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Grande Torino, settanta anni dalla tragedia della collina di Superga

Un’amichevole, un incontro di calcio, un aiuto ad un calciatore in difficoltà, fu così che l’intera squadra del Torino 1948-1949 scomparve per sempre nella nebbia su un colle piemontese.
Sono trascorsi settant’anni dal quel tragico evento e non si può dimenticare quel grande Torino.
Qualche mese prima l’Italia disputò una gara contro il Portogallo, 4 a 1 per gli azzurri e Francisco Ferreira, capitano del Benfica, propose al nostro capitano Valentino Mazzola un’amichevole da disputare a Lisbona contro il Torino, considerato il suo imminente addio al calcio ma anche per le sue difficoltà economiche, una sorta di liquidazione. Mazzola convinse il presidente Novo.
Fu così che il 3 maggio 1949 il Torino affrontò in amichevole il Benfica all’”Estádio Nacional” di Lisbona. Arbitro inglese, Pearce, 4 a 3 per il Benfica il risultato finale. Calcio spettacolo, tanti gol e belle giocate. Un rigore, realizzato da Romeo Menti. Il giorno dopo la squadra si imbarcò sul trimotore Fiat G.212 delle Avio Linee Italiane, non arrivò mai a destinazione. Quella fu l’ultima partita. Un’amichevole dall’amaro epilogo.
Il decollo puntuale alle ore 9 e 40 da Lisbona, atterraggio a Barcellona alle ore 13. Ripartenza alle 14 e 50: Tolone, Nizza, Albenga e Savona. Il tempo è pessimo e la torre di controllo comunica ai piloti le condizioni: nubi quasi a contatto col suolo, rovesci di pioggia, forte libeccio con raffiche, visibilità orizzontale scarsissima. Il tenente colonnello Meroni, forse per il forte vento, virò e spostò l’aereo dall’asse di discesa e lo allineò ma invece che con la pista, con la collina di Superga.
Oggi sappiamo che ci fu un probabile blocco dell’altimetro sui 2000 metri che indusse i piloti a credere di essere ad alta quota, ma erano a 600 metri dal suolo.
Erano le 17:03 del 4 maggio 1949 e il Grande Torino, quel Torino vincitore di cinque scudetti consecutivi e che costituiva la quasi totalità della Nazionale italiana, si fermò qualche chilometro prima, sui muri della Basilica di Superga.
Persero la vita diciotto calciatori, tre dirigenti, tre allenatori, tre giornalisti e quattro membri dell’equipaggio. Si salvarono i calciatori Tomà, per un precedente infortunio al menisco, il portiere di riserva Gandolfi, Giuliano per un’influenza e Maestrelli perché non riuscì a rinnovare il passaporto. Lo stesso Presidente Ferruccio Novo, anch’egli influenzato e l’ex C.T. della Nazionale Vittorio Pozzo. Infine il giornalista Casalbore di Tuttosport e il radiocronista Nicolò Carosio.
Quell’anno il Torino fu proclamato vincitore del campionato a tavolino e per le restanti quattro partite fu schierata la Primavera, così fecero anche le avversarie. Un milione di persone scese in piazza il giorno dei funerali. Ci fu la telecronaca. Ogni anno i tifosi del Toro e non solo salgono numerosi per ricordarne la memoria. Curiosità: lo shock fu tale che l’anno seguente la nazionale si recò ai Mondiali in Brasile viaggiando in nave.
Questa è la Leggenda. Il mito del Grande Torino, una squadra Invincibile.
Vincenzo Vanacore
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Vincenzo Vanacore

Nato al Sud, vivo al Nord.
Insegnante, appassionato di sport e musica. Sono stato arbitro di calcio e assistente a livello nazionale, oggi istruttore di Jumping Fitness presso la Defant's Club di Trento di cui sono socio proprietario.
Giornalista freelance, iscritto all'Albo dei Pubblicisti del Trentino Alto-Adige. Ho pubblicato una raccolta di poesie e ho collaborato con alcune testate, anche in ambito radiofonico, su temi sociali e d’attualità. Oggi scrivo per la testata online ViViCentro.
Sindacalista, impegnato nel sociale, sempre dalla parte dei più deboli.
Amo viaggiare. Eternamente in cerca di quel qualcosa in più, altrove. Possibilmente abbastanza da dover fare una valigia. Sempre in bilico tra monti, mare e città.

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