“JOY”. (critica di Francesco Capozzi + trailer)

Joy vive nello sprofondo di uno Stato dell’est, attorniata da una famiglia a dir poco vivace e complicata. Ma ha un sogno: inventare oggetti utili e mettere a frutto le sue invenzioni, combattendo con le unghie e coi denti. Ci riuscirà col mop. Detta così il film (USA,15) sembra una delle tante success story che sono l’ossatura della mitologia Usa: la realizzazione del famoso réfrain ”chiunque può farcela”, ad arricchirsi e diventare famoso. E in parte lo è. Anzi , la vita di Joy Mangano, che realmente ha creato questo e altri oggetti per la casa, divenendo capo di una conglomerata multimilionaria, è stato lo spunto del film. L’ha diretto regista David Owen Russell – autore che nelle sue opere ha ottenuto il maggior numero di nomination e Oscar, compresa la Lawrence-; oltre che sceneggiato e prodotto insieme alla brava e multitalentosa (è attrice già famosa, scrittrice, producer tv) Annie Mumolo. E ne ha fatto un’opera di riflessione autorale su cosa ci “sia dietro e dentro” il vivere una vicenda così esemplare e unica. E tale in ogni senso. La famiglia non è propriamente disfunzionale, ma poco ci manca: lei ha due figli; un padre (Robert De Niro) che pensa soprattutto a ”fidanzarsi”; la mamma divorziata (Virginia Madsen) che vive autorelegata a letto tra soap operas e pianti; l’ex marito (Edgar Ramirez), che però ha grande affetto e fiducia in lei, che abita nello scantinato; una sorellastra, Peggy (Elizabeth Rohm) che la invidia e la odia. La nonna (Diane Ladd che ad 80 anni ha fascino da vendere), che è la voce narrante, e lei, Joy, sono le uniche che hanno la testa sulle spalle: lei soprattutto facendosi carico, con più realismo e concretezza, dei problemi della casa e della famiglia nel suo insieme; ma è così stressante. Eppure, in lei abita un’indomita energia, che non la fa perdere di vista i suoi sogni: solo “adattandoli” al suo ruolo attuale. Ed è così, riflettendo su uno dei tanti episodi di ordinaria disfunzione domestica, che le viene l’idea del mop. Eppure tutta la cornice narrativa sembra, come dire?, distorta fin dall’inizio. Il film inizia con delle scene di una soap tv in bianco e nero (con gli stessi personaggi che ritorneranno a colori più avanti), dai dialoghi e movimenti volutamente molto schematici e piatti prospetticamente, come era lo stile della tv anni 50. E’ evidente la finezza ideativa di una sorta di parallelismo tra la visione che la tv dava della vita ordinaria di quegli anni e la stessa immagine che la “gente” aveva di sé e del suo fare. Essa era, già allora, ispirata, anzi condizionata dalla tv, che diveniva modello di spettacolarizzazione “diffusa”, perché tutti si adeguavano, inconsapevolmente, ma profondamente, a quei modelli valoriali di vita. Questo tema ritornerà più tardi: sia perché noi rivedremo la tv che a colori presenta le vicissitudini senza fine degli stessi personaggi, benché invecchiati, ma con la stessa presa sui pubblici; e sia perché Joy, acutamente consapevole dalla pervasività della tv, capirà a volo l’importanza della televendita: e sarà lei stessa, presentandosi come una casalinga alle prese coi problemi di casalinghe, a veicolare, grazie a questa, il successo strepitoso della sua creazione. E la vicenda personale di Joy si articola, con un montaggio spezzato, molo vivace (curato da ben quattro editors) e di grande efficacia emotiva, all’interno di quest’atmosfera scenografica (della brava Judy Becker che ha già validamente e spesso collaborato col regista) della famiglia che è, allo stesso tempo, storico-sociale e psicologica, scandita dai tempi del vivere televisivo. E che si insinua nelle banalità quotidiane di questo nucleo polimorfo, i cui comportamenti sono spessi survoltati, e di cui lei è ostaggio e vittima. Specie all’inizio abbondano le visuali a fish-eye, in cui tutti sembrano ripresi non sul piano ma su una sfera. E’ chiaro che il regista, come ha dichiarato, sottolinea così anche stilisticamente l’aspetto corale: la visuale sferica, azzardata e innovativa, è più efficace, specie in una scenografia d’interni. Poi, man mano che Joy diventa padrone di sé, la vista diventa tradizionalmente prospettica e frontale. E parte dal momento in cui lei esce e cammina, mentre la macchina da p. le è davanti “in carrello” sulla strada, dopo aver affrontato vittoriosamente quell’affarista-cowboy, in realtà ‘mbrugliunciello di mezza tacca, e ritorna finalmente compos di sé e dei suoi sogni realizzati. E nel sottofinale c’è una tradizionale carrellata-panoramica dove sono ripresentati i membri, ahimé meschini e poveretti “dentro”, della famiglia: ma Joy ne è fuori: li guarda come dall’esterno; non come all’inizio in cui, come era espressivamente suggerito, lei stessa era parte e concausa della nevrosi collettiva. Come pure molto efficaci sono le sequenze del set delle televendite: la scansione, l’illuminazione e il movimento sia di montaggio che scenografico degli spazi suggeriscono un’impressione profonda, dall’impatto quasi di una fantasmagoria collettiva. L’attrice protagonista è Jennifer Lawrence che, a dispetto dei suoi 25 anni, ha duttilità, bravura, potenza innata e capacità di “riempire” lo schermo senza stancare (lei è presente quasi in ogni scena); che già ora la fanno la più pagata a Hollywood.

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