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Ricordo delle Leggi razziali in epoca gialloverde
Cultura Sud - terza pagina

Epopea gialloverde: non è (ancora), ma potrebbe essere (ancora)

In questo particolare periodo storico dell’epopea politica italiana dominata dai gialloverde ma, ancor prima, da un crescente rigurgito di pensieri e comportamenti che riportano il pensiero a vecchia ma indimenticabile memoria, riceviamo, dal Prof. Giuseppe Vollono, una bella lettera con uno scritto di Paolo Longarini che volentieri pubblichiamo pur se ci ha ricordato una analoga (?) lezione segnalata da Laura Montanari su Repubblica del 28 gennaio 2011: “Classi solo per i fiorentini…” La prof simula le leggi razziali che, altrettanto volentieri, richiamiamo.

Ve lo dico subito, è lungo.
Altrettanto subito, chissene frega.
Scusate la franchezza, ma in un momento in cui il ministro dell’orrore si esprime e vomita odio con i contati caratteri di un tweet, io ho la necessità di raccontare, con tutto lo spazio necessario, il suo fallimento.
Sparare è un attimo, un secondo, quello necessario per l’esplosione ed è tutto finito. Il danno, sicuramente maggiore ed evidente, fatto con l’immediatezza della brutalità. No, io voglio parlare, ho bisogno di immagini come il pugno chiuso di Pertini, il sorriso di Rosa Parks, il viso sereno di Peter Norman mentre cambia la storia, ho bisogno di sentire fino in fondo il racconto del sogno di Martin Luther King, quello di Nonno Titta mentre cucinava il cane del comandante tedesco, le voci metalliche degli ufficiali nazisti secondo Liliana Segre.
Serve tempo per la memoria.
Servono persone.

Come Gregorio Cortez, nome di fantasia, professore di Geostoria nel liceo linguistico frequentato da Irene, la mia figlia più piccola. Non ho la possibilità di chiedergli il permesso per raccontare questa vicenda, preferisco quindi, almeno per il momento, rispettare la sua privacy. Magari in seguito.

Chiamata mentre sono a lavoro.
Irene Cell.
Ovviamente mi preoccupo, rispondo senza badare alle persone davanti a me.
“Tesoro, che succede?”
“Nulla, ma devo raccontarti una storia. Quello che oggi è successo in classe”.
E inizia.
Parla lei.

Ero seduta al banco e aspettavo, come tutti gli altri. Le solite chiacchiere, chi parla di ragazzi, chi di musica sempre più assurda, chi dei problemi con i propri genitori, quando ecco che entra il professore. Aveva una faccia diversa dal solito, non riuscivo a capire perché, sembrava felice e preoccupato insieme, nervoso ma deciso. Si siede alla cattedra, strano anche questo, visto che preferisce fare lezione in piedi.
“Ragazzi, devo leggervi una circolare, fate silenzio”
Non è stata certo la frase, ne ha lette tante altre da quando è iniziato l’anno, ma stavolta tutti hanno capito che c’era qualcosa di diverso. E avevamo ragione. 
Si sistema gli occhiali, schiarisce la voce.
“Con effetto immediato, da oggi, 16 ottobre 2018, in tutte le scuole italiane…”
E si ferma.
Lo vediamo nervoso, si passa più volte la mano tra i capelli e sul viso, non capiamo e vogliamo saperne di più: salta il campo scuola? Si è allagata la palestra? Che diamine succede, parli!
Lui invece si alza, si poggia contro la scrivania nella sua consueta posizione, butta ancora l’occhio sul foglio da cui stava leggendo e lo posa.
Prende aria, e finalmente parla.
“Tutti quelli che hanno i genitori stranieri, o anche un solo genitore straniero, alzino la mano”.
Ci guardiamo in faccia, le teste si girano velocemente nel cercare impossibili risposte nei visi dei compagni, chiaramente, nessuno sa e nessuno può sapere.
“Alzate le mani!” stavolta alza la voce, questo serve allo scopo.
14 braccia alzate.
Su 26 persone che compongono la prima E.
Mi giro e vedo le mani alzate di Margherita, africana, e Lu, cinese: si guardano intorno senza capire, spaventate ancora no ma certamente intimorite. Nella sorpresa generale c’è in alto anche la mano di Ludovica.
“Mamma è moldava…”
In classe ci sono solo quattro ragazzi. Uno di loro alza la mano e Sandro, vicino di banco con cui ha una bromance meravigliosa, trattiene il respiro.
“Polonia, la mia famiglia viene da lì, sono tanti anni ormai che siamo qui in Italia, io sono nato al San Filippo Neri…”
Quando tutte le mani sono alzate, il professore torna a parlare.
“Raccogliete le vostre cose, fate gli zaini e andate al terzo piano, lì troverete la vostra nuova classe, dove resterete per tutta la durata del liceo”
Immediatamente ci sono state due reazioni: lacrime e rabbia. La situazione non era chiara ma è come se vedi qualcuno a terra e cinque persone che lo prendono a calci, ti fai un’idea di chi abbia ragione e chi no. Quindi chiediamo spiegazioni, subito, vogliamo capire, dobbiamo capire cosa diamine sta succedendo, la rabbia aumenta per le lacrime dei nostri compagni, sia di chi deve andare via, sia di chi non vuole che l’altro o l’altra se ne vada.
“Silenzio! Fate silenzio! È fatto obbligo per chi non ha alzato la mano di non interferire e ASSOLUTAMENTE – e qui ha alzato la voce, ho sentito il maiuscolo – non devono più esserci contatti di nessun tipo tra voi e LORO, da ora e per tutti i prossimi anni scolastici. Così è stato deciso, avanti, sbrigatevi”

Apriti cielo.
La classe si divide tra chi abbraccia e chi resta impietrito, il professore non dice nulla.
Io mi alzo e vedo tanti altri che lo fanno, abbiamo la faccia da guerra e, cazzo, tutta l’intenzione di usarla. 
Facciamo un passo verso di lui, quando il professore alza le mani, sorride e invita alla calma.
“Calma ragazzi, calma”
La voce è totalmente diversa, il colpo non è passato e tanti ancora piangono ma nella sua voce c’è qualcosa, qualcosa che ci calma.
“Sapete che giorno è oggi?”
Ci guardiamo attorno, nessuno vuole essere il primo a rispondere banalmente “martedì”.
“Settantacinque anni fa, qui a Roma, c’è stato il rastrellamento del ghetto. Voi avete provato solo una minima parte di quello che sentirono centinaia di persone, molte di queste non furono solo trasferite in un altro piano, ma portate nei campi di concentramento e uccise barbaramente”
La tensione si allenta, alcuni compagni cadono letteralmente sulla sedia, gli abbracci sono più forti, Mario e Claudio ridono, piangono, si abbracciano, sputano a terra e ruttano, tutto il repertorio maschile, insomma.
“Ecco, voi avete reagito consolando i vostri compagni, chiedendo spiegazioni, stavate venendo qui da me belli carichi. Beh, tutto questo è bellissimo. E siete solo una prima. Ho fatto lo stesso in una quinta poco fa, e lì li ho fatti arrivare fino alla porta prima di fermarli. Due ragazzi hanno alzato la mano anche se prima non lo avevano fatto, mentendo sulla nazionalità dei genitori, la sorella di Franca – indica una ragazza che sta sempre sulle sue e parla pochissimo – mi è letteralmente saltata addosso e ha voluto leggere per filo e per segno la circolare, strappandola. Giorgio, un ragazzo della Sierra Leone stava preparando lo zaino quando si è alzata la sua ragazza e gli ha detto che se andava via lui sarebbe andata via anche lei. Tutti urlavano e i ragazzi rimasti indifferenti erano una risibile minoranza. Sapete cosa significa questo?”
“Che prima o poi se becca du’ pizze, professò?”, Lucia, come al solito, risponde da par suo.
“No. Che siete migliori di come vi raccontano. Che possono avere il consenso delle vecchie generazioni ma non il vostro. Non sapevate che giorno fosse oggi ma ne avevate comunque dentro di voi il significato, avete sentito l’ingiustizia nonostante tutto intorno a voi gridi di allontanare chi è straniero, chi è diverso secondo parametri tutti da stabilire, che l’integrazione è sbagliata. Nessuno di voi ha visto uno straniero: avete visto un amico o un compagno, e questo è bellissimo”
“Significa che c’è speranza, professore”
“Esatto, Mauro”
“Significa che se la pijano n’der culo e che nessuno ce deve da rompe er cazzo, professò, semo come er cavaliere nero!” 
“Lucia, anche meno”

La lezione è continuata sulle leggi razziali e raccontando l’olocausto, i campi, evocando nomi duri come Auschwitz.

Ecco, io vorrei ringraziare il professore di Geostoria di mia figlia. Vorrei ringraziarlo per essere così nonostante le migliaia di difficoltà che incontra, lui e tutti i suoi colleghi, nell’insegnare, nel formare, nel far crescere i nostri ragazzi nonostante tutti i paletti e le difficoltà messi da chi considera i professori un peso, da chi dice che fanno tre mesi di vacanza e lavorano mezza giornata. 
Lo ringrazio per il suo non arrendersi ed essere riuscito a far sentire la bellezza dell’amore, dell’unità.

Questa è la scuola che voglio per mia figlia.
Non mense separate, nessun noi contro loro.

Prof. Al primo consiglio di classe sarò quello con la maglietta “sei il mio eroe”.
Grazie. Davvero.

Ora e sempre, resistenza.

Paolo Longarini

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