alla Casa Bianca di cui Theresa May taglia oggi vittoriosamente il traguardo. Non si va a Washington per scimmiottarla ma per prendere le misure di un Presidente americano che si muove alla velocità della luce in direzioni senza precedenti. L’Italia può ben dissentire, anche fortemente; non può ignorare. In un giorno i rapporti Stati Uniti-Messico sono precipitati al livello più basso da Fort Alamo. Cosa ci aspetta in Europa? Possiamo contare ancora sull’America in Libia? Che conseguenze avranno le battaglie commerciali di Trump sul nostro export?

L’Italia si è tenuta a galla nella globalizzazione grazie alle missioni militari, a sprazzi di diplomazia, ai ritagli di eroismo imprenditoriale, di creatività, di professionalità (spesso all’estero). Troppo spesso assente la politica. Inevitabilmente abbiamo perso posizioni. I riflessi del declino invadono altri campi: nel XXI secolo a nessun italiano non naturalizzato americano è stato assegnato un Nobel di qualsiasi natura. Il 2017 offre un’occasione di recupero che non si ripresenterà né presto né facilmente. Per coglierla bisogna far politica europea e internazionale, non campagna elettorale.

Il voto a giugno soddisferebbe solo l’impazienza ma non il buon senso degli italiani; urta gli interessi del Paese. Per capirlo basta alzare la testa dagli orticelli di Roma, di Genova, della «Padania», per guardare all’Europa, al Mediterraneo, alla Cina e all’Africa – dove si gioca il nostro futuro.

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lastampa/Se il G7 finisce nella palude delle elezioni STEFANO STEFANINI

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