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La Polizia di Stato ha ricordato il poliziotto
Cronaca Sicilia

Ricordato il poliziotto Agostino e la moglie uccisi da mano ancora oscure

La Polizia di Stato ha ricordato il poliziotto Antonino Agostino e la moglie Ida Castelluccio, uccisi a Villagrazia di Carini (Pa) nel 1989.

Stamani, la Polizia di Stato di Palermo ha ricordato l’agente Antonino Agostino, scomparso per mano mafiosa, proprio il 5 agosto di 31 anni fa.

Il poliziotto e la moglie Ida Castelluccio furono uccisi sul lungomare di Villagrazia di Carini in provincia di Palermo, da sicari giunti in moto. Per uno strano gioco del destino, la morte, per mano mafiosa, raggiunse la coppia in una fase di estrema felicità della loro vita: a conclusione di un momento di convivialità familiare, i coniugi avevano appena comunicato ai parenti di aspettare un figlio.

Antonino Agostino fu raggiunto per primo dai colpi dei killer e morì quasi sul colpo, facendo scudo alla moglie. La donna, anch’ella colpita intenzionalmente, sarebbe deceduta pochi minuti dopo in un nosocomio cittadino.

La giovane coppia è stata ricordata nel corso di una formale cerimonia che si è tenuta sul lungomare “Cristoforo Colombo”, di Villagrazia di Carini, alla presenza di autorità Civili e Militari che hanno deposto una Corona di alloro sul cippo che sorge a pochi metri dal luogo ove i coniugi furono trucidati.

A seguire, è stata celebrata una Santa Messa presso la Cattedrale di Palermo che verrà officiata, congiuntamente, da Don Luigi Ciotti e da Padre Massimiliano Purpura, Cappellano della Polizia di Stato.

Della drammatica vicissitudine del poliziotto Antonino Agostino e la moglie Ida Castelluccio ci eravamo occupati in articoli di qualche anno addietro  “26 Febbraio 2016 Delitto Agostino, all’Ucciardone confronto all’americana fra il padre dell’agente ucciso e “faccia da mostro” e poi ancora in “3 Agosto 2017 Strage di Bologna : «Le mele marce dello Stato» e lo struggente racconto dei coniugi Agostino”.

Il 5 agosto 1989 Antonino Agostino, agente di Polizia alla questura di Palermo, era a Villagrazia di Carini con la moglie Ida Castelluccio, sposata appena un mese prima ed incinta di due mesi. La sorella Flora festeggiava i 18 anni e così Antonino andò insieme alla moglie al villino dei genitori sul lungomare Colombo a Villagrazia di Carini. Era l’occasione per Ida di comunicare alla sua amica Flora di aspettare un bambino. Le due erano legatissime; grazie a lei nel 1986 aveva conosciuto Antonino. Verso le 19:40, prima di andarsene, i due giovani coniugi andarono dal vicino per fargli vedere l’album di nozze. Improvvisamente arrivò una motocicletta con due persone; iniziarono a sparare: Antonino fece in tempo ad aprire il cancello e fare scudo alla moglie. Colpito da vari proiettili morì all’istante. Ida urlò che stavano uccidendo il marito e da terra li affrontò “vi conosco”. Uno dei due le sparò al cuore.

I genitori di Agostino, uditi gli spari, andarono a soccorrere il figlio e la nuora: Antonino era morto, Ida si trascinava verso il corpo del marito. La madre di Agostino, insieme ad un vicino, la portarono in auto all’ospedale cittadino (distante pochi chilometri). Ida morì pochi minuti dopo il ricovero. Il corpo del giovane poliziotto fu coperto dalla madre quando tornò dall’ospedale. Quel giorno, Agostino non portava armi addosso. La squadra mobile di Palermo seguì inutilmente per mesi un’improbabile “pista passionale”.

La notte della morte di Antonino Agostino e della moglie, alcuni ignoti riuscirono ad entrare nell’abitazione dei coniugi defunti e fecero sparire degli appunti che riguardavano delle importanti indagini che stava conducendo Agostino. Antonino Agostino stava indagando sul fallito attentato dell’Addaura: Il 21 giugno 1989 alcuni agenti di scorta trovarono su una spiaggia dell’Addaura un borsone contenente cinquantotto candelotti di tritolo. In quella stessa spiaggia si trovava la villa di Giovanni Falcone, obiettivo del fallito attentato. Sicuramente. Agostino aveva forse scoperto qualcosa di importante su quel borsone-bomba dell’Addaura e per questo sarebbe stato eliminato. Attualmente i mandanti e gli esecutori dell’omicidio di Agostino e della Castelluccio sono di fatto ignoti.

Vincenzo Agostino, il padre di Antonino, dal giorno del duplice omicidio non si è più tagliato la barba come forma di protesta contro l’occultamento della verità sulla morte del figlio e della nuora.

Agostino e la moglie, furono assassinati da due killer arrivati a bordo di una moto di grossa cilindrata, trovata bruciata dopo il delitto. Un caso rimasto irrisolto per anni. E che adesso fa intravedere una storia mai raccontata.

Non era solo un duplice omicidio legato a “questioni sentimentali”, come cercarono di archiviarlo i vertici della polizia di Palermo all’epoca. Per 31 anni Vincenzo Agostino, il padre della vittima assistito dall’avvocato Fabio Repici, ha chiesto la verità. Oggi la Dia crede di averla trovata. Un obiettivo difficile: gli uomini del generale Giuseppe Governale hanno dovuto lavorare tanto visto che negli anni sono stati sottratti documenti essenziali: alcuni, è stato accertato, furono distrutti durante una perquisizione eseguita dopo il duplice delitto.

L’accertamento dei fatti – scrivono – veniva altresì ostacolato dalla iniziale reticenza di vari soggetti informati della segreta operatività dell’Agostino nell’ambito di una struttura di intelligence, nonché dall’assenza di dichiarazioni di collaboratori di giustizia, indici entrambi del peculiare regime di segretezza che aveva caratterizzato l’ultimo segmento di vita della vittima e le ragioni della sua soppressione che dovevano restare occulte anche all’interno di Cosa nostra”.

Secondo gli investigatori Agostino, ufficialmente poliziotto della sezione Volanti del commissariato di San Lorenzo, assolveva anche ‘mansioni coperte‘. Sulla carta era stato inserito in un gruppo che dava la caccia di latitanti di mafia di spicco. Che Agostino fosse stato assassinato perché in realtà come lavoro cercava i boss di Cosa nostra lo aveva ipotizzato per la prima volta la Procura di Palermo, con le indagini di Vittorio Teresi, Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia.

“Lui ed Emanuele Piazza cercavano latitanti” ha detto in una delle sue deposizioni il pentito Vito Galatolo. Una rivelazione che in passato era stata fatta anche dal collaboratore – poi assassinato – Luigi Ilardo. E infatti già da alcuni anni gli investigatori hanno lavorato ad una traccia che collega la morte di Agostino a quella di Piazza, ex agente di polizia, ex assicuratore, collaboratore dei servizi segreti sotto copertura, scomparso senza lasciare tracce dalla sua casa di Sferracavallo il 16 marzo del 1990. A ucciderlo, ha scoperto anni fa l’ex Pm Di Matteo, fu Cosa nostra.

Per la Dia, Agostino e Piazza lavoravano in un gruppo segreto – per così dire – di buoni e cattivi. Ai primi appartenevano i due giovani uomini uccisi entrambi nel giro di sei mesi. Dei secondi, invece, faceva parte Giovanni Aiello, alias Faccia da Mostro, il killer col tesserino dei servizi in tasta indicato da diversi pentiti come il braccio armato dello Stato-mafia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90. Aiello fu pure indagato per il delitto Agostino, ma è morto d’infarto due anni fa mentre si trovava in spiaggia. Ovviamente ha sempre negato tutto.

Nella stessa “squadretta” c’era pure Guido Paolilli, considerato il “mentore” di Agostino. Ma alcuni anni fa fu intercettato dalla Procura nella sua casa di Montesilvano, in provincia di Pescara, mentre alla tv guardava un servizio in cui Vincenzo Agostino parlava del biglietto trovato nel portafogli del figlio. In quel pizzino c’era scritto: “Se mi succede qualcosa andate a cercare nell’armadio di casa”. Il commento di Paolilli davanti alla tv era il seguente: “Abbiamo distrutto una freca di carte”. Sono quelli i documenti svaniti dopo l’omicidio? Considerato uomo di Bruno Contrada, Paolilli ha sempre negato di aver pronunciato quelle parole: in passato la Procura di Palermo lo ha accusato di aver depistato le indagini.

Già a Pescara all’epoca del delitto, quello che era il “mentore” di Agostino venne richiamato a Palermo per indagare sull’omicidio dall’allora capo della squadra mobile, Arnaldo La Barbera. Anche quell’inchiesta fu subito indirizzata sul movente passionale. E dunque insabbiata.

Secondo la Dia fu proprio Paolilli a reclutare Agostino in quella “squadra segreta” che sulla carta serviva a cercare latitanti. In realtà, però, si occupava di altro. Doveva gestire complesse relazioni di tra alcuni uomini delle Istituzioni e il mondo di Cosa nostra.

“Le intercettazioni telefoniche – scrive la Dia – hanno dimostrato il coinvolgimento della struttura in alcuni importanti depistaggi“. Agostino, secondo la ricostruzione della Procura generale, se ne era accorto: aveva capito che non lavorava in un gruppo creato per cercare i boss nascosti. Anzi probabilmente quella squadra serviva allo scopo opposto: insabbiare la caccia ai latitanti. “E’ emerso da molteplici prove – prosegue la Dia – che Agostino aveva, nell’ultima parte della sua vita, compreso le reali finalità della struttura cui apparteneva (alla quale aveva offerto una pista molto seria – legata a familiari della moglie – per pervenire alla cattura di Salvatore Riina a San Giuseppe Jato), e se ne era allontanato poco prima del suo matrimonio, fatto che era stato posto a fondamento della decisione di uccidere lui e la moglie”. Questo gli costò la vita.

Le indagini sull’omicidio di Antonino Agostino e Ida Castelluccio sembrano trovare dopo 31 anni una svolta. La Procura Generale di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio dei boss Gaetano Scotto e Antonino Madonia. A questi nomi si aggiunge quello di Francesco Paolo Rizzuto, amico dell’agente ucciso. I primi due boss sono stati accusati di duplice omicidio, mentre l’amico di favoreggiamento aggravato. La coppia aspettava un bambino e furono freddati davanti al cancello di casa propria. Ad aprire il fuoco furono proprio i due killer arrivati sul luogo a bordo di una moto di grossa cilindrata, ritrovata successivamente parzialmente bruciata non lontano dal luogo del delitto.

Nel corso delle nuove indagini è emerso il nome di Francesco Paolo Rizzuto, detto “Paolotto”, che nell’anno 1989, ancora minorenne, era l’amico personale di Antonino Agostino. “Rizzuto, come risulta in atti della Procura, al momento del duplice omicidio si trovava sul posto e la notte precedente era con Antonino in una battuta di pesca – si legge nella nota della Direzione Investigativa Antimafia.

In seguito, i due avevano dormito presso l’abitazione estiva degli Agostino a Villagrazia di Carini. La mattina dopo, Agostino si sarebbe recato in ufficio, mentre l’amico Rizzuto si sarebbe attardato presso gli Agostino. In merito, è stato grazie alle tenaci investigazioni condotte dalla DIA di Palermo che è stato possibile raccogliere prove, attraverso attività tecniche riservate, che ora sono al vaglio del Gup, sul fatto che Rizzuto, in più occasioni, abbia dato delle dichiarazioni false, contraddittorie e reticenti in ordine a quanto accaduto nel giorno e nel luogo in cui fu commesso il delitto ed, in generale, su quanto a sua conoscenza.

Attraverso alcune intercettazioni risulta che lo stesso ha dichiarato ad un proprio congiunto di aver visto Agostino a terra sanguinante e di essersi sporcato la maglietta indossata piegandosi sul corpo ormai deceduto dell’amico, per poi fuggire buttando via l’indumento, precisando di non aver mai riferito tale circostanza quando venne sentito, poco dopo l’omicidio, dagli organi inquirenti”. Per tale motivo Francesco Paolo Rizzuto è ora indagato per favoreggiamento personale aggravato.

E dall’inchiesta della Dda di Palermo, prima che la Procura generale la avocasse, che sono emersi anche rapporti di Agostino con il giudice Giovanni Falcone nella fase in cui questi indagava sulla cosiddetta pista nera per l’omicidio del Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella.

Poteri occulti, mafiosi, uomini di Stato. Quello di Agostino, infatti, è un delitto che matura in quella zona grigia tra Cosa nostra e pezzi delle Istituzioni. Un quadro che gli uomini della Dia definiscono di “peculiare complessità, poiché ambientato nel torbido terreno di rapporti opachi tra componenti elitarie di Cosa nostra ed alcuni esponenti infedeli delle Istituzioni”. Non è un caso che tra i mafiosi accusati ci sia Gaetano Scotto, considerato il trait d’union tra Cosa nostra e i servizi segreti.

Al funerale di Agostino, ufficialmente semplice poliziotto delle Volanti, presenziò lo stesso Magistrato Giovanni Falcone, già tra i Giudici più famosi d’Italia. Come mai? Secondo il commissario Saverio Montalbano, che lo accompagnò, Falcone in quell’occasione gli disse “Questo è un omicidio contro di me e contro di lei“.

Adduso Sebastiano

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