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Sud - cronaca

Napoli, anche a Natale gli ammalati del Loreto Mare ricoverati sulle barelle

Stavolta non ci sono formiche
“Mio nonno ha 80 anni, lo hanno messo su una barella, non gli davano neppure una coperta e ci hanno detto che se volevamo un cuscino dovevamo portarlo da casa”. È Natale oggi ma è anche un giorno terribile per chi, ahilui, è costretto ad affidarsi, si fa per dire, alla sanità campana.
Stavolta non c’entrano le formiche, stavolta è solo la vecchia conosciuta storia dei posti letto che mancano, del personale sanitario carente e di pazienti in balia di tutto questo. E hai voglia a negare: è esattamente così. È accaduto ancora quando l’80enne A. D. L. – “Meglio non dire il nome di mio nonno per intero, è ancora in ospedale”, dice la nipote, che lavora nel settore medico e che denuncia i fatti – ha chiamato l’ambulanza nella notte tra il 22 e il 23 dicembre scorsi perché non riusciva a respirare. Dopo 20 minuti è arrivata l’ambulanza che lo ha soccorso subito e portato all’ospedale Loreto Mare di Napoli. L’anziano è affetto da cardiopatia e la crisi respiratoria che ha avuto è conseguenza dell’aggravarsi del versamento cardiaco che ha al quale si è aggiunta una probabile forma bronchiale. È stato ricoverato nel reparto di medicina al terzo piano del nosocomio di Via Marina, se essere messo in un corridoio insieme agli altri malcapitati pazienti può considerarsi un ricovero, è chiaro.
È solo a causa della grave insufficienza respiratoria che ha, che viene poi messo, sempre in barella, in una camera che aveva già i quattro posti letto occupati, poiché solo in camera c’era la fonte di ossigeno a muro di cui aveva bisogno.
“All’inizio non gli avevano fornito neanche una coperta. Mia zia ha insistito per ore, almeno per coprirlo”, racconta ancora la nipote che spiega: “Per mio nonno stare in barella è pericoloso: è stato prescritto proprio dai medici di fargli mantenere la posizione semi-seduta del letto, che serve per facilitare la respirazione. Ma sulla barella è impossibile perché si scivola. Perciò sono andata nella sala infermieristica a chiedere spiegazioni ma mi hanno detto che ovviamente i letti non ci sono. Allora ho chiesto un cuscino, che poteva essere utile per evitare che scivolasse. Mi hanno detto che se vogliamo un cuscino, dobbiamo portarlo da casa”. Insomma, il paradosso della malasanità non ha confini, anche se la ragazza, come spesso succede, precisa che non è colpa del personale, che anzi lavora in condizioni assurde: “Mi chiedo come sia possibile che nel 2018 noi napoletani dobbiamo assistere ancora a uno scempio del genere, scene che neanche negli ospedali da campo sono ammissibili. Mi chiedo come sia possibile pensare di lasciare per tutta la permanenza del ricovero un paziente su una barella con un materassino di 3 cm sul quale non vorrei passarci neanche un’ora del mio tempo e come sia possibile pensare che una persona debba essere assistita in corridoio, insieme ad un’altra decina di malcapitati, e trasformare così in pochi secondi il concetto di privacy in un concetto astratto. Senza tenere ovviamente conto della dignità della persona o delle norme giuridiche quali normative sulla sicurezza o normative anti-incendio. Così non è possibile garantire uno standard minimo di decenza e pulizia con un solo servizio igienico provvisto di 2/3 wc per tutti i degenti”, lo sfogo della giovane.
“Stai a Napoli, cosa pretendi?”, ciò che si è sentita rispondere e a cui non si può neppure ribattere nonostante tutta la rabbia e la frustrazione per aver lasciato un mio familiare in quelle condizioni, nei giorni di Natale. Un Natale che per qualcuno somiglia molto di più ad un inferno.
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