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Sabbatucci: ” le scissioni possono essere necessarie o risultare addirittura utili ”

Non sempre le scissioni sono nocive

Per Giovanni Sabbatucci “non è detto che le scissioni siano dannose, possono essere necessarie o risultare addirittura utili”. Intanto il fronte degli scissionisti del Pd è già incrinato e l’addio del governatore pugliese Michele Emiliano resta in bilico e il ministro della Giustizia Andrea Orlando annuncia l’intenzione di correre per la segreteria e così Renzi, che oggi non sarà presente alla direzione del partito, ha la strada spianata verso le primarie che potrebbero tenersi entro aprile.

Non sempre le scissioni sono nocive

Non è detto che tutte le scissioni siano dannose. Possono essere necessarie, o risultare addirittura utili. 

Lo sono se rispecchiano una divisione profonda sui principi fondanti di un partito, se chiariscono equivoci ideologici, se interrompono convivenze oggettivamente impossibili. Rischiano di avere effetti deleteri quando nascono da contrasti personali o da piccoli giochi di potere, quando irrigidiscono e assolutizzano divergenze che potrebbero essere composte con le risorse della politica, o anche quando, come capita spesso, la linea di frattura va a situarsi nel punto sbagliato. In questi casi la scissione non solo non risolve nulla, ma tende a reiterarsi nel tempo e a riprodursi come una metastasi nelle formazioni nate da quella rottura. L’infinita casistica delle scissioni nel movimento socialista italiano offre esempi nell’uno e nell’altro senso.

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La scissione di Livorno del gennaio 1921, tanto spesso citata come concausa della sconfitta del movimento operaio nel primo dopoguerra, era inevitabile in quanto riproduceva una frattura epocale e mondiale fra comunisti e socialisti che si era aperta con la rivoluzione d’ottobre. Dannose furono semmai le modalità della scissione: ad andarsene furono i «comunisti puri» fedeli alle direttive di Mosca, mentre la maggioranza massimalista e rivoluzionaria restò nel Psi e impedì alla minoranza riformista qualsiasi alleanza politica atta a bloccare l’avanzata del fascismo (il che conferma, per inciso, che le scissioni hanno qualche possibilità di successo solo se operano un taglio netto, dando vita a gruppi omogenei e ideologicamente compatti). Per la stessa ragione fu logico il divorzio dell’ottobre 1922, quando furono i riformisti a lasciare il partito ancora controllato dai massimalisti facendo proprio lo slogan di Matteotti: «I socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti». Quella volta, però, fu sbagliata la tempistica, visto che, di lì a poche settimane, Mussolini avrebbe preso il potere. Del tutto comprensibile fu la scissione di Saragat a Palazzo Barberini (gennaio 1947): sullo sfondo c’erano niente di meno che la guerra fredda e la scelta fra blocco comunista e «mondo libero». Lo stesso discorso vale per le scissioni successive: che cosa poteva tenere uniti, nel 1964, gli autonomisti socialisti che andavano al governo con la Dc e gli scissionisti un po’ operaisti e un po’ filosovietici che diedero vita (breve) al Psiup? E che cosa avevano in comune, nel 1969, i due rami della famiglia socialista, Psi e Psdi, protagonisti di una effimera riunificazione mai realmente decollata? Infine, nel ’91, come si poteva chiedere ai rifondatori del comunismo di restare in un partito (il Pds-Ds) che nasceva proprio per allontanarsi faticosamente da quel solco?

E’ facile notare come tutte le esperienze scissionistiche richiamate fin qui si caratterizzassero per un alto tasso di impegno ideologico, accompagnato a un forte riferimento internazionale. E viene spontaneo chiedersi, per venire all’oggi, se motivazioni analoghe, o ugualmente pesanti, possano essere attribuite agli uomini che si apprestano a spaccare il maggiore partito italiano (ad oggi potenzialmente il più forte del campo socialista europeo), l’unico in grado, finora, di contendere il primato a sovranisti, populisti e neo-qualunquisti. La risposta non può essere che un no secco. Certo, dietro l’imminente rottura ci sono non solo incompatibilità e risentimenti personali, non solo questioni di potere, di organigrammi e di seggi, ma anche contrasti di idee, di programmi e più ancora di stile: nulla però che ecceda la normale dialettica di un partito progressista dove tutti si dicono riformisti e tutti aspirano a occupare il polo sinistro del sistema, nulla che impedisca all’opposizione interna di giocare le sua carte nelle sedi statutarie. Ma evidentemente i promotori della scissione hanno saputo ben nasconderne le motivazioni alte e nobili, coprendole con una cortina di proclamazioni generiche e di richieste pretestuose. Consegnandoci così lo spettacolo inedito di un grande partito che si spacca sulla data di un congresso o su una telefonata non fatta. E di una minoranza che vorrebbe vincere per abbandono del principale avversario.

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