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L’ECONOMIA BRASILIANA STA PRECIPITANDO IN UN GIRONE INFERNALE

 

(Virginia Murru)

I dati macro dell’economia brasiliana continuano a lampeggiare in rosso, si parla ormai da tempo di recessione, dal 2015, quando dopo due trimestri di contrazione del pil consecutivi, si considerava il paese in ‘recessione tecnica’. Ma lo scorso anno, la flessione dei primi due trimestri, non era così drammatica, e nessuno pensava che continuasse a scivolare in modo così repentino e grave, fino a sfiorare, nell’ultimo trimestre del 2015, un negativo del 5,7%.  Gli ultimi dati diffusi al riguardo, non portano verso l’onda dell’ottimismo:  il Pil presenta attualmente un negativo del 3,8%. L’economia carioca non precipitava così in basso da tanti anni, esattamente dai primi anni novanta, quando era stata aggredita da una forte crisi che l’aveva portata in una deriva.

Tra le cause di questa recessione, che ha avuto un esordio ed uno sviluppo rapido, ci sono le flessioni registrate nelle esportazioni, il Brasile è un grande esportatore di materie prime, nonché commodities, prodotti tipici del paese. Un vero e proprio crack, che porta la sua economia dalle ‘stelle alle stalle’, dato che il paese sembrava destinato a diventare la quinta potenza del mondo, con un miracolo tutto verde-oro, proiettato verso il futuro e un dinamismo innescato da stimoli propulsivi che provenivano da tutti i settori della sua economia. Un mercato emergente vivace e intraprendente, che quasi all’improvviso, certo nel volgere di pochi anni, ha invertito il timone e si ritrova oggi a fare i conti con una vera e propria emergenza.

E’ stato uno dei grandi protagonisti dei mercati commerciali, partner importante di grandi potenze, esercitava autorevolmente il suo ruolo di economia emergente, e sembrava guidato da una ‘governance’ politica all’altezza della buona congiuntura, ma dietro le quinte c’erano altri riscontri: dalla corruzione all’incapacità di tenere salde le redini di un’economia promettente. L’attuale Presidente Dilma Rousseff, eletta per la seconda volta nel 2014, sta affontando l’impeachment, e sicuramente la gestione della crisi ha presentato tante incongruenze, ritardi negli interventi, strategie non adeguate alla forte depressione che si è presentata. Insomma, la Rousseff, non ha ormai nessuna credibilità, neppure all’estero. Alla fine del 2015, il quotidiano ‘The Economist’, lo aveva ben vaticinato il peggioramento dell’economia brasiliana e il conseguente default. Anche l’Agenzia Fitch, a fine anno, aveva espresso valutazioni da ‘junk’ sui titoli del debito (ossia spazzatura). E poi le altre due principali Agenzie di rating, Moody’s e Standard&Poor’s, recentemente, hanno confermato l’outlook negativo, e hanno fatto retrocedere di qualche gradino il rating sovrano, portandolo a BB da BB+ (precedente valutazione).

Queste valutazioni tengono anche conto delle previsioni di crescita, che sono ancora stimate in negativo, e si aggiunge un pessimo rapporto debito/Pil. previsti per i prossimi anni. ‘A disaster’, come lo definisce il quotidiano economico americano ‘The Economist’. Una classe politica coinvolta in pesanti scandali, impeachment in corso, hanno rivelato vulnerabilità e incapacità di gestione le emergenze, anche da qui partono i pronostici negativi delle Agenzie di rating. Situazioni complesse, e una rete di grovigli nelle maglie del potere, che ha certamente aggravato il malessere dell’economia nel paese.

Il Brasile è un gigante che ha grandissime potenzialità, soprattutto nel campo delle materie prime (esporta in particolare ferro, petrolio e soia),  che offre sicuramente i suoi vantaggi in caso di crisi, eppure l’indice PMI (l’indice del manifatturiero), è crollato al 44,5% a febbraio (a gennaio era a 47,4%..), il che significa, quando scende al di sotto del 50%, che la sofferenza è veramente profonda. Ma sono tutti i dati macro a scivolare, nel volgere di un breve periodo hanno subito forti contrazioni, il paese ha perso oltre un milione di posti di lavoro in pochi anni, l’inflazione supera il 10%, il debito pubblico vortica con numeri che riflettono l’andamento generale, da tracollo a tutti gli effetti. Al quadro che riflette tutti i sintomi di una recessione galoppante, si aggiunge il deprezzamento del Real, sia nei confronti del dollaro che dell’Euro, ha già perso oltre il 30% del suo valore.

Troppi errori nell’amministrare il paese, quando, una decina d’anni fa, era in fase d’espansione; secondo gli analisti, proprio quel periodo di prosperità e benessere doveva essere gestito con grande oculatezza, tracciando fondamenta profonde per reggere gli urti destabilizzanti che vengono dall’economia globale. Invece in Brasile le donne vanno in pensione a 50 anni, e gli uomini a 55, dieci anni prima rispetto ai paesi facenti parte dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo Economico). Il Brasile spende intorno al 12% del suo pil per le pensioni, un eccesso che ha sicuramente inciso nel determinare lo stato di default.

I cambia scena di un’economia, visti alla luce del decennio che va dal 2002/3  al 2013, dove si riscontrano dati di crescita veramente importanti, sono a dir poco sorprendenti, e porta a concludere che l’economia di  una nazione si rende più o meno vulnerabile nel tempo, ed è appesa alle sorti dell’economia globale, le cui variabili sono i veri, reali fili tenaci, che tengono tutti sospesi ai vari umori che si scatenano ogni giorno in quest’arena in apparenza neutra. Nel volgere di poco più di dieci anni, in Brasile, c’è stato spazio per quasi dieci milioni di posti di lavoro, l’occupazione ha seguito di pari passo l’impulso travolgente dell’espansione economica, con un debito saldato al FMI, e i conti pubblici in ordine. Un’economia sempre più forte, che sembrava inarrestabile, come un treno in corsa. Era diventato il primo paese del BRICS, associazione delle cinque economie emergenti del pianeta (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).

Le cause non sono da ricercare solo nella flessione dell’export, ve ne sono altre, anche di carattere politico e sociale, che sicuramente, considerato l’impatto della spesa sostenuta, non hanno contribuito a consolidare il progresso già in atto in quegli anni. Si pensa ai consistenti piani di spesa per affrancare le fasce più deboli del popolo brasiliano, riforme e interventi assolutamente mirabili, portati avanti dal Partito dei lavoratori, nei 12 anni in cui ha governato il paese. Il merito sicuramente c’è stato dato che si mirava ad abbattere la miseria in cui viveva un terzo della popolazione, relegata in condizioni disumane nelle note ‘favelas’. Lo stato ha investito tanto in quei dodici anni di governo, con sostegni finanziari volti a garantire una casa dignitosa a quelle famiglie. Agli investimenti ha corrisposto un netto calo della disoccupazione, arrivata a livelli minimi, e infatti, fino a due anni fa, era un indice che parlava di un’economia in ottima salute. I grandi finanziamenti per fini sociali, hanno comportato certamente un notevole impiego di risorse, ma al di là delle cause che possono stare a monte di questa crisi, insorta in modo così irruento, oltre alla contrazione dell’economia cinese (importante partener commerciale per l’export, e il conseguente calo dei prezzi), si azzardano anche ipotesi di liquidità bloccate all’interno del paese. Tale disponibilità sarebbe stata  interrotta bruscamente e messa fuori dai circuiti dei consumi, per una serie di timori giustificati, non solo dalla crisi, ma anche dagli scandali, e in qualche modo avrebbe frenato gli ingranaggi del sistema. Si pensa che questa disponibilità di moneta non possa essere scomparsa all’improvviso, e che interventi rassicuranti, con misure idonee a sbloccare la situazione di stallo, potrebbero nuovamente fare circolare queste risorse.

Certo, la crisi generale che si è riscontrata nei mercati emergenti, non stia aiutando il Brasile a riprendersi da questo shock, il processo involutivo va avanti e non ci sono strumenti certi, nonostante le analisi accurate, per vedere in fondo al tunnel.

Le ipotesi sono tante,  si può sperare in un altro miracolo tutto verde-oro dei carioca, in tante circostanze hanno dimostrato intraprendenza e vivacità, hanno peraltro una base di partenza, in termini di ricchezza di materie prime, e non è pertanto pensabile che il paese non riesca a risollevarsi.

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