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Indagato capitano Noe Gianpaolo Scafarto
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Falsi indizi contro Renzi. Ora è indagato il capitano del Noe Giampaolo Scafarto, originario di Castellammare

Il capitano del Noe Giampaolo Scafarto, originario di Castellammare e ex capo a Scafati, avrebbe falsificato l’informativa che è alla base dell’inchiesta Consip in cui era indagato Tiziano Renzi, padre dell’ex premier.

L’inchiesta su Consip in cui era indagato Tiziano Renzi, padre dell’ex premier, prende una nuova e inaspettata piega: c’è infatti un nuovo indagato, il capitano del Noe Giampaolo Scafarto, originario di Castellammare,  accusato dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Mario Palazzi di falso materiale e falso ideologico. Il capitano avrebbe infatti attribuito ad Alfredo Romeo il contenuto di un’intercettazione ambientale in maniera sbagliata: «Renzi (Tiziano) l’ultima volta che l’ho incontrato». La frase sarebbe stata infatti pronunciata dall’ex parlamentare di An, Italo Bocchino, ossia colui che l’ha effettivamente detta. Convocato oggi in procura dal pm Mario Palazzi, l’ufficiale del Noe si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ora sotto indagine è proprio l’ufficiale: la trascrizione che avrebbe coinvolto Renzi era falsa e sarebbe servita a colpire il figlio Matteo. L’indagine ripartirà da zero ma Renzi esulta dicendo: “La verità viene a galla”.

Da Napoli a Roma, cade la prova regina: “Adesso l’indagine riparte da zero”

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ROMA – E ora, zitti e pedalare. Su Consip, per stare alle parole di uno dei magistrati di Roma, «si riparte da zero». L’umore alla procura retta da Giuseppe Pignatone non potrebbe essere peggiore. Non fa mai piacere prendere in mano un’indagine impostata da altri, ovvero la procura di Napoli, e come primo atto defenestrare i carabinieri che l’avevano portata avanti fino a quel momento (accadeva il 4 marzo, quando i pm romani ritiravano la delega ai carabinieri del Nucleo Ecologico per eccessi nelle fughe di notizie e l’affidavano al Nucleo Investigativo dei carabinieri di Roma). Ancora meno è scoprire che quell’indagine è stata viziata da errori e da un macroscopico falso (scoperta del 6 aprile).
 Inchiesta azzoppata, non c’è che dire. Di sicuro agli atti non c’è più la cosiddetta «prova regina», perché manca quella intercettazione che faceva da architrave all’intera costruzione. Già, ovviamente cambia tutto se non è l’imprenditore Alfredo Romeo, ma banalmente il suo lobbista Italo Bocchino, a dire «Renzi, l’ultima volta che l’ho incontrato…». La frase dell’imprenditore doveva servire da sigillo. Doveva essere la prova inoppugnabile che Tiziano Renzi avesse parlato vis-a-vis con Alfredo Romeo. I due, indagati, potevano pure mentire, negare, omettere. Tanto, c’era l’intercettazione a incastrarli. Il tutto condito da particolari gustosi come quella testimonianza, sia pure indiretta, di chi citava un incontro clandestino «in una bettola a Roma».

Invece no. L’intercettazione non c’è. L’incontro tra i due non è provato. Resta soltanto il gran daffare del faccendiere Carlo Russo, l’amicone di Scandicci, uno che prometteva mari e monti, ma è tutto da dimostrare che operasse per conto del «babbo».

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E infatti, puntualmente si fa sotto l’ avvocato di Tiziano Renzi, Federico Bagattini, che gongola: «È una notizia positiva. Mi dispiace per il capitano del Noe, ma se c’è un falso è normale che ognuno risponda di quello che poi risulterà aver fatto». Agli occhi dell’avvocato è evidente che la posizione del suo assistito cambia. «Un altro apparente indizio se ne va. Oltretutto era un indizio che si mostrava anche illogico, perché si parlava di “ultima volta” quando invece, come dire, nell’indagine “ballava” un solo incontro, non più incontri. Ora si aspetta solo l’archiviazione».

Come sia andata con questo ufficiale del Noe, si capirà soltanto in seguito. Se ha commesso un errore marchiano. Se ha giocato la voglia di chiudere un’inchiesta eclatante. Oppure, peggio, se fosse mosso da un intento politico. Certo, riletta con il senno di poi, appare troppo enfatica la sua prosa. Scriveva: «Questa frase assume straordinario valore e consente di inchiodare alle sue responsabilità il Renzi Tiziano». E la frase non era vera. Peggio: che la frase incriminata l’avesse proferita Bocchino e non Romeo, i sottoposti del capitano del Noe l’avevano scritto correttamente. Lo scambio di nomi – scoperto con disappunto da altri carabinieri, dipendenti dal Nucleo provinciale di Roma – avviene nell’informativa finale, che è la sintesi che si predispone per il magistrato.

Ancor più grave, è la seconda omissione. Nei giorni del 20 ottobre 2016, del 22 ottobre e ancora del 21 novembre, due sottufficiali del Noe avevano interrogato la banca dati del Pubblico registro automobilistico e avevano scoperto che un certo signore visto sotto gli uffici romani di Romeo era un cittadino qualsiasi e non uno 007 che proditoriamente li spiava, come Scafarto sostiene nella sua informativa del 9 gennaio 2017.

Ma l’omissione permetteva di legare un presunto interessamento dei servizi segreti alle fughe di notizie, e chiudeva così un cerchio che portava fin dentro palazzo Chigi. «Emerge in modo chiaro ed univoco – scriveva il capitano – che personaggi del Governo Renzi, tra cui in particolare Luca Lotti (fidatissimo uomo di Matteo Renzi) e lo stesso ex Premier, sapessero di attività investigative sul conto di Consip… allarmante è la facilità con cui queste informazioni, che dovrebbero essere caratterizzate da assoluta segretezza, erano, di fatto, diventate oggetto di conversazioni nei ministeri e finanche nelle stanze della Presidenza del Consiglio dei ministri frequentate dal Lotti, quasi alla stregua di chiacchiere da bar».

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