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“SINGLE MA NON TROPPO” (Critica con trailer)

New York: Alice impone una “pausa di riflessione” per vedere se riesce a stare “da sola” al suo consunto tran tran di coppia; incontra Robin e altre singles, compresa la sorella medico indaffaratissima. Il cinema di Hollywood è peggio dei grandi magazzini che deve presentare i “riassortimenti” per richiamare gente non solo stagione per stagione, ma anche Festività per Festività: e se non ci sono, si inventano. E’ il caso, ma che ormai è diventato istituzionale, di San Valentino. In quell’occasione si presenta il film “dei sentimenti” che, magari nelle forme leggere della commedia, che è quella più privilegiata, richiama i pubblici interessati; segmenti giovanili o, per meglio dire, di young adults, come vengono definiti con più rigorosa precisione sociologica: per lo più inurbati, studenti universitari, o in carriera. E sono le coppie di fidanzati, o aspiranti tali, il bersaglio privilegiato: e in queste è solitamente la donna che decide il film da vedere. Ecco perché i guru hollywoodiani, per venire incontro e incrementare questo tipo di pubblico, hanno inventato le chicken comedies: letteralmente le commedie delle pollastre; ovvero in cui sono le ragazze, ovvero le “nuove” giovani ragazze dei nostri giorni a dettare le leggi di comportamento per sé e gli altri; e in cui, i “mascoli”, tutti infantilizzati e perenni adolescenti bellocci e palestrati, sono messi sullo sfondo a ruoli di comprimari. Però così facendo, l’industria della comunicazione hollywoodiana, che ha un’altissima valenza pedagogico-orientativa della società, ha allargato, implementato e trasformato l’area dei gusti collettivi, facendoli diventare nuovi elementi imprescindibili degli orientamenti comportamentali dell’intera collettività americana. E’ diventata cultura. In realtà si tratta di mirate “campagne di educazione”, gestite da Hollywood, volte a creare nuove aspettative di offerta: a condizionare la domanda di prodotti di consumo più sofisticati; tali da intercettare, come una rete a maglie strette in mari anche non fortemente pescosi, nuovi spettatori, sia in USA che nel mondo. Ecco perché il cinema Usa quasi non conosce crisi: si adatta e le cavalca; anche utilizzando altri media, come la tv, l’internet, i social, i telefonini. Anche perché la Mecca del cinema rispetta e premia il talento: come in questo film (USA, 16). Tratto da un romanzo di Liz Tuccillo, una delle sceneggiatrici che ha inventato la serie tv “Sex and the City”, è stato sceneggiato da Abby Cohn, a sua volta una delle più pagate e caratterizzanti professioniste, che ha al suo attivo film come “Mai stata baciata” (99), considerato uno dei classici di questo cinema; insieme al suo sodale Marc Silverstein e alla new entry Dana Fox. Da notare che una delle produttrici del film è Drew Barrymore, che è stata attrice in quel film del 99, ma che è diventata anch’essa una delle presenze più qualificanti, da tutte e due i lati della Macchina da P., di questo tipo di film. Il film funziona: è divertente e attraversato da numerose e spiazzanti situazioni decisamente irriverenti e comiche, per lo più affidate al talento debordante di Robin, l’attrice over size Rebel Wilson, che si è fatta notare in numerosi film, ma che ora ha profilo meglio definito. Anzi: il controcanto tra la stazza sua e la filiforme eleganza, non priva di sottili richiami sexy, di Dakota Johnson delle numerose sfumature di nero, dà al film una sua caratterizzazione più riflettuta. Si può essere o meno d’accordo sul tipo di conclusione cui giunge Alice: ma il percorso e le trasformazioni sono spesso più interessanti della meta del viaggio stesso; e comunque rappresentano un certo tipo di consapevolezza, che risulta motivata. Del resto sono differenti e numerosi punti di vista delle protagoniste del film: Meg, la sorella medico, arriva ad una scelta di maternità individualista, ma incontra l’amore; Robin continua nella sua anarchia comportamentale: ma sapendo ciò che è e i suoi limiti. Ma è il classico film in cui non contano le singole scelte, quanto l’aspetto collettivo e quel senso di dinamismo sociale che identifica e dà vita allo sviluppo dei personaggi, facendoli apparire come coerenti parti di un tutto. In tal senso il film è molto ben orchestrato: la regia è di Christian Ditter che, formatosi in Germania, ha molto lavorato anche in tv; come anche il Direttore della foto Christian Rein ha collaborato da sempre col regista: il suo sguardo sulla Grande Mela risulta accattivante e quasi come immerso in una perenne e fiduciosa aspettativa di trasformazione: del resto il nome della protagonista è Alice…Il montaggio è affidato a Tia Nolan, anch’essa a cavallo tra cinema e tv. Il suo è stato un lavoro perfetto: particolarmente efficace nel dare i tempi giusti e il ritmo nelle numerose situazioni comiche; ma accompagna con sagacia e senso armonico i movimenti, interiori e non, di tutti i protagonisti.

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