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Cronaca Cronaca Sicilia

Arrestato il boss. Decideva anche i turni dei forestali (video)

Operazione contro il clan mafioso di Belmonte Mezzagno, un paese del palermitano teatro di recente di due omicidi e di un fallito agguato.

I Carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo di Palermo, coordinati dai Magistrati della Dda, hanno arrestato questa mattina Salvatore Tumminia, considerato il nuovo boss di Belmonte Mezzagno, un paese del palermitano, il mandamento dove nell’ultimo anno si è sparato e ucciso di più a Palermo: due omicidi e un tentato in meno di un anno, da quando l’ex boss Filippo Bisconti è stato arrestato e ha deciso di collaborare con i Magistrati. Al suo posto secondo gli inquirenti si era insediato Salvatore Francesco Tumminia già coinvolto nell’operazione Perseo, condannato a sedici anni per mafia e scarcerato poco tempo fa.

Le indagini erano scattate dopo gli omicidi di Vincenzo Greco, avvenuto il 19 gennaio 2019 e del commercialista Antonio Di Liberto, ucciso l’8 maggio. Il 2 dicembre scorso era miracolosamente scampato a un agguato anche Giuseppe Benigno, nei confronti del quale erano stati esplosi nove colpi di pistola. Nel corso dell’operazione scattata all’alba sono stati arrestati oltre al presunto capomafia Salvatore Francesco Tumminia, di 46 anni, anche Stefano Casella, 41 anni, Giuseppe Benigno, 45 anni e Antonio Tumminia, 50 anni.

Benigno, in particolare, dopo l’attentato subito, si era dato alla fuga trovando rifugio presso alcuni parenti a Piubega, comune in provincia di Mantova, dove è stato rintracciato dai Carabinieri e tratto in arresto. Le indagini hanno documentato come Benigno fosse un soggetto intraneo alla famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno che operava in contatto con i vertici del mandamento e della famiglia mafiosa facente capo a Salvatore Francesco Tumminia (e, prima dell’operazione Cupola 2.0, con Filippo Bisconti) occupandosi di estorsioni, e agevolando i contatti e gli incontri con gli appartenenti alle varie famiglie mafiose, nonché inserendosi nella risoluzione delle problematiche interne all’associazione.

Nell’inchiesta è stato ricostruito l’organigramma del clan di Belmonte Mezzagno: il capo, Salvatore Francesco Tumminia, aveva accentrato il potere nelle proprie mani gestendo il settore delle estorsioni, infiltrandosi nelle istituzioni sane della città e ponendosi quale punto di riferimento per i propri sodali e per i propri concittadini per la risoluzione delle problematiche più svariate.

Nelle carte dell’inchiesta c’è ad esempio la richiesta, formulata da un avvocato penalista al capo famiglia, di intervenire per fargli riscuotere un credito che da anni vantava nei riguardi di uno dei suoi assistiti. C’è la gestione di una controversia a seguito di una estorsione nei riguardi di un artigiano, fratello di uno degli uomini d’onore belmontesi. Le intercettazioni facevano emergere le lamentele dell’artigiano che, dopo aver raccontato al fratello di aver ricevuto un pizzino contenente la pretesa estorsiva e le connesse minacce di morte e del coinvolgimento in tale vicenda di Stefano Casella e Antonino Tumminia e che si rivolgeva al capo famiglia affinché intervenisse per evitargli il pagamento del “pizzo”. C’è anche il condizionamento del reparto del corpo forestale della Regione Siciliana da parte del capo del sodalizio mafioso belmontese, il quale disponeva autonomamente i turni degli operai stagionali e organizzava a piacimento le squadre di lavoro, favorendo i dipendenti a lui vicini. L’ingerenza era tale che nel paese si era diffusa la convinzione che l’unico modo per ottenere un contratto stagionale fosse quello di parlarne direttamente con Tumminia, il boss, il quale si faceva vanto delle minacce fatte nei confronti dei dirigenti dell’ufficio locale non collaborativi.

Adduso Sebastiano

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