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Il Sole24ore ha stilato come ogni anno detta classifica
SICILIA

La classifica 2020 delle città più vivibili d’Italia. La Sicilia sempre in basso

Il Sole24ore ha stilato come ogni anno la classifica. L’Isola ancor in calce: emblematico del fallimento dei Governi regionali siciliani.

L’anno passato il nostro articolo titolava “17 Dicembre 2019 Qualità di vita, sei provincie siciliane agli ultimi posti”. Quest’anno 2020 con la 31esima indagine de Il Sole 24 Ore sul benessere nei territori va considerato che c’è una pandemia in corso sicché la diffusione dei contagi ha esercitato una pressione differente nelle varie regioni e città sui sistemi sanitari, sulle vite e sulla quotidianità delle persone. Tuttavia, indipendentemente da tale, seppure rilevante parametro, nel complesso la situazione regressiva (socio-economica-occupazionale-infrastrutturale) in Sicilia è analoga agli anni scorsi di conseguenza lo è la vivibilità che è compensata unicamente innanzitutto dall’impareggiabile clima e poi dalla moderata natura, bel mare, buona cucina, respirabile aria.

In sintesi la generale classifica delle città più e meno vivibili nel 2020.

Le prime 10 città per qualità della vita in Italia: Bologna (+13); Bolzano (=); Trento (=); Verona (+3); Trieste (=); Udine (+10); Aosta (-3); Parma (+2); Cagliari (+11); Pordenone (+3).

Le ultime 10 città per qualità della vita in Italia: Agrigento (+4); Ragusa (-19); Foggia (+5); Trapani (0); Catanzaro (-17); Enna (+1); Vibo Valentia (-1); Siracusa (-15); Caltanissetta (+1); Crotone (-1).

Palermo occupa l’89esimo posto, in risalita rispetto al 98esimo del 2019. Catania è 90esima, subito dietro al capoluogo, anche lei in risalita (97esima nel 2019). Messina è 91esima mentre nel 2019 occupava il 100esimo posto. Piccolo salto in avanti anche per Agrigento, che nella classifica del 2020 è 98esima mentre nel 2019 era al 102esimo posto. Stabile Trapani, alla stessa posizione per due anni di fila: posto numero 101. Ragusa, invece, è in forte discesa; la città, che occupa il 99esimo posto, perde 19 posizioni rispetto al 2019. Enna rimane negli ultimi posti, per quanto riguarda la classifica generale, ma guadagna una posizione: nel 2020 è 103esima.

Seppure si registra rispetto all’anno passato una relativa risalita nella classifica, ma dovuta prevalentemente all’effetto pandemia che ha colpito più pesantemente le città del Nord, come appresso argomentato, la sostanziale stagnazione in basso nella classifica delle città siciliane appare eloquente del cronico fallimento, inconcludenza e incapacità dei Governi siciliani che si sono succeduti negli ultimi decenni, in particole il penultimo di centrosinistra e quello attuale di centrodestra del Presidente Musumeci.

Gli elementi di valutazione sono stati: 1. Ricchezza e consumi; 2. Demografia e salute; 3. Affari e lavoro; 4. Ambiente e servizi; 5. Giustizia e sicurezza; 6. Cultura e tempo libero.

Come già accennato, la classifica ha dovuto tenere conto del nuovo coronavirus Sars-Cov-2 e della malattia che provoca la Covid-19 che hanno e stanno purtroppo ancora adesso, condizionando la vivibilità in molti centri.

Ad esempio ad essere penalizzato è soprattutto il Nord dove si registra la diffusione più elevata del virus in rapporto alla popolazione residente.

Le province lombarde hanno segno negativo, in peggioramento rispetto allo scorso anno, ad eccezione di Sondrio e Mantova. Colpita anche Milano – vincitrice sia nel 2018 sia nel 2019 – che perde 11 posizioni, dove cui pesa il crollo del Pil pro capite in base alle stime 2020, ma anche il nuovo indicatore sullo spazio abitativo medio a disposizione (con una media di 51 mq per famiglia).

Prima nella classifica generale di quest’anno c’è Bologna. La città guadagna 13 posizioni rispetto al 2019 e traina un po’ tutte le province dell’Emilia Romagna. Ben cinque su nove compaiono infatti tra le prime venti: oltre al capoluogo, Parma (8), Forlì Cesena (14), Modena (15) e Reggio Emilia (17).

E il nuovo Coronavirus ha determinato un atro fattore penalizzante, quello del crollo di turisti soprattutto dall’estero.

La crisi pandemica infatti ha penalizzato le aree metropolitane più turistiche, come Venezia (33ª, in calo di 24 posizioni), Roma (32ª, -14), Firenze (27ª, -12) oppure Napoli (92ª, -11). E della mancanza di turisti risentono anche le località di mare: peggiorano le province di Puglia e Sardegna (fatta eccezione per Cagliari e Foggia), Rimini (36ª, perde 19 posizioni rispetto allo scorso anno), Salerno, Siracusa e Ragusa.

In controtendenza solo la Liguria, tutta in miglioramento, dove addirittura Genova (19ª) celebra la riapertura dopo il crollo del ponte Morandi – a conferma che le infrastrutture sono un volano portante dello sviluppo – recuperando 26 posizioni. Resistono, invece, le province dell’arco alpino (a partire da Bolzano e Trento: salde sul podio, al 2° e 3° posto), ma gli effetti della seconda ondata di contagi, partita a ottobre 2020, e le restrizioni alla stagione invernale non sono ancora misurabili e si vedranno nl prossimo anno 2021.

Un’altra caratteristica di riferimento per la classifica, elemento tra l’altro mai come quest’anno tanto citato per via dello Smart working (il lavoro agile, in un certo senso obbligato, fatto da casa per via del contagio) è stata la digitalizzazione dei territori. E subito sono saltati evidenti i divari esistenti nel paese.

Tra i primi Firenze, premiata dall’indice di trasformazione digitale elaborato dal Forum della Pubblica Amministrazione, mentre Viterbo è in testa per il numero di Spid (Sistema Pubblico di Identità Digitale) erogate ogni mille abitanti, Monza per la quota di enti pubblici che si affidano alla piattaforma unica Pago Pa e, infine, Milano per l’incidenza di imprese che fanno ecommerce (commercio elettronico) sul totale. La distanza tra le prime e le ultime in queste dieci pagelle fa emergere i gap da colmare.

Quando però si arriva al Sud, emergono alcuni divari, ad esempio nella diffusione nei negozi di Pos per i pagamenti con carta: se a Rimini e Milano ce ne sono circa 10 attivi ogni 100 abitanti, a Barletta Andria Trani invece appena due. E nella penetrazione di internet veloce Sud Sardegna risulta la provincia meno “connessa”. Fa ben sperare, infine, il dato sui fondi europei per l’Agenda digitale spesi sul territorio: Bari e Potenza fanno da capofila con oltre 60 euro pro capite.

L’opinione.

Il genere al Sud e specialmente in Calabria e Sicilia, risaputamente: non si sanno spendere i fondi europei; il sistema digitale è ancora frammentato e incompleto; c’è scarsa attenzione politico-istituzionale per i rischi ambientali specialmente per le conseguenze idrogeologiche e costiere; è palese soprattutto nell’Isola, la carenza di infrastrutture, viabilità veloce, comunicazione ferroviaria e viaria interconnessa, svincoli autostradali; lampante poi il depauperamento boschivo specialmente causato da incendi e conseguente desertificazione per mancanza di trapianto di nuovi alberi.

Inoltre tiranneggiano: la tronfiaggine nella politica; l’accidia nel sistema pubblico; la farraginosità burocratica; la Giustizia lentissima; le imprese che conseguentemente devono rinunciare e smobilitarsi verso altre regioni; pertanto il sottosviluppo economico; la mancanza di lavoro; l’endemico bisogno; perciò la sottomissione al risaputo corrotto e clientelare sistema pubblico-politico regionale e comunale; l’asservimento allo scambio di voto sociale; al mercimonio; alla prostituzione interiore; al pagamento di mazzette o altro per gli appalti oppure per ottenere un posto pubblico anche precario o per accedere ad un sussidio; quindi la diffusione di abbandono scolastico; scivolamento verso la delinquenza; un certo consenso sociale alla criminalità organizzata (che, guarda caso, spesso la si ritrova nelle inchieste giudiziarie, insieme alle Istituzioni regionali e Comunali).

A tutto questo si aggiungano gli annosi Governi nazionali – e indipendentemente che le coalizioni siano stati di centro, destra, sinistra e ora in ultimo con il movimento – i quali appena si abbarbicano sulle poltrone, invocano (a parole) un piano per il Sud (e la Sicilia), guardandosi bene però dal rivedere le affastellate decennali norme, manierate e ingannevoli all’origine, che consentono forzosamente all’incancrenito sistema pubblico-politico di tenere sotto scarpa la gente comune, produttiva, operosa, privata e lavoratrice (che non è le “consulte giovanili” o i “comitati di quartiere” o le “circoscrizioni” o ancora i “municipi” periferici, poiché tutti di solito propaggini “democratiche” dei politici di turno nell’Ente locale), la quale non ha alcun strumento giuridico, snello, non costoso, efficace e di semplice comunicazione, per partecipare e controllare quanto meno il proprio Comune e di conseguenza a cascata, anche quello metropolitano e regionale (“4 Ottobre 2020 Si va a votare come “buoi” senza poi forzosamente contare nulla”).

Ma figurarsi se in questa (ipocrita) Nazione si vuole che il cittadino (non assoldato) s’impicci della dissimulata (e neanche tanto) “cosa nostra” costituzionale.

Insomma, il problema del Meridione e della Sicilia è sempre di tutta evidenza – almeno per chi ancora può e vuole vedere – rappresentato dalla incarnata “collettrice umana” politica-istituzionale-giuridica-burocratica-professionale-sindacale-associativa-familista che costituzionalmente domina nei Palazzi di Stato, Regioni, Enti e Comuni, la quale ha ormai infettato e assoggettato la società civile, riducendo quest’ultima a mera cortigianeria, propaganda o altrimenti all’omertà per vivere.

Si possono stilare tutte le classifiche di questo mondo, interpellare tutti i blasonati opinionisti e trasversali imbellettati luminari che pullulano i media e i Palazzi, ma se non si delibera nei Parlamenti, regionali e nazionali, un “vaccino” finalmente sicuro ed efficace contro il “virus” del deviato “totalitarismo pubblico-politico”, continueremo a stilare classifiche che nel concreto denunciano da sempre la necessità di un cambiamento senza che poi negli anni, in diritto e dunque in fatto, possa mutare nulla. Come se ne esce ?

Adduso Sebastiano

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