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Castellammare, lo sfogo di Bobbio: “Maledico il giorno in cui decisi di essere sindaco di una città malvagia e malata”

Lo sfogo dell’ex sindaco di Castellammare di Stabia, Luigi Bobbio dopo la sentenza

L’ex sindaco di Castellammare di Stabia, Luigi Bobbio a poche ore dalla sentenza emessa dal Tribunale di Torre Annunziata il 19 marzo 2018, che lo ha condannato per corruzione e atti contrari ai doveri d’ufficio, ha pubblicato il suo pensiero su Facebook. Un commento senza mezzi termini, in cui sottolinea: “Non abbasserò mai lo sguardo né il capo perché so quanto la condanna sia ingiusta e infondata e conosco ovviamente la mia innocenza. La sentenza, come la precedente, verrà giustiziata in appello”.   Esprime dure parole contro Castellammare: “Maledico il giorno in cui decisi di essere sindaco di una città malvagia e malata”. Bobbio termina il post con un messaggio spegne le polemiche politiche: “Non avevo alcuna intenzione di ricandidarmi come sindaco!”

Questo il post integrale pubblicato dall’ex sindaco Luigi Bobbio

 “Pochi minuti fa ho appreso che si era consumato il secondo episodio del calvario giudiziario che si sta svolgendo, ormai da sei lunghi anni, negli uffici giudiziari di Torre Annunziata. Mi è stata inflitta oggi, giorno di San Giuseppe, in primo grado, una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione nientemeno che per il delitto di corruzione, che avrei commesso quando ero sindaco di Castellammare nel lontano 2010.
Lo dico io prima che lo si possa leggere dai giornali, perché non ho timore né vergogna per qualcosa che non ho mai fatto e per una sentenza ingiusta e immotivabile, in insanabile conflitto e contrasto con i fatti e con le prove. Lo dico io perché provo per questa sentenza, da giudice e da giurista, dispiacere per chi l’ha pronunciata.
Ai lettori più tecnici non sfuggirà che una condanna a un anno e quattro mesi, a fronte di una richiesta del PM di tre anni e sei mesi, senza generiche, è la classica mezza misura di coloro che ti “devono ” condannare ma senza crederci.
Non abbasserò mai lo sguardo né il capo perché so quanto la condanna sia ingiusta e infondata e conosco ovviamente la mia innocenza. La sentenza, come la precedente, verrà giustiziata in appello. Ma profonda e lacerante è l’amarezza, il senso di ingiustizia di un cittadino italiano che ormai deve arrendersi di fronte all’evidenza che per lui i processi, la Giustizia, saltano il primo grado e cominciano in appello. Ancora una volta stasera mi interrogo per cercare di spiegarmi da cosa nascano tanto accanimento e avversione, spinti a un tale livello da indurre dei magistrati a stravolgere persino il senso comune e i percorsi razionali, in qualche misura prevedibili, di un sano e corretto argomentare giudiziario. Sono una roccia, ma stasera per un lungo momento ho temuto che fossero per la prima volta riusciti a spezzarmi. Ho anche vagheggiato il peggio Ma, come al solito, la ribellione all’ingiustizia, la feroce determinazione a reagire hanno prevalso in me. Ho guardato mia figlia, mia moglie. Ho deciso di continuare a battermi. Ma per la prima volta ho compreso i tanti che hanno mollato e si sono arresi. Ancora una volta passerò indenne e indifferente tra titoloni di gazzette e maldicenze. Chi mi conosce e mi stima farà come me. Degli altri, sinceramente, me ne strafotto.
Maledico il giorno in cui decisi di essere sindaco di una città malvagia e malata, soggetta per di più allo sguardo occhiuto o compiacente, secondo i casi, di un ufficio giudiziario che, oggi posso dirlo, non stimo. Malgrado ciò, però, ho la tranquillità e la serenità di poter comunque dire che non odio né avverso alcuno, né persona fisica né ufficio. Attendo il momento della Giustizia nella consapevolezza che anche questa dolorosa esperienza sta contribuendo a fare di me un magistrato migliore. Certamente meno peggio di troppi altri.
Ah, comunque, chi lo temeva non si preoccupasse: non avevo alcuna intenzione di ricandidarmi come sindaco! Intelligenti pauca”.

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