Juve Stabia, l’inquisizione della prova TV ferma Ignazio Abate. Quando il calcio dimentica di essere umano

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Mercoledì al Menti abbiamo assistito al Menti ad una gara tirata e intensa tra la Juve Stabia e la Sampdoria. La partita in questione al minuto 93 si è chiusa con l’amaro in bocca per i padroni di casa che erano passati in vantaggio ma poi hanno subito per la beffa finale del pareggio. Cosa ci si aspetta in quell’istante da un allenatore di calcio dopo aver visto la sua squadra passare in vantaggio al minuto 89? Che resti impassibile come una statua di sale? Evidentemente, per la giustizia sportiva italiana, la risposta è sì.

Con una minuzia e un’attenzione al labiale che farebbero invidia ai migliori investigatori privati di Scotland Yard, la Procura Federale ha setacciato le immagini televisive per scovare il “grande crimine” di giornata. Il colpevole? Ignazio Abate, tecnico della Juve Stabia. Il reato? Un’espressione blasfema sfuggita nel concitato recupero finale.

Uomini, non divinità

Diciamolo chiaramente, senza falsi moralismi: il calcio si vive negli stadi, non nei conventi di clausura. È uno sport fatto di sudore, tensione agonistica, adrenalina e sangue freddo che, a volte, inevitabilmente ribolle. Se da un lato è puramente condivisibile il nobile intento delle istituzioni di educare i tesserati al rispetto e al decoro verbale, dall’altro è pura ipocrisia privare una squadra della propria guida tecnica per un fisiologico sfogo emotivo.

Gli allenatori sono uomini, non divinità infallibili. In un momento di massima frustrazione sportiva, al termine di una gara vissuta sul filo del rasoio, una parola di troppo (per quanto fuori luogo) resta un peccato veniale dettato dalla foga, non un atto premeditato per offendere qualcuno.

Il comunicato: la burocrazia che ingolfa il calcio

A certificare questa moderna “caccia alle streghe” ci ha pensato il comunicato ufficiale della Lega di Serie B del 5 marzo 2026. La fredda lingua della burocrazia si scontra con la realtà del campo. Il Giudice Sportivo, avv. Emilio Battaglia, ricevuta la tempestiva segnalazione via PEC (pervenuta con solerzia alle 9.25 del mattino), ha esaminato le immagini televisive sentenziando che l’allenatore è stato «chiaramente inquadrato dalle riprese televisive mentre la proferiva e, conseguentemente, individuabile senza margini di ragionevole dubbio».

Il verdetto è implacabile: squalifica per una giornata effettiva di gara per Ignazio Abate.

Ma le decisioni del Giudice Sportivo non si sono fermate qui. La scure è calata pesante anche sulla dirigenza gialloblù (e qui ce lo aspettavamo):

Il Direttore Sportivo Matteo Lovisa è stato squalificato per una giornata e 5.000€ di ammenda. La colpa? Essersi alzato dalla panchina aggiuntiva al 43° del secondo tempo per criticare «in modo irrispettoso» una decisione arbitrale, reiterando il comportamento dopo l’espulsione.

Un sistema da rivedere

Queste sono solo alcune delle tante regole assurde e incomprensibili che ingolfano il nostro calcio. Regole scritte da burocrati seduti a una scrivania per un gioco che di burocratico non ha nulla. Punire in modo così drastico lo sfogo di un allenatore a partita finita non rende il calcio migliore, più pulito o più educativo; lo rende semplicemente più finto, allontanandolo dalla sua natura sanguigna e popolare.

Il calcio è passione. E la passione, a volte, non usa il vocabolario dell’Accademia della Crusca.


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