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Nord - sanità

Milano, “la raccolta dei tappi per finanziare gli studi sui linfomi”: al Niguarda la ricerca è fai da te. BRUNELLA GIOVARA*

Con 170 tonnellate si paga il contratto della genetista Alessandra Trojani che ha ingaggiato una battaglia contro la malattia di Waldenström. Succede nella ricca sanità della più ricca regione d’Italia che stanzia per la spesa sanitaria oltre 18 miliardi l’anno

State per buttare la bottiglietta di minerale? Fermatevi un attimo lì. Svitate il tappo e mettetelo in tasca, perché quel tappo è prezioso, in Lombardia una tribù di qualche migliaio di persone raccoglie tappi a manetta e con 170 tonnellate di tappi l’anno ci pagano il contratto di una ricercatrice, Alessandra Trojani, che a Niguarda studia i linfomi maligni, e in particolare la malattia di Waldenström. Succede nella ricca sanità della più ricca regione d’Italia, che stanzia per la spesa sanitaria oltre 18 miliardi l’anno.

Eppure non ha 26mila euro per la Trojani. Che pure nel suo laboratorio di Ematologia, alla palazzina 14 della cittadella Niguarda a Milano, continua a lavorare serena, forte di quell’esercito di formiche che la sostiene, e raccoglie raccoglie, insacca, trasporta il carico fino alla Plasticarta di Lissone, che ritira, e paga. I tappi sono merce preziosa, riciclabile all’infinito. Polietilene e polipropilene, vale 200 euro alla tonnellata. Perciò si cercano tappi di bibite, detersivi, succhi, latte, dentifricio. Cento punti di raccolta in Lombardia, che sono poi asili, scuole, aziende, banche, privati raccoglitori.

Milano, "la raccolta dei tappi per finanziare gli studi sui linfomi": al Niguarda la ricerca è fai da te

La stessa Trojani, che ha 50 anni ed è biologa genetista (laurea a Genova, studi al Max Planck Institute e San Raffaele), va nelle scuole e spiega ai bambini perché bisogna riciclare e – con delicatezza – spiega anche a cosa serve tutto questo gioco: “Racconto come funziona una cellula malata con disegni e cartoon: la cellula si rompe, ed ecco il pesciolino con il termometro in bocca. Ragionamenti semplici insomma, ma precisi, utili a fargli capire qual è il meccanismo della malattia “.

E capiscono? “Assimilano tutto, magari uno di loro prenderà il mio posto qui. Poi ci sono le sorprese: la bambina di 8 anni che mi chiede se da certe malattie si può guarire… lì ho intuito che doveva essere malata, e infatti ha la fibrosi cistica. Quella volta ho imparato molte cose”. I bambini, va detto, sono formidabili cacciatori di tappi, capaci di mettere sotto genitori nonni e parenti, poi di farsi accompagnare a scuola dal papà e riversare trionfanti il bottino, già pensando al prossimo carico. “E meno male che ci sono questi bambini, sennò noi non saremmo qui”.

“La ricerca costa cara”, dice Enrica Morra, luminare dell’ematologia, già primario a Niguarda, ora coordinatore scientifico della Rete ematologica lombarda e presidente di una piccola associazione indipendente, Ams, Associazione malattie del sangue, fatta di pazienti, medici, gente guarita che vuole dare una mano, e che è il motore di tutta questa faccenda. “Il dipartimento di Ematologia non ha rapporti con l’università, quindi non accediamo ai fondi per la ricerca, quindi ci autofinanziamo “. Qui la fantasia non ha limiti, e lo sa bene la professoressa Morra, che quando è arrivata in questo ospedale, anno 1994, si è trovata “un reparto con 16 letti e due bagni. Un posto dove si veniva a morire”. Ricerca? Zero. “Ma la ricerca non ha valore economico. Va fatta, punto. Mi sono ritrovata, in uno degli ospedali più grandi d’Italia, in un reparto così povero per una realtà come Milano. Che vergogna”.

Milano, "la raccolta dei tappi per finanziare gli studi sui linfomi": al Niguarda la ricerca è fai da te

Soldi, trovare soldi. Per i letti nuovi, per rifare le camere (sterili, finalmente), per i laboratori. “I primi soldi veri ce li ha dati una banca nel 2003, ci ho fatto il primo laboratorio”. Poi ci sono le donazioni dei pazienti guariti, quelli delle famiglie di chi è morto. Poi gli eventi, spettacoli concerti maratone. Fundraising creativo, ed ecco che l’Ams decide di raccogliere i tappi. Perché servono tantissimi soldi per studiare e curare le forme tumorali del sangue, cioè leucemie, linfomi e mielomi. Poi ci sono le aplasie midollari, le malattie dell’emostasi e della coagulazione, e le anemie. Quindi cene di autofinanziamento, appelli ai Rotary, e telefonate alla disperata, “come quella di una delle mie infermiere, una sera che ero giù perché non avevo più soldi. “Chiamo quel signore che è poi guarito…”. Ha risposto: 25mila euro subito, altrettanti per i 5 anni a venire”.

“Sa quanto costa un reagente chimico per processare le cellule? “, domanda la Morra. No. “Dai 100 ai 300 euro”. E questo Gene-Chip che la Trojani tiene in mano come un portachiavi (dentro c’è tutta la collezione del Dna sano)? 380 euro. E questa macchina Affymetrix, grossa come una stampante, capace di interrogare tutti i 44mila geni? “Questa costa 500mila euro, però ce l’ha regalata la Regione. Li ho stressati a tal punto che l’assessore, non mi ricordo chi fosse, ha detto vabbè, gliela compriamo”. Perciò raccogliete, gente. Ora sapete che questa non è una leggenda metropolitana.

*larepubblica

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