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Santino Alessandro Cugno
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Intervista a Santino Alessandro Cugno: tra Antichità e Medioevo

Tra Antichità e Medioevo

Intervista a Santino Alessandro Cugno

Santino Alessandro Cugno
Roma 2015, Senato della Repubblica poco prima dell’incontro con il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini.

Abbiamo raggiunto il Dott. Cugno in occasione dell’uscita del suo secondo libro “Patrimonio culturale, paesaggi e personaggi dell’altopiano ibleo“. 

Santino Alessandro Cugno ha dedicato anni di studio per riuscire ad avere un quadro aggiornato dei diversi paesaggi storici dell’altopiano ibleo. Un lavoro minuzioso è stato svolto nell’interpretare l’antica bibliografia già esistente relativa al territorio siracusano.

Una lunga intervista che dimostra il grande impegno impiegato dal Dott. Cugno,  per capire e scoprire le realtà storiche legate alla terra di origine.

Ringraziamo il Dott. Cugno per il tempo che ci ha dedicato e gli auguriamo un futuro lavoro proficuo.

 

  1. Solitamente la passione per l’archeologia nasce sin da bambini. La tua come è nata e quando?

La mia passione per l’archeologia e per le civiltà del passato sostanzialmente nasce dalla lettura dei fumetti di Disney – in particolare le storie dei “Paperi” di Carl Barks dove, insieme all’ambientazione esotica e agli intrecci avventurosi, emerge spesso una profonda curiosità e rispetto verso le testimonianze del passato – e dall’opportunità di aver potuto visitare personalmente alcuni tra i più importanti siti e musei archeologici del Mediterraneo (Roma, Pompei, la valle dei Templi di Agrigento, l’Acropoli di Atene, Cnosso, il museo del Louvre, le piramidi di Gizah, Gerusalemme, Istanbul, il British Museum di Londra, ecc). Probabilmente è stato proprio il contatto diretto con questi straordinari siti e monumenti, accompagnato dalla lettura di numerosi libri e riviste culturali, ad aver posto le basi per la mia futura professione.

  1. Come è stato il percorso, di studi e non, che ti ha condotto fin dove sei arrivato?

Ho studiato Archeologia all’Università di Pisa, con particolare attenzione alle problematiche archeologiche e storiografiche relative alla Tarda Antichità e al Medioevo, la ricostruzione dei paesaggi antichi, lo studio della viabilità e del rapporto tra uomo e ambiente, ecc. Tematiche che ho avuto la possibilità di approfondire ulteriormente sia all’Università di Catania, dove ho seguito un Master di II livello sulla tutela, valorizzazione e promozione dei Beni Culturali e Paesaggistici, che alla Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Firenze. Altro tema che mi interessa particolarmente è la Museologia e la gestione di musei e parchi, che ho avuto modo di sviluppare frequentando un corso post laurea alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Successivamente, ho deciso di applicare le conoscenze e le metodologie così acquisite, allo studio analitico dei numerosissimi siti archeologici di Canicattini Bagni (il mio paese) e più in generale delle campagne iblee, entrambi poco conosciuti tanto dagli addetti ai lavori quanto dal grande pubblico, ma di estremo interesse per la conoscenza della storia del territorio siciliano.

  1. Hai scritto un libro sulle dinamiche insediative nel Siracusano tra antichità e medioevo e un secondo volume dedicato invece al patrimonio culturale e paesaggistico nella Sicilia sud-orientale. Come sono nati questi due progetti e quali sono gli scopi di queste opere?

Il mio primo libro, intitolato “Dinamiche insediative nel territorio di Canicattini Bagni e nel bacino di alimentazione del torrente Cavadonna (SR) tra Antichità e Medioevo” e pubblicato all’interno della prestigiosa collana scientifica dei British Archaeological Reports di Oxford nel 2016, è il  frutto di un lungo lavoro di ricerca, durato quasi 8 anni, sui siti archeologici del territorio di Canicattini Bagni e delle campagne acrensi e netine. Questo studio si pone l’ambizioso obiettivo di fornire un quadro aggiornato, ampio e articolato dei diversi paesaggi storici, che si sono succeduti nel corso dei millenni in questa significativa porzione dell’altopiano ibleo, in seguito all’azione umana e all’interazione tra le attività antropiche e i caratteri originari dell’ambiente naturale ibleo. Per fare ciò, ho dovuto riesaminare tutte le informazioni desumibili dalla bibliografia già esistente e dalle fonti d’archivio (i taccuini di Paolo Orsi, l’archivio inedito di Efisio Picone, e così via), alla luce dei nuovi elementi emersi nel corso delle indagini di carattere archeologico e topografico che ho avuto la possibilità di intraprendere a partire dall’estate del 2008. Sfogliando le pagine di questo libro sarà possibile seguire la storia di questo importante territorio, situato a metà strada tra Siracusa e Akrai, e ripercorrere l’antica via Acrense, la strada che collegava la madrepatria alla sua sub-colonia. Il mio secondo volume appena pubblicato, invece, si intitola “Patrimonio Culturale, Paesaggi e Personaggi dell’altopiano ibleo. Scritti di archeologia e museologia della Sicilia sud-orientale” (British Archaeological Reports, Oxford 2017). Questo libro è una raccolta di 10 saggi su vari temi di archeologia e museologia della Sicilia sud-orientale, scritti con la collaborazione di alcuni amici e colleghi specialisti. I primi quattro capitoli sono incentrati su problematiche relative a musei, Patrimonio Culturale e paesaggio, e su alcuni aspetti poco noti concernenti la formazione e la personalità di alcuni celebri studiosi ed intellettuali del territorio siracusano (Antonino Uccello, Giuseppe Agnello, Salvatore Carpinteri). I restanti sei saggi riguardano temi di archeologia e topografia antica: le emergenze archeologiche gravitanti intorno alla Riserva Naturale Integrale Grotta Monello; nuove osservazioni di carattere storico sul santuario rupestre di Cibele ad Akrai; i rapporti tra Indigeni e Greci nell’entroterra siracusano sulla base delle nuove indagini archeologiche nei siti di Cugno Case Vecchie, Causeria e Olivella; l’analisi di tipologie, funzioni e caratteristiche delle tombe monumentali paleocristiane a baldacchino e delle chiese rupestri medievali con iconostasi; lo studio e la valorizzazione dei castelli medievali della Sicilia sud-orientale.

  1. C’è uno storico o archeologo a cui ti sei ispirato durante il tuo percorso lavorativo e a cui ti ispiri ancora oggi?

Paolo Orsi, il padre dell’archeologia siciliana, è sicuramente il punto di riferimento per tutti coloro che decidono di intraprendere la carriera dell’archeologo. Altro grande studioso, nonché mio compaesano, cui mi ispiro è sicuramente Giuseppe Agnello, cui dobbiamo i principali studi sulle testimonianze archeologiche paleocristiane, tardoantiche e altomedievali del territorio ibleo. A tal riguardo, mi onoro di appartenere alla Fondazione Giuseppe e Santi Luigi Agnello, che ne custodisce le memorie per le generazioni future.

  1. Ogni archeologo ha dentro sé una missione: chi trovare la città perduta, chi un particolare oggetto. La tua qual è?

Ho avuto la possibilità di far conoscere per la prima volta agli addetti ai lavori e al grande pubblico molti importanti siti archeologici del territorio siracusano, mai oggetto di studio fino a quel momento, in particolare varie necropoli e abitati rupestri di epoca preistorica e medievale. Quindi, da questo punto di vista, posso ritenermi abbastanza soddisfatto. Se dovessi esprimere un desiderio, tuttavia, mi piacerebbe individuare i resti archeologici legati a qualche battaglia o grande evento storico dello straordinario passato di Siracusa, di cui conosciamo solo qualche breve riferimento contenuto nelle opere degli scrittori antichi.

  1. Con il tuo lavoro stai dando un contributo fondamentale allo studio del passato della nostra provincia e non solo. Cosa cambieresti per aiutare ancora di più gli studiosi in questa grande fatica?

Il discorso è molto complesso e particolarmente delicato. Per riassumerlo con uno slogan, secondo me i principali problemi sono da ricercare nella mancanza, da parte degli enti istituzionali, di politiche lungimiranti e sostenibili a favore dei giovani studiosi e professionisti. Purtroppo assistiamo quotidianamente alla mancanza di consapevolezza dell’importanza culturale, sociale ma anche economica, del patrimonio culturale e paesaggistico da parte di tutti: a partire dalle istituzioni pubbliche e dalla classe politica dirigente, fino ad arrivare ai mass media e all’intera opinione pubblica. Il patrimonio culturale non è inesauribile, né indistruttibile: se non si interviene al più presto e in maniera efficace (siamo già in gravissimo ritardo) con le opportune professionalità e progettualità, potremmo non avere più la possibilità di rimediare. Ciò sarebbe un disastro non solo per la Sicilia. Ai giovani che intendono intraprendere questa carriera suggerisco di non arrendersi davanti alle numerose difficoltà che incontreranno nel corso del loro cammino, e di farsi guidare sempre dalla passione e dall’amore nei confronti delle testimonianze del nostro passato, senza cadere in sotterfugi o nei compromessi.

  1. Da studioso cosa pensi a proposito della politica che ormai da anni rifiuta di investire adeguatamente sui beni archeologici, artistici e archivistici.

La Sicilia intera è detentrice di un patrimonio culturale e paesaggistico unico e dal valore inestimabile. Sfortunatamente esistono numerose realtà in cui tale patrimonio non viene conservato, gestito e valorizzato in modo ottimale. E’ fondamentale innanzitutto che vengano sciolti al più presto alcuni nodi problematici che hanno da sempre inquinato la conservazione e la gestione del patrimonio archeologico siciliano: l’opaca sinergia con i privati, l’elevata burocratizzazione dell’apparato amministrativo, l’eccessiva interferenza della politica. Bisognerebbe partire innanzitutto dalle principali strategie volte alla salvaguardia dei beni culturali. Ovviamente è impossibile tracciare un quadro esaustivo relativo alle azioni politiche correlate all’ingente patrimonio culturale e paesaggistico del territorio siracusano. Si dovrebbero analizzare i vari beni caso per caso, mettendone a fuoco le caratteristiche peculiari, le azioni adottate, le risorse investite. In linea di massima, correndo però il rischio di semplificare e generalizzare troppo, è possibile affermare che allo stato attuale, nel territorio siracusano e più in generale ibleo, si pratica una strategia di conservazione sostanzialmente passiva, finalizzata solo a tutelare i siti – soprattutto quelli “maggiori” e più conosciuti, lasciando in totale stato di abbandono i cosiddetti siti “minori” – in maniera tradizionale (recinzioni, custodi, ecc). Sono evidenti a tutti, inoltre, le situazioni di degrado e di incuria: monumenti coperti dalle erbacce, aree archeologiche chiuse al pubblico o inaccessibili, sporcizia, scavi clandestini. Del tutto carente, al contrario, è la valorizzazione del patrimonio culturale, in quanto mancano materiali informativi nuovi ed aggiornati (almeno in italiano e in inglese) sugli orari di apertura e sui percorsi di visita, vi sono pochi riferimenti nelle guide turistiche, la promozione in rete è insufficiente, le figure professionali altamente specializzate ed i servizi accessori sono quasi del tutto assenti e c’è scarsa collaborazione tra le varie amministrazioni pubbliche che hanno delle responsabilità sulle aree archeologiche.

  1. Quale messaggio vorresti lasciare a chi è appassionato di archeologia e a chi invece pensa che il passato è formato solamente da sassi?

Educazione al rispetto del patrimonio culturale e, di conseguenza, maggiore sensibilità nei confronti di tutte le testimonianze del passato. Troppo spesso gli archeologi tendono a “coltivare il proprio orticello”, cioè a praticare le proprie ricerche scientifiche dimenticando, purtroppo, quanto è importante far conoscere il patrimonio culturale a tutta la comunità, che molto spesso ignora o è addirittura inconsapevole delle ricchezze culturali del proprio territorio. I siti archeologici, del resto, non “appartengono” agli archeologi, ai soprintendenti o ai professori universitari, ma sono un patrimonio di tutti e tutti hanno il diritto di poterne fruire. Questo sacrosanto diritto, sancito anche dalla Costituzione, si scontra con delle difficoltà di carattere pratico – comuni al resto d’Italia, in questo caso Siracusa non fa eccezione – quali l’esigenza di tutela e di conservazione dei resti archeologici (che deve essere sempre messa al primo posto). Compito dell’archeologo è oggi quello di comunicare e divulgare, mettendo a disposizione la propria professionalità e il proprio bagaglio di conoscenze, al fine di coinvolgere in maniera attiva tutta la popolazione locale e in particolare tutti quelli che pensano – purtroppo a volte a ragione – che l’eredità del nostro passato è rappresentata solamente da “sassi” inutili e incomprensibili. Questo legame è l’indispensabile punto di partenza per poter ottenere, oltre ad una più corretta salvaguardia, gestione e fruizione del patrimonio archeologico, esperienze innovative (ad esempio le ricostruzioni virtuali 3d) e il raggiungimento di indiscutibili vantaggi e benefici anche dal punto di vista economico, occupazionale, di crescita socio-culturale e di attrattiva per i flussi turistici. A questo proposito, ricordo che da pochi anni è nata una nuova disciplina, chiamata “Archeologia Pubblica”, la versione “italiana” della Public Archaeology di matrice anglosassone (sviluppata in particolare dalla scuola archeologica medievistica di Firenze, cui devo parte della mia formazione da archeologo professionista), che studia e analizza le implicazioni che la ricerca archeologica e lo svolgimento di attività archeologiche hanno per la società civile, tramite tematiche fortemente interconnesse tra di loro quali la politica, il management del patrimonio culturale, l’economia, la comunicazione e il marketing.

 

Santino Alessandro Cugno (Siracusa 1981), laureato con lode in Archeologia all’Università di Pisa (2007), ha conseguito il Master di II livello in Tutela, Valorizzazione e Promozione dei BB.CC.AA. all’Università di Catania (2008), il Corso di Alta Formazione e Specializzazione in Beni Culturali alla Scuola Normale Superiore di Pisa (2010) ed è Specializzato in Archeologia Tardoantica e Medievale presso la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Firenze (2014). Attualmente è Cultore della materia in Archeologia Classica presso l’Università Kore di Enna ed è socio del Comitato Giovani UNESCO, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani (SAMI) e della Società Siracusana di Storia Patria. Ha preso parte a ricognizioni, scavi e attività culturali organizzate dalle università di Pisa e di Catania, al progetto di rilievo “Le mura di Dionigi I di Siracusa” (2010) dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, alle campagne di scavi ad Akrai (2012) dell’Istituto Archeologico di Varsavia e a Kasmenai (2016) dell’Università di Catania e della Soprintendenza di Siracusa. Ha inoltre collaborato con la Soprintendenza BB.CC.AA. di Siracusa e della Toscana (sede di Pisa) e col Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi”. Ha partecipato, come relatore, a convegni nazionali ed internazionali; è autore di due monografie (British Archaeological Reports, Oxford) e di numerosi saggi scientifici e divulgativi sui beni culturali della Sicilia sud-orientale.

 

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