Inno di Mameli
Cultura Editoriali

Inno italiano, italiotica scandalosa vicenda. Ma tutto “secondo legge”

Tempo fa abbiamo ricevuto una “reprimenda/avviso” da youtube perché, in un servizio sulla Mille Miglia era capitato che, nel registrato, avessimo incluso anche l’esecuzione del Canto degli italiani, meglio noto come Inno di Mameli.

L’inno era stato suonato all’apertura dell’evento. Noi l’abbiamo registrato con tutto il resto. E questo è bastato perché gli italioti sempre all’opera per far rispettare leggi a prescindere dalla loro “idiozia” in virtù di un qualcosa che risale addirittura a Socrate: Dura lex, sed lex («La legge è dura, ma è legge»).

Ora è indubbio che le leggi vadano rispettate e che questo debba essere “un sentimento” innato – addirittura scritto nel DNA – di ogni persona civile ma …..

Ma se queste ci (e si) dessero un aiutino nel far si che:
  1. realmente possano, sempre, essere recepite come “leggi/regole” giuste e necessarie da tutti e a non ricoprirsi di ridicolo come talvolta accade,
  2. od anche, come anche accade (e finanche Troppe volte), che non suscitino addirittura indignazione in ogni normale, educatissimo, civilissimo e per bene cittadino,

forse sarebbe meglio e, di sicuro, non getterebbero quel seme della gramigna che poi va a ricoprire, man mano, il buono, il giusto e il corretto con il senso del ridicolo.

E allora è dura anche appellarsi al Dura lex, sed lex. Epperò…

Epperò a volte è veramente dura sentirla anche realmente giusta e corretta. Talvolta ci si mettono burocrati et similia, altre volte, purtroppo, proprio addirittura dei giudici.

Fatto sta che, alla fine, è la legge e la giustizia che ci perdono, e tanto, in credibilità e rispetto.

Nel caso specifico: è mai possibile che per utilizzare, ascoltare, quello che è stato scelto (momentaneamente si disse all’epoca) come inno della nostra Nazione si debbano pagare royalty a chicchessia?

Eppure sembra di sì, anzi, è sicuramente SI!

In assenza arrivano i burocrati della SIAE a stilare multe, anche salate e, nel farlo, si avvalgono della legge che li autorizza ad esigere e riscuotere, l’obolo per i diritti d’autore.

E badate bene: nulla e nessuno ne è o può essere esente o esentato. Addirittura nemmeno i corpi delle nostre forze armate.

Ed allora, francamente, checché ne pensi e ne possa dire finanche il Presidente della Repubblica che invita a cantarlo sempre, in ogni occasione, mi vien da dire:

ma anche no, oltretutto non è nemmeno un granché.

E poi, ciò premesso, torno sul punto: se quel brano musicale qualcuno l’ha elevato addirittura a Inno rappresentativo dell’intera Nazione, com’è che la proprietà è restata a terzi ai quali bisogna pagare un quid per l’uso di un “pezzo” imposto per legge?

Francamente non trovo nessuna risposta, o giustificazione, valida e utile. E non posso fare a meno di sentire, nella mente, alcuni jingle di note pubblicità d’un tempo.

Il primo, è di una nota pubblicità della Cirio che recitava: “Come natura crea, Cirio conserva”.
Poi ne giunse un’altro, questa volta della Nutella, che – nella prima parte – recitava: “… giganteeee, pensaci tuuuu” e
finiva con il Condor dispettoso che diceva al suo attendente: “E che ci ho scritto Joe Condor” (e, cosa significativa, ha davvero scritto Joe Condor sul suo cappello).

Ci ho pensato su un attimo chiedendomi il perché, e perché proprio quelle, ed ecco che tutte le risposte mi sono giunte, queste sì, chiare ed accettabili.

Vediamo la prima, la pubblicità della Cirio di una volta che recitava: “Come natura crea, Cirio conserva”.

Ebbene a questa mi sono risposto che, a generarla, era il fatto che quest’inno fu adottato, provvisoriamente, ben 72 anni fa (era il 12 ottobre 1946) e che solo l’anno scorso è stato ufficialmente accreditato come tale ma ….

Ma ancora a pagamento per cui, ecco che, come la SIAE crea, lo stato conserva, anche se trattasi di cosa avariata. E nemmeno lontanamente ha pensato di “requisirlo” per farne cosa realmente dello Stato come fa, ad esempio, per terreni ed altre proprietà che vuole usare.

Per questo, per l’Inno, NO! Tanto, a pagare, dovranno essere gli italici “pantaloni” di sempre, con o senza divisa che siano e per questo, ecco il perché m’è tornato in mente il secondo jingle, quello della Nutella: “… giganteeee, pensaci tuuuu”.

Purtroppo qui, di “gigante” che ci aiuti, non se ne vede nemmeno uno.

L’unico che poteva farlo, e potrebbe, sembra dormire, e di un sonno profondo per cui non resta che riportarmi al terzo jiingle collegato al secondo e che fa parte della stessa serie in onda tra il 1971 e il 1976:

“E che ci ho scritto Joe Condor”

Nella pubblicità, di fatto, il Gigante interveniva, sistemava tutto, e si notava che il Condor dispettoso aveva davvero scritto Joe Condor sul suo cappello.

Da questo, dal fatto che nella nostra realtà e sempre nel merito al balzello per l’Inno, tutto tace e nulla si muove, torna il perfetto parallelo del: “e che sono fesso”? (sinonimo del famoso detto).

Questo spesso ci chiediamo in più occasioni e per più cose, ma……

Ma si vede che, di fatto, lo siamo, e lo abbiamo scritto, ed anche a lettere cubitali visto che, tanto per fare buon peso e restare sempre nei brani “statali” scelti ed imposti per legge, rientra anche “La Canzone del Piave”, anch’essa a pagamento! SIC!

CONCLUSIONE.

Possiamo affermare che è assodato: siamo dei “Joe Condor”, alias “pantaloni”, alias “FESSI”.

Questa sì che è cosa incontestabile e comprovata!

A seguire vi riportiamo i testi dei due inni sperando che non ci siano diritti da pagare anche per questo.

Pertanto pensiamo che sia lecito chiudere, anche questa volta, con il nostro solito mantra del: io speriamo che me la cavo !

Canto degli Italiani»

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l’Unione, e l’amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Dall’Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

(Evviva l’Italia
Dal sonno s’è desta
Dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa
Dov’è la vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò).

 

La leggenda del Piave

I Piave mormorava
calmo a placido al passaggio
dei primi fanti, il ventiquattro maggio:
l’esercito marciava
per raggiunger la frontiera,
per far contro il nemico una barriera…
Muti passaron quella notte i fanti:
tacere bisognava, e andare avanti…
S’udiva, intanto, dalle amate sponde,
sommesso e lieve, il tripudiar dell’ onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
Il Piave mormorò:
Non passa te straniero!”

Ma in una notte trista si parlò di tradimento,
e il Piave udiva l’ira a lo sgomento.
Ah, quanta gente ha vista
venir giù, lasciare il tetto
per l’onta consumata a Caporetto…
Profughi.ovunque dai lontani monti
venivano a gremir tutti i suoi ponti…
S’udiva, allor, dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio dell’ onde:
come un singhiozzo, in quell’autunno nero
il Piave mormorò:
Ritorna lo straniero!”

E ritornò il nemico
per l’orgoglio e per la fame,
volea sfogare tutte le sue brame…
Vedeva il piano aprico,
di lassù, voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora.
No! – disse il Piave – No! – dissero i fanti…-

Mai più il nemico faccia un passo avanti…”
Si vide il Piave rigonfiar le sponde,
e come i fanti combattevan le onde…
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò:
Indietro, va’, straniero!”

Indietreggiò il nemico
fino a Trieste, fino a Trento…
E la Vittoria sciolse le ali al vento!
Fu sacro il patto antico:
tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro a Battisti…
Infranse, alfin, l’ italico valore
le forche e l’armi dell’ Impiccatore.
Sicure l’Alpi… Libere le sponde…
E tacque il Piave: si placaron le onde
sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò
nè oppressi, nè stranieri!

 

NOTA: L’ Inno nazionale, firmato da Goffredo Mameli (testi) e Michele Novaro (musica), si intitola «Il canto degli italiani». Questo è il testo ufficiale, presente sul sito del Quirinale (più la sesta strofa, presente nell’edizione del 1860 del «Canto», stampata da Tito Ricordi»)
La leggenda del Piave. Versi: E. A. Mario Musica: E. A. Mario

Stanislao Barretta

vivicentro.it/EDITORIALITERZA PAGINA

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