Cronaca

Le indagini sui legami tra Isis e ’ndrangheta

Uno dei pezzi trafugati in Libia
Uno dei pezzi trafugati in Libia

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano, in merito ai sospetti scambi di arte antica per armi tra terroristi di Isis e inviati della ‘ndrangheta, si limita ad affermare: “Ci sono delle indagini in corso”.

Alfano conferma: “I reperti trafugati alimentano l’Isis e il pil del terrore”

La procura di Salerno indaga sui legami tra Califfato e mafie dopo la denuncia de La Stampa

ROMA – L’allarme lanciato ieri dal nostro giornale, sul traffico di arte antica in cambio di armi per finanziare l’Isis, trova in qualche misura conferma anche nelle parole del ministro dell’Interno. «Abbiamo studiato il “Pil del terrore” e sappiamo che una delle componenti è il mercimonio delle opere d’arte – commenta Angelino Alfano -. Su quanto scrivono i giornali sono, ovviamente, in corso attività di monitoraggio preventivo e anche di indagine laddove ci sono i presupposti. Tutto il fatturato criminale del sedicente stato islamico nasce da una serie di fattori e fra questi la vendita di opere d’arte sfuggite alla furia iconoclasta dei miliziani è una voce importante».

Il possibile coinvolgimento della criminalità organizzata – ’ndrangheta e camorra in testa – è al vaglio dell’antiterrorismo e dell’intelligence, ma è presto per stabilire se esista un reale coinvolgimento dell’organizzazione mafiosa in quanto tale, piuttosto che la partecipazione di singoli individui. L’interesse dei clan nel traffico di arte antica, oltre che in quello di droga ed esseri umani, è comunque un business all’attenzione degli inquirenti. Non a caso il responsabile del Viminale sottolinea l’importanza di «un monitoraggio», di indagini ad ampio raggio che possano verificare le ipotesi investigative.

Il problema, peraltro, non è circostanziato solo entro i confini italiani, ma esteso a livello mondiale. Secondo l’Interpol e l’Unesco (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza è la cultura) il traffico di antichità a livello mondiale si aggira tra i 6 e gli 8 miliardi di dollari. Una cifra che secondo gli analisti è destinata a crescere in maniera esponenziale. Con una ricaduta di notevole guadagno anche per i mediatori, i quali ottengono ricompense tra il 2% e il 5% di quanto contrabbandato.

Ma al di là del potenziale collegamento fra Isis e ’ndrangheta, il reportage di Domenico Quirico rivela un dato oggettivo incontrovertibile. È quello relativo al mercato nero di opere archeologiche di inestimabile valore culturale, prima ancora che economico. Quirico, infatti, spacciandosi per un ricco collezionista si è visto offrire, in provincia di Salerno grazie ad un emissario giunto dalla Calabria, la testa di una statua razziata in Libia per 60 mila euro, mentre per l’acquisto di un’altra statua più imponente gli sono stati chiesti 800 mila euro.

È quindi molto probabile che nei prossimi giorni il giornalista venga convocato dalla procura di Salerno, guidata da Corrado Lembo, come «persona informata sui fatti». I magistrati vogliono chiarire che cosa si nasconde dietro questo mercato nero dell’arte libica. Chi si cela alle spalle del venditore di reperti rubati a Sirte? Per conto di chi lavora? È tristemente noto che il Califfato sia il leader mondiale del traffico di beni archeologici trafugati da Siria e Iraq, destinati al mercato europeo, americano, arabo e russo. Ma ora si tratta di capire in che modo e fino a che punto siano coinvolte le organizzarmi mafiose italiane.

Le organizzazioni criminali italiane smerciano le opere trafugate dall’Isis

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