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Cultura

Le case chiuse durante il fascismo: come funzionavano?

Parola d’ordine, virilità. Detto in altri termini: due orgasmi al giorno. Così voleva il Fascismo, perché i giovani in camicia nera non potevano permettersi di “battere la fiacca” nemmeno sotto le lenzuola.

Ma come conciliare questi ritmi gagliardi con la politica demografica del regime che prevedeva famiglie sempre più numerose? Potevano mai le mogli devote, trasformate in angeli del focolare, far fronte da sole sia ai marmocchi, sia alle virili esigenze dei loro intrepidi mariti? CASE CHIUSE. Fu anche per risolvere questo rompicapo che nel Ventennio vennero in soccorso le  case di tolleranza, regolamentate da leggi severe, ma sempre molto frequentate. Nei bordelli andavano uomini di tutti i tipi: gerarchi, ufficiali, mariti, ragazzini alle prime esperienze e curiosi dal braccio corto, i cosiddetti “flanellisti” che bighellonavano per lustrarsi la vista, senza mai investire un soldo. “Su, su giovinotti… O commercio, o libera la sala”, ripeteva spesso la maîtresse per tenere il ritmo dei guadagni.

CASA DI PIACERE. Chi entrava in queste case chiuse, raccontate nel Dopoguerra anche dalla penna di Piero Chiara e dalla cinepresa di Federico Fellini, si trovava in una grande stanza da cui si accedeva allo studiolo della direttrice o al locale della polizia.

 

prostituzione, fascismo

Una foto alle pareti di una casa di appuntamenti degli Anni ’30: serviva ad accendere le fantasie dei clienti.

Gli agenti, messi lì dal partito, avevano il compito di verificare l’età degli avventori, che per legge dovevano avere almeno 18 anni.

 

Nello scantinato si trovavano la cucina, la lavanderia e la sala da pranzo. Ai piani superiori invece c’erano le camere da letto e la sala d’aspetto, con affisse alle pareti le regole di prevenzione sanitaria, i regolamenti e le cartoline sexy per accendere le fantasie dei clienti.

 

Le stanze “da lavoro” avevano un letto, un lavandino, un bidet e un armadietto in cui si custodivano profilattici e creme per la profilassi. A portata di mano c’era spesso anche il dentifricio, il borotalco e un sapone di lisoformio. Il riscaldamento era a legna: in ogni camera c’era una stufa che riscaldava anche una pentola piena d’acqua per umidificare l’ambiente.

TETTE E BANDIERE. Che fine ha fatto quel mondo, si sa: la battaglia della socialista Lina Merlin portò alla chiusura dei bordelli nel 1958. “Non chiamatele prostitute; sono donne che amano male perché furono male amate”, disse per difendere la sua legge. Si aprì così un nuovo capitolo, non ancora chiuso, ma sempre dibattuto.

 

Con buona pace di Indro Montanelli, che sulla questione disse la sua, non senza sarcasmo: “Tette e bandiere sono il riassunto della storia d’Italia. I suoi inseparabili pilastri, il motore per comprenderle”.

Fonte: Focus

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Manuèl Palumbo

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