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Sud - cronaca

Condannati i datori di lavoro che hanno spinto l’operaio al suicidio

Condannati i datori di lavoro che hanno spinto l’operaio al suicidio

Giovanni Vano,elettricista di 54 anni, il 4 febbraio del 2010 si toglieva la vita nel Bosco di Capodimonte, esasperato dalle condizioni di lavoro in cui lo costringeva da 23 anni la ditta di Pomigliano per cui lavorava. Con queste ultime parole, scritte poche ore prima di compiere al gesto estremo, Giovanni ha lasciato questa vita: «Mi hanno ricattato. O mi porti i documenti o non c’è lavoro. Mi volevano dare 150 euro di assegni familiari e non la liquidazione. Tutto perso, perché dicevano che non potevo denunziarli perché non avevo prove…».

Il biglietto scritto a mano fu rinvenuto nella tasca dei pantaloni e quelle righe cariche di dolore e amarezza, dove Vano ripercorreva la sua odissea di precario trascinata per quasi un quarto di secolo e giunta a un bivio per lui drammatico, hanno dato la stura al processo che si è concluso con la condanna dei due datori di lavoro per l’ipotesi di tentata estorsione. Il verdetto è stato emesso dal giudice del tribunale di Nola Anna Tirone, che ha inflitto la pena di un anno e quattro mesi ciascuno agli imprenditori pomiglianesi Gennaro e Antonio Criscuolo, all’epoca dei fatti rispettivamente legale rappresentante e amministratore della ditta “Lucifesta group srl”. Il giudice ha condannato gli imputati anche al risarcimento del danno alla moglie e ai figli dell’operaio, che si erano costituiti parte civile con l’assistenza degli avvocati Andrea Imperato e Carmine Di Somma, riconoscendo anche una somma a titolo di provvisionale.

I Criscuolo (ai quali sono state concesse le attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena) hanno sempre respinto energicamente le accuse. La difesa prepara ricorso in appello contro la condanna. Nella ricostruzione dei legali di parte civile, dopo aver lavorato per 23 anni senza alcuna formalizzazione del rapporto, né dal punto di contributivo né previdenziale, agli inizi del 2010 Vano si era visto proporre la regolarizzazione, sottoposta però ad alcune condizioni, vale a dire la rinuncia a tutti i diritti previdenziali e alla liquidazione maturati fino a quel momento. Se non avesse accettato, nella ditta non ci sarebbe stato più posto per lui. In udienza, la moglie dell’elettricista ha raccontato che il marito «non riusciva ad accettare la condizione imposta dal datore di lavoro» e che per questo negli ultimi giorni era profondamente turbato. La sera prima di uscire di casa per l’ultima volta, Vano aveva raccontato alla moglie di aver incontrato nuovamente i Criscuolo e le aveva detto che «ormai non c’era nulla da fare, era finita, non volevano riconoscergli nulla».

Durante il processo è stata sentita anche una sorella dell’elettricista. A lei, l’uomo aveva riferito che alla sua richiesta delle spettanze per i 23 anni in nero, gli sarebbe stato risposto con queste parole: «Quelli te li devi scordare, se ti conviene è bene, altrimenti puoi andare via, nessuno ti mantiene». Una situazione che ha finito per gettare l’uomo, unico sostegno per la famiglia e per i suoi due figli, nella disperazione. Sin dal principio, i magistrati hanno escluso collegamenti fra la condotta contestata ai titolari e il tragico gesto dell’operaio. L’aver prospettato l’interruzione del rapporto di lavoro per costringere l’elettricista ad accettare condizioni illegittime ha spinto però la Procura a ipotizzare un tentativo di estorsione. Il giudice ha condiviso questa tesi. Per la famiglia dell’operaio, un primo spiraglio di luce dopo sette anni di dolore.

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