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Denunciarono i loro estorsori, commercianti bengalesi li fanno condannare

Tre anni fa a Palermo, un gruppo di negozianti bengalesi, stanchi di soprusi e vessazioni oltre alla richiesta del “pizzo”, denunciò gli estorsori.

Condannati gli estorsori dei commercianti di via Maqueda e di Ballarò. Il Collegio della terza sezione del Tribunale di Palermo, ha inflitto complessivamente 60 anni di reclusione ad otto dei nove imputati di estorsione continuata e, seppure i condannati non facessero parte della famiglia mafiosa del quartiere, hanno commesso i reati con modalità mafiose, sicché i Giudici hanno inflitto anche l’aggravate dal metodo mafioso oltre alla discriminazione razziale. C’è stata una sola assoluzione.

Condannati i fratelli Giuseppe Rubino, a 13 anni, Emanuele, a 13 anni e 9 mesi, Santo, a 8 anni, Giacomo, a 3 anni. A Giovanni Castronovo sono stati inflitti 7 anni, a Emanuele Campo, 6 anni e 6 mesi, 5 anni ad Alfredo Caruso, 4 e mezzo a Carlo Fortuna. L’unico assolto è Vincenzo Centineo. Per il Collegio il clan dei Rubino avrebbe dettato legge nella zona del centro storico fino a quando non ci fu una ribellione di massa dei commercianti accompagnati dalla Federazione delle associazioni antiracket, Sos Impresa e Addiopizzo.

Le indagini della squadra mobile, coordinate dai Sostituti procuratori Ennio Petrigni e Sergio Demontis, presero il via nell’aprile 2016 dopo la denuncia dei dieci commercianti che trovarono il coraggio di denunciare i soprusi e le vessazioni che subivano nel rione da parte dei nuovi boss del pizzo.

Tre anni fa, alcuni di questi commercianti bengalesi hanno contattato Addiopizzo poiché angariati da un gruppo criminale con richieste di denaro, nonché minacce, rapine, furti e aggressioni che erano ormai all’ordine del giorno. La paura era pressante ed erano costretti a lavorare barricati all’interno delle loro attività e a chiuderle già nel primo pomeriggio in quanto all’imbrunire in via Maqueda il clima era da coprifuoco.

E mentre cresceva la violenza dell’intimidazione, è partito un percorso di denuncia, che a distanza di tre anni ha portato a una sentenza senza precedenti. Raccontarono che il gruppo di esattori faceva capo alla famiglia Rubino, un clan di giovanissimi che seminava il terrore fra gli immigrati.

Come è emerso durante le indagini, chiunque volesse lavorare nel quartiere doveva sottostare alle “regole” del racket. A tappeto i bengalesi, che nel centro storico gestiscono negozi di alimentari, piccole botteghe e agenzie di viaggio, erano costretti a pagare gli estortori. “Questi me li dai per i carcerati e se fai denuncia ti ammazzo“, una delle minacce che Alfredo caruso rivolgeva solitamente alle vittime.

Le parti civili erano le 10 vittime che hanno ottenuto 5 mila euro ciascuna a titolo di risarcimento provvisionale, le associazioni Centro Pio La Torre (assistita dagli avvocati Francesco Cutraro ed Ettore Barcellona), Confindustria, Confesercenti, Confcommercio, il Comune di Palermo, la Federazione delle associazioni antiracket, Sos Impresa che hanno ottenuto mille euro di provvisionale mentre ad Addiopizzo, che ha supportato le vittime nelle denunce, il giudice ha riconosciuto 5 mila euro di provvisionale.

“Termina oggi un processo delicato, anche con momenti di tensione, che ha fatto luce su una serie di gravi reati ai danni dei commercianti di via Maqueda, di origine straniera che, dopo avere denunciato con l’assistenza di Addiopizzo, hanno testimoniato con determinazione in udienza – commentano i legali dell’associazione Salvatore Caradonna Serena Romano e Maurizio Gemelli – Abbiamo assistito, sia in fase di indagine, che durante il processo, ad un grande esempio di resistenza civile, ancora più valoroso poiché proveniente da cittadini di origine straniera”.

Durante il processo cinque delle dieci vittime del racket hanno trovato il coraggio di raccontare davanti ai loro aguzzini le vessazioni e le violenze subite, tanto più che alcuni imputati arrestati dopo le denunce degli extracomunitari erano stati scarcerati dal Tribunale del Riesame e vivono nel loro stesso quartiere di Ballarò.

L’opinione.

Se vogliamo ricostruire un’Italia moderna e anche un’Europa, oltre alla lotta senza quartiere alla corruzione, non ci deve essere nessuna pietà per la criminalità, ovviamente nel rispetto delle leggi civili. Ma queste siano anche divulgate nella società e specialmente studiate nella scuola dell’obbligo come materia fondamentale. Ma prima le norme devono essere anche chiare, serie, comprensibili, di non troppa interpretazione, efficaci e severissime, per tutti, nessuno indenne. Tutto il resto, in un paese civile, democratico e repubblicano, sono rispettabilissimi sostegni per la lotta alla corruzione, criminalità e strutture alla convivenza umana e ambientale.

Adduso Sebastiano

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