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Nord - politica

La mafia in Lombardia c’è e se ne deve parlare

L’interessante incontro dello scorso 15 maggio ha messo in luce la situazione di un Lodigiano non più isola felice

Mercoledì 15 maggio in sala consiliare si è parlato della presenza mafiosa nel Lodigiano. Una serata, fortemente voluta da Annamaria Laguardia, per trattare un argomento che, a causa degli ultimi fatti di cronaca, ha cominciato a smuovere violentemente certe coscienze.

A mediare la serata Ferruccio Pallavera, direttore de Il Cittadino. Nella sua introduzione alla serata, Pallavera ricorda quando anni fa i nostri procuratori della Repubblica dipingevano Lodi come un’isola felice, priva di infiltrazioni mafiose. «Solo recentemente il procuratore Spataro, che lasciò Milano per venire a Lodi, sottolineò con attenzione che la situazione più tranquilla è quella che ospita personaggi con la p maiuscola».

La prima a prendere la parola è Monica Forte, Presidente della Commissione Antimafia Regione Lombardia. «La Commissione che rappresento è nata da poco, per via della resistenza ad ammettere che in Lombardia ci fosse la mafia. Per anni una certa politica diceva la nostra regione era esente da infiltrazioni mafiose. Una dichiarazione smentita dai maxi processi organizzati in Lombardia negli anni ’90, molto simili a quelli che si svolgevano a Palermo».

«Il caso di Meleti ha certamente risvegliato dal torpore» commenta Forte. Meleti, comune della provincia lodigiana di 446 abitanti è stato protagonista, suo malgrado, di un caso di traffico illecito di rifiuti.

«Non possiamo parlare di caso isolato, tanto che la Direzione distrettuale antimafia non crede che gli incendi siano isolati l’uno dall’altro. Non stupiamoci se la mafia punta su il traffico illecito di rifiuti, poiché si lega perfettamente a una delle attività più redditizie per loro, ossia il riciclo del cemento. Il processo è tanto semplice quando ben calcolato: il primo passo è l’acquisto del terreno, poi ci sono le escavazioni, la terra scavata viene impiegata per produrre calcestruzzo, il buco creato viene riempito di rifiuti presi da un imprenditore (non incolpevole) e infine si costruisce. E i rifiuti scompaiono».

Ma ormai la mafia ha allungato le mani anche su altri settori, tra cui quello del turismo (il turismo del lago è fortemente segnato da infiltrazioni mafiose), del divertimento notturno e dello sport. Anche la sanità non è esente, e per la Lombardia non possiamo non citare il caso eclatante della farmacia Caiazzo coinvolta in un mercato parallelo di farmaci.

«Un aspetto che spesso non prendiamo sufficientemente in considerazione è che la criminalità organizzata sottrae denaro e mette a rischio l’economia legale».

Selene Pravettoni, Consigliere Segretario Commissione Antimafia Regione Lombardia, nel suo intervento cita l’Osservatorio sulla criminalità organizzata (Cross) dell’Università Statale di Milano che ha realizzato un rapporto di “Monitoraggio della presenza mafiosa in Lombardia” dal quale sono emerse le specificità della mafia del Nord, molto diversa da quella del Sud Italia. Infatti nel  Nord Italia si prediligono i piccoli centri, più facilmente penetrabili.

Il rapporto ha fatto emergere dei dati allarmanti. Ad esempio, nel 2010 si è passati da 74 casi di spaccio di droga in Lombardia a 114 nel 2016. Per quanto riguarda invece le estorsioni, nel 2010 erano 18 mentre nel 2016 ben 62.

L’ultimo intervento è di Gian Antonio Girelli, Presidente Commissione Carceri regione Lombardia e membro della Commissione Antimafia. «Vi è una diffusa mancanza di consapevolezza che caratterizza il nostro territorio» esordisce Girelli. «Ne è un esempio la poca conoscenza della vicenda dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, nominato commissario liquidatore della Banca Privata Italiana e delle attività finanziare del banchiere siciliano Michele Sindona ucciso nel luglio del 1979 a Milano» .

«Sappiamo che la mafia oggi sta investendo molto in quella zona grigia dell’economia. Dal movimento terra fino ad arrivare allo stoccaggio dei rifiuti, sanità e infine turismo. Ora ne sappiamo di più rispetto a una volta, ma stiamo facendo di più? Io direi di no».

Girelli Parla di un contrasto che deve partire dal “far rete”, o meglio, fare nodi. Un contrasto che deve eliminare una certa mentalità retrograda che vuole la mafia come fenomeno di costume.

«Parlare di mafia in serate come questa non significa però credere che la mafia sia solo una questione che riguarda il direttore di un giornale o un avvocato. Chi ha lottato contro la mafia è sempre rimasto da solo. Dalla Chiesa, Don Pino Puglisi, Falcone, Borsellino. Tutti eroi che in vita sono stati lasciati soli. Non dobbiamo più pensare che la mafia sia qualcosa che non ci riguarda. Caterina Chinnici, figlia del Magistrato Rocco Chinnici assassinato a Palermo nel 1983 da Cosa Nostra, mi racconta sempre quanto fosse solo il padre durante la sua lotta alla mafia. Sotto casa lo aspettava sempre la macchina con la scorta e lui sapeva quanto fosse pericoloso avvicinarsi, tanto che non voleva che nessuno della famiglia lo accompagnasse alla macchina. Ma ad aprirgli la portiera c’era sempre Stefano, il custode del palazzo. Sapeva quanto il magistrato stesse facendo per la Sicilia e per il nostro paese, e il solo aprirgli la portiera era un modo per dirgli che in fondo non era solo. Quel 29 luglio del 1983 l’esplosione di una Fiat 126 imbottita con 75 kg di esplosivo pose fine alla vita del magistrato, della sua scorta e anche di quel portiere che tutte le mattine gli apriva la portiera dell’auto» conclude Girelli.

 

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Debora Vella

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