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Accadde oggi, Anniversario del 2 luglio 1820
Cultura Sud - terza pagina

Anniversario del 2 luglio 1820: anteprima da “Quelli della pietra cupa”

Anniversario del 2 luglio 1820: un brano tratto, in anteprima, dal libro di prossima pubblicazione “Quelli della pietra cupa”: è storia, ma la storia insegna

Anniversario del 2 luglio 1820: anteprima da “Quelli della pietra cupa”

Il 2 luglio 1820, al primo sentore dell’alba, un gruppo di militari del Reggimento Reale Borbone Cavalleria si mosse senza ordini da Nola in direzione di Avellino. Li fiancheggiava  un prete a capo di un drappello di civili, imbracciavano le armi e gridavano, passando nei paesi addormentati o ai contadini che si recavano nei campi:

— Viva, paesani, allegri! Viva la libertà e la Costituzione! —

A Montesarchio trovarono una folla di gente e al grido “Viva Dio, Re, Costituzione!” tutti risposero applaudendo, i fedeli a Dio, i sudditi al Re, gli scontenti alla Costituzione. E quando le ore passarono e dal Consiglio del Re non giunsero ordini capaci di interrompere quel torrente in piena che andava ingrossandosi intorno ad Avellino, perfino ai dubbiosi  sembrò che quello che stava accadendo fosse santo e giusto.

L’entusiasmo dilagò nelle province, nello stesso giorno toccò Foggia e Lucera. Era una cosa inaudita: era un moto di libertà e non c’era nessun francese in giro che venisse a regalarcela.

I soldati che marciavano alla testa della popolazione pagavano le vettovaglie di cui avevano bisogno, non requisivano nulla, andavano al popolo come fratelli. Nessuno colpì, nessuno  soffrì.

Un altro reggimento si mosse da Nocera; un battaglione della Guardia Reale mandato a combattere gli insorti posò le armi davanti a loro. Nei quartieri militari da Foggia a Castellammare  si levò il grido: “Viva Dio, Re e Costituzione!”.

Quattro giorni durò il delirio. Il 6 luglio fu pubblicato un editto del Re:

“Alla nazione del regno delle due Sicilie. Essendosi manifestato il voto generale della nazione del regno delle due Sicilie di volere un governo costituzionale, di nostra piena  libertà consentiamo, e promettiamo nel corso di otto giorni di pubblicarne le basi. Sino alla pubblicazione della costituzione le leggi veglianti saranno in vigore. Soddisfatto in questo modo al voto pubblico, ordiniamo che le truppe ritornino ai loro corpi,  e ogni altro alle sue ordinarie occupazioni. Ferdinando”.

Subito dopo il re, lamentando malanni ed acciacchi, cedette al figlio come suo vicario la guida del governo.

L’indomani avevamo già la Costituzione, copiando pari pari quella che  da poco un moto analogo aveva ottenuto in Spagna.

La firmò il vicario, la firmò il re in persona.

Dispacci giunsero dappertutto, portati da staffette che cavalcarono ventre a terra, e immediatamente i comandanti militari convocarono i sindaci dei Comuni e i preti furono chiamati  di corsa a cantare il Te Deum nelle chiese principali e le donne furono spedite in gran fretta a confezionare bandiere e coccarde.

Su tutte le piazze, in quella torrida estate del 1820, furono issati i tricolori neri, rossi e celesti della Nazione costituzionale.

Il 13 luglio, nella chiesa della reggia, il vecchio Ferdinando durante la messa, alla presenza dei ministri, dei cortigiani e dei rappresentanti del popolo, stese la mano sul Vangelo  e con voce chiara disse:

“Io Ferdinando Borbone, per la grazia di Dio e per la costituzione della monarchia napoletana re, col nome di Ferdinando I, del regno delle due Sicilie, giuro in nome di Dio e  sopra i Santi Evangeli che difenderò e conserverò… (e qui seguiva il principio della costituzione). Se operassi contro il mio giuramento, e contra qualunque articolo di esso, non dovrò essere ubbidito, ed ogni operazione con cui vi contravvenissi, sarà nulla  e di nessun valore. Così facendo, Iddio mi aiuti e mi protegga; altrimenti, me ne dimandi conto”

Poi il vecchio re, fissando la croce, aggiunse spontaneamente:

“Onnipotente Iddio, che collo sguardo infinito leggi nell’anima e nell’avvenire, se io mentisco o se dovrò mancare  al giuramento, tu in questo istante dirigi sul mio capo i fulmini della vendetta “.

Non cadde alcuna saetta e lui pianse. Pareva che stesse piangendo di commozione, ma era di sollievo.

Alla fine dell’inverno arrivò un ordine del principe Francesco che reggeva la monarchia al posto di suo padre il re. Diceva dunque il principe che in perpetuo il 7 luglio, data  della concessione della Costituzione, sarebbe stato festa, con Te Deum e discorso dell’ecclesiastico più alto in grado. Solo per quell’anno la solennità si sarebbe celebrata la prima domenica di marzo. Ma non si fece a tempo.

I sovrani d’Europa si erano riuniti preoccupati per questa faccenda della Costituzione che non era per niente, a loro parere, una bella cosa e avevano chiamato anche il re Ferdinando.

Il vecchio che il 13 luglio aveva pianto giurando la Costituzione volle andare, disse, per difendere il nostro patto politico. E andò. Subito dopo mandò eserciti austriaci a marciare  sulle nostre frontiere contro di noi. Il re, ben protetto dall’esercito austriaco, tornava a spezzare il patto giurato con il suo popolo.

In quella primavera del 1821 le previsioni dei vecchi si avverarono: il mondo non cambia.

 Aurora Del Monaco / Redazione Campania

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