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domenica, Agosto 14, 2022

1. I miei ricordi del passato: dal 1937 al 1942 (Amelia CIARNELLA)

Da leggere

Giovanni Matrone
Nato a Castellammare di Stabia, il 20 marzo 1971. Diploma di perito capotecnico Informatica - laurea triennale in “Scienze della Pubblica Amministrazione” e magistrale in "Studi Strategici e Scienze Diplomatiche". Dipendente della Giunta Regionale della Campania - Direzione Generale Istruzione, Formazione, Lavoro e Politiche Giovanili. Iscritto all'ordine dei giornalisti pubblicisti della Campania.
La signora Amelia Ciarnella maestra in pensione comincia con questo primo racconto a collaborare con il nostro giornale con una rubrica fissa. 
Amelia vive in un paesino della provincia di Latina, Minturno – nella frazione Tufo, da  bambina è vissuta con la sua famiglia ad Addis Abeba, ha conosciuto l’atrocità della seconda guerra mondiale, ma dopo tanti sacrifici riesce a diplomarsi e ad insegnare presso una scuola materna.
Un’esperienza che dichiara andava incontro alla sua vera vocazione.
Sposata con due figli, sin da giovanissima è sempre stata fortemente appassionata di scrittura ed appena andata in pensione si è data alle stampe presso l’editore Bastogi in una serie di volumi dal titolo “Un guazzabuglio” non solo le sue memorie scolastiche, ma storie del microcosmo del suo paese.
Amelia ci trasmetterà le sue impressioni e le sue valutazioni sul mondo contemporaneo viste da una novantenne!
di AMELIA Ciarnella
Io sono nata in un periodo apparentemente pacifico: era il 1933, ma già da allora, in altre parti del mondo, c’era il sentore della seconda guerra mondiale: solo che pochissimi ne erano a conoscenza e non certo del mio paese.
Il mio era un paesino agricolo, “candido” e tranquillo, che emanava serenità assoluta in ogni senso e dove ho vissuto i miei primi quattro anni, attorniata da gente semplice e buona, quasi tutti di famiglia, che avevano come unico pensiero e cura la campagna, con tutte quelle problematiche attinenti ad essa: come i tempi della semina, della mietitura, della vendemmia e di mille altre cose, che facevano giornalmente col massimo piacere e interesse, poiché la campagna era tutto il loro mondo e dalla quale traevano ogni sostentamento.
Io ricordo poche cose di quel periodo, ma posso senz’altro affermare che sia stato il migliore e il più sereno della mia vita!
Mia madre mi raccontava che da piccola avevo una lingua scioltissima ed ero molto disinvolta, oltre che vivace e allegra.
Cosa questa che mi ha sempre meravigliato moltissimo sentirmelo dire; poiché ricordo di essere sempre stata tutto l’opposto: un pò introversa, timida e di poche parole.
Quale trauma avrà cambiato, in modo così radicale, il mio modo di essere? Intorno al 1937, per motivi di lavoro di mio padre, la mia famiglia si trasferì in Africa, ad Addis Abeba e, forse, questo repentino cambiamento di ambiente, così totalmente diverso da quello del mio paese, avrà influito negativamente su di me: anche a causa della mia eccessiva sensibilità.
Oppure sarò stata traumatizzata dal viaggio per salire verso Addis Abeba: posta come si sa, a 2355 metri di altezza!
Ricordo che dopo lo sbarco, abbiamo dovuto viaggiare diversi giorni a bordo di una Balilla, su una strada non troppo larga, che costeggiava la montagna; ma dalla parte opposta a questa, era senza nessuna protezione e lasciava chiaramente vedere la spaventosa profondità del burrone e, di tanto in tanto, anche qualche carcassa di automobile che vi era precipitata giù a causa di incidente!
Io, per tutta la durata di quel viaggio, ebbi la febbre. Mi passò soltanto a viaggio concluso, dopo essere entrata in casa! – La nostra permanenza in Africa, però, è stata molto serena e piena di benessere: peccato che, come tutte le cose belle, è durata molto poco!
Infatti, dopo circa quattro anni, ci fu l’occupazione di Addis Abeba da parte degli inglesi e da quel momento cominciarono i guai per tutti gli italiani!
I ribelli negri diedero inizio ad assalti feroci verso ville o case isolate di italiani, uccidendone gli occupanti; e nessuno più si sentiva tranquillo.
Il Negus, da parte sua, difendeva gli italiani come meglio poteva, facendo arrestare e impiccare i colpevoli, esponendoli nelle pubbliche piazze, come esempio, affinché non si ripetessero più quei mostruosi misfatti.
Ma ben presto i ribelli affluirono in città a migliaia, costringendo perfino il Negus a lasciare Addis Abeba, per non rischiare di essere catturato e ucciso!
Intanto gli inglesi, in un primo momento, ci fecero spostare nelle zone di sicurezza, al fine di poterci proteggere: ma poi, per non avere ulteriori responsabilità e noie, decisero di “rispedirci” tutti in Italia: con l’obbligo di portare soltanto ventiquattro chili di bagaglio a persona; sistemando altre cose in un unico baule, con sopra scritto: nome e indirizzo del luogo dove volevamo che venisse spedito. (Il nostro baule arrivò completamente vuoto, dopo diversi mesi che già eravamo in Italia; con dentro soltanto un paio di mutandine da donna, che non erano neppure nostre!).
Ricordo che lasciammo Addis Abeba, insieme a tante altre famiglie, incolonnati in una lunga fila di camion, messi a nostra disposizione dagli inglesi, che ci avrebbero accompagnato fino all’imbarco.
Io in quel periodo avevo quasi otto anni e, seduta accanto a mia madre, un pò’ intimidita, da tutte quelle persone che viaggiavano con noi e non conoscevo; mi distraevo guardando fuori dal finestrino, lo splendido e vario territorio africano, che stavamo attraversando: con alberi altissimi dove centinaia di scimmie saltavano da un ramo all’altro, senza alcun timore.
Poi folti boschi che si alternavano a fitte foreste, che subito dopo, si aprivano su grandi spazi con tanto sole, sotto un cielo azzurrissimo! Intanto la colonna di camion correva veloce, lasciandosi dietro quel fantastico panorama africano che, forse, nessuno di noi avrebbe più rivisto, così da vicino!
Prima di sera, arrivammo in una specie di ospedale da campo, allestito con tende e uffici vari, apposta per noi, dove ci fecero pernottare.
Purtroppo in questo campo, a causa del latte avariato, morirono numerosi bambini: specialmente neonati.
Non ricordo quanti giorni rimanemmo in questo campo, dopo questa grave disgrazia; nemmeno ricordo chi ci portò sul luogo dell’imbarco.
Ricordo soltanto che ci ritrovammo tutti nel porto di Berbera e vedemmo le due navi ferme ad aspettarci al largo; poiché troppo grandi e non avevano potuto attraccare in porto.
Ci portarono con un barcone, a gruppi di venti o trenta persone per volta.
Poi salimmo sulla nave per mezzo di una scaletta mobile, fissata per l’occasione sulla fiancata esterna della nave.
Salivamo una persona alla volta e quando sono salita io, ho avuto tanta paura, perché la scala si muoveva a causa del vento e vedevo sotto di me l’azzurro profondo del mare e temevo di caderci dentro da un momento all’altro! – Poi, appena arrivati tutti a bordo, siamo stati accolti dalle crocerossine, che ci hanno offerto ogni tipo di bibite fresche.
E dopo esserci ripresi e tranquillizzati; ci siamo rilassati, ammirando dall’alto della nave, il magnifico panorama del mare di Berbera!
Il viaggio durò oltre un mese, fra soste e motivi vari.
Ma, pericoli a parte, su quella nave siamo stati benissimo, perché oltre a mangiare molto bene, c’era ogni tipo di divertimento, sia per grandi che per piccoli.
Non mancava proprio nulla: molto meglio di una nave da crociera! Solo che già si era in guerra: anche se nessuno ancora ce lo aveva detto! Ben presto però, ci venne il sospetto di qualche pericolo imminente; poiché, sebbene le due navi gemelle, sia la Vulcania che la Saturnia, fossero due navi ospedaliere: contrassegnate da una grande croce rossa, messa bene in evidenza sull’albero maestro, ad indicare ai bombardieri che su quelle due navi vi erano soltanto vecchi, donne e bambini: nonostante ciò, ci fermarono lo stesso di notte, facendoci entrare in un porto: dove ci ordinarono di andare tutti nei dormitori, di spegnere le luci e rimanere in silenzio, fino a nuovo ordine! – Fuori era notte inoltrata: si sentivano le bombe che cadevano e facevano oscillare o sussultare la nave, secondo la distanza dell’esplosione delle bombe.
Eravamo tutti molto spaventati: alcune donne avevano accennato una preghiera ad alta voce, ma erano state subito azzittite.

Però i bambini piangevano tutti, perché avevano paura del buio: compresa me, che, da quel momento, ho sempre sofferto di claustrofobia che non mi è più passata, anzi si è aggravata sempre di più!

Insomma, una nottata di terrore! – Dopo questo increscioso e inaspettato evento, lasciammo il porto; ma sulla nave si respirava ormai un’aria di profonda inquietudine e incertezza: si diceva che l’Italia era entrata in guerra e che vi era stata una battaglia navale nel Mediterraneo; però nessuno aveva la certezza di nulla.

La cosa poi, che destò maggiore preoccupazione, fu quando vedemmo calare a fior d’acqua tutte le scialuppe di salvataggio di cui era fornita la nave. Inoltre, ci diedero anche un salvagente a testa, raccomandandoci di esercitarci ad indossarlo e, ogni giorno, quando sentivamo suonare una sirena, dovevamo recarci, con calma, sul ponte della nave, dove avremmo trovato il Comandante che ci avrebbe dato consigli e ogni tipo di istruzione: in conclusione ci stavano preparando ad affrontare un eventuale affondamento della nave che, per fortuna, non ci fu!

Ci fu invece una furiosa tempesta, nella quale ci imbattemmo e che, per puro miracolo, non ci spedì tutti nel profondo degli abissi! Senza bisogno di essere né silurati e né bombardati! Tutto cominciò improvvisamente con un forte vento di burrasca che ben presto, si trasformò in un vero e proprio uragano! – Onde gigantesche si abbattevano sul ponte della nave, inondando tutto e spazzando via ogni cosa.

La nave, malgrado la sua enorme mole, sembrava impazzita: si alzava prima di prua, poi di poppa: dondolava, oscillava e scricchiolava paurosamente, come fosse stata completamente in balia delle forze della natura! Eravamo tutti terrorizzati! C’era chi pregava e chi piangeva ma, la maggior parte, cercava di tenere ferma la testa sul cuscino, per cercare di non vomitare, per il forte mal di mare! poi, fortunatamente il vento cessò, la pioggia diminuì, il mare si calmò; e finalmente tutto finì bene, senza alcun danno.

Il quinto giorno, la vita di bordo, tornò ad essere normale e i marinai ripresero a verniciare le pareti esterne della nave, per farle apparire come nuove al nostro rientro in Italia.

Approdammo nel porto di Napoli, in una bellissima giornata della primavera del 1942, con un sole splendido e un cielo azzurrissimo: perché tutto italiano! Poi, mentre la macchina ci portava in paese, vidi, fra l’erbetta verde di un prato, un magnifico papavero rosso! Era il primo che vedevo, e mi sembrò talmente bello, che di uguali non ne ho più visti!

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