C’è un fascino speciale nel rispolverare i vecchi fogli di giornale ingialliti dal tempo, quelli in cui il calcio si raccontava ancora con i caratteri mobili e il profumo di piombo della tipografia. Se chiudiamo gli occhi e facciamo un salto all’indietro di oltre settant’anni, fino a quel 9 settembre 1951, possiamo quasi sentire il rumore dei treni speciali che da Castellammare salivano verso Napoli, carichi di speranze e di bandiere gialloblù.
Quel giorno non si giocava una partita qualunque. Quel giorno lo Stabia faceva il suo primo, storico passo nel paradiso della Serie B.
Fu un esordio strano, consumato in esilio sul prato dello Stadio del Vomero. Eppure, la distanza non spaventò gli ottomila cuori stabiesi che riempirono gli spalti collinari, decisi a essere testimoni oculari della storia. Di fronte c’era il Piombino, una squadra solida, cinica, spietata nel punire ogni singola esitazione di una debuttante ancora troppo emozionata.
Il tabellino finale recita un amaro 2-4, un punteggio che oggi verrebbe liquidato con severità dai talk show e dai social network. Ma il calcio degli anni Cinquanta rispondeva a dinamiche diverse, fatte di orgoglio e di battaglie uomo contro uomo. Lo Stabia cadde, sì, ma lo fece con l’onore delle armi.
A ogni schiaffo del Piombino — guidato dalle doppiette letali di Cozzolini e Zucchinali — i ragazzi in maglia gialloblù seppero rispondere con la forza della disperazione e del cuore. I gol di Cereseto e Di Costanzo non servirono a evitare la sconfitta, ma gridarono al pubblico del Vomero che lo Stabia non era lì per fare da comparsa.
La squadra lottò, cadde sotto i colpi del cinismo toscano, ma uscì dal campo consapevole di aver finalmente spezzato il ghiaccio con la categoria.
A distanza di decenni, quel 2-4 contro il Piombino ha perso il sapore amaro del verdetto del campo per assumere la dolcezza della nostalgia. È stata la prima, dolorosa e bellissima cicatrice sportiva della Juve Stabia in Serie B.
Perché è proprio attraverso battesimi del fuoco così ruvidi che si costruisce la pelle dura di un club. Quel pomeriggio al Vomero, nonostante il risultato, Castellammare riscoprì la sua grandezza sportiva, imparando che anche dietro una sconfitta all’esordio può nascondersi l’inizio di una grandiosa, infinita storia d’amore.