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“THE HATEFUL EIGHT” (Critica con trailer di Francesco Capozzi)

Pochi anni dopo la Guerra Civile americana (1861-1865), nel gelido Wyoming otto persone sono bloccate per una tormenta di neve.

“Il Boia”, uno spregiudicato Bounty Killer, trasporta in catene l’assassina Daisy: e, tra fiumi di parole, si fa strada il sospetto che non tutti sono ciò che dicono di essere, proprio in relazione alla donna; fino allo scontro finale. Embé, che vi debbo dire: Quentin Tarantino, regista e sceneggiatore del film (USA,15), ci “ha fatti” un’altra volta! Ha imbastito un circo, uno spettacolone, una sarabanda di fatti, parole e persone; effetti e situazioni pirotecniche; veloci ribaltamenti delle situazioni che si fa seguire fino all’ultimo dei 167 minuti della sua mastodontica durata: ma siamo alle “durate medie” dei film di Tarantino. Questi è un regista che ama cinema: lo ama fino ad ingurgitarne in quantità pantagrueliche; lo fagocita con una voracità senza freni o stacchi da stanchezza o da indigestione. A me sembra proprio un personaggio dantesco. Eppure, in questa sterminata quantità di “cibo dell’anima”, che è il cinema e che lui continuamente, dipsomaniacalmente assume, riesce ad operare un geniale discernimento. Egli, nonostante ogni apparenza, lo filtra e lo elabora: non lo subisce.

Lo ama fino alla follia, ma ha la capacità sommamente intellettuale di essere in grado di elaborare delle linee interpretative che sono unitarie e in grado di connettersi al pubblico. Molti registi sono cinefili: ma lo sono della qualità più raffinata e criptica: spesso velleitaria e, nella sostanza, spettacolarmente, emotivamente impotenti, per non dire noiosi. Non ci rimandano nulla, se non la loro impotenza e spocchia intellettuale. Invece, quando mi accingo a vedere “un” Tarantino, mi domando, pieno di golose aspettative, come i bambini alla vista di un clown amato: e mò vediamo che ci combina e come ci stupirà…Uno dei registi che Q.T. ama di più è Sergio Leone: tutta la storia dei cadaveri di criminali spacciati dai Bounty Killer, e addirittura offerti e scambiati, con un grottesco gore implicito, corruttivamente in cambio di favori, per il valore delle taglie poste “vivi o morti” su di loro, è alla base di “Qualche dollaro in più” (65). E poi c’è la sua icona vivente musicale: Ennio Morricone, da Tarantino considerato come un Maestro degno di stare a pari di Mozart e Bach; e che finalmente ha collaborato fattivamente col regista fin dall’inizio; e non solo con una canzone, come in “Django”. Ma non solo il maestro Leone: come ha permesso di rivalutare dei registi italiani degli anni 70, da lui conosciuti, amati e giudicati con maggiore obiettività e lungimiranza di molta critica nostrana, qui è citato un altro di quei misconosciuti ma validi professionisti (con qualche punta elevata): mi riferisco a Sergio Corbucci. Del quale è citato uno dei suoi più convincenti film :”Il grande silenzio” (67) con Jean-Louis Trintignant, pure musicato da E. Morricone, “spaghetti western” ambientato su un vasto e suggestivo paesaggio innevato; e che pure trattava di bounty killer, anche se da un punto di vista diverso, meno cinico e più democratico e giustizialista (diremmo oggi).

L’importante di “Hateful eight”, tutto ambientato in un unico ambiente, a parte l’uso dell’angolatura da 70mm, che dà, come ha detto il regista, un senso di sfondo inglobante continuamente tutti i personaggi, che dilata al massimo le sue dimensioni, quasi rendendolo astratto; è la potenza dei suoi personaggi. Tutti attori vetero-tarantiniani: a partire da Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Tim Roth, Michael Madsen ecc.. Essi passano dallo sbrodolo verbale, il più sconclusionato e logorroico possibile, con la massima disinvoltura e con la stessa aria sardonica e distaccata, ad un’interazione fisica violenta e feroce. La loro presenza e consapevolezza gestuale è imponente. Ma anche la new entry Jennifer Jason Leigh, menata a più non posso dal pur legalitario Kurt Russell (il Boia), ha energia, una sua personale configurazione e un masochistico senso dell’humour. Però in tutto quel fiume di parole rivivono la tensioni sociali dei loro tempi: quelle della Guerra Civile, e soprattutto quelle relative al problema della schiavitù dei neri, i cui retaggi culturali, il razzismo, non sono stati nemmeno scalfiti. In questo senso giustamente il regista dà valore anche politico al suo narrare. Il film sembra lento: ma non lo è, perché all’inizio deve preparare l’atmosfera di reciproco sospetto hitchockiano, che deve realizzarsi, pezzo a pezzo nella narrazione. E poi, una volta messa in moto la macchina, essa è inarrestabile. E, come al solito, Trantino ci frega: come in “Pulp Fiction” le storie, i “capitoli” come vengono da lui nominati, non sono nella successione in cui li vediamo, qui avviene che il “Capitolo 5”, prima del finale, precede il Primo, ne è l’antefatto. Ma ciò non impoverisce o attenua l’impatto: ma lo potenzia; perché ormai tutti gli attori sono in presenza di sé e di ciò che realmente sono e di ciò che avrebbero dovuto combinare fin dall’inizio. Il puzzle si è definitivamente ricombinato: in questo senso il film è anche un “giallo”. Ma il miracolo non ci sarebbe potuto essere senza la qualità armonizzata dei suoi principali collaboratori artistici: la scenografa Yohei Taneda, che ha dato quell’aria stilizzata di disordine della frontiera: tutto confuso, ma tutto obbediente alla regola della funzionalità; il montatore Fred Raskin che ha intervallato il passaggio da una personaggio all’altro, ovvero da una frombolata di parole all’altra, con stacchi e angolature continue, fluenti, ma assai varie; e il Direttore della Foto, Robert Richardson. Costui è uno dei più insigni del cinema di Hollywood: ha lavorato con i più grandi, Oliver Stone soprattutto, ma anche Scorsese; e spesso con Tarantino. Qui fa il miracolo di darci il senso cromatico della neve anche “dentro” il rifugio; ne coglie quell’atmosfera attutente dell’aria solo attraverso i cambi di angolatura ottica, che accompagnano i singoli personaggi, il loro disvelarsi e fare.

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