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Verona: “Le Nozze di Figaro” al Filarmonico. Elegante allestimento di un’opera frizzante

Verona, le nozze di Figaro

Grande spettacolo al Filarmonico di Verona anche per l’ultima rappresentazione de “Le Nozze di Figaro”  che raccoglie meritatissimi omaggi con frequenti applausi; prolungati e meritati.

Mozart poco più che ventenne lascia la natia Salisburgo e si trasferisce a Vienna dove respira a pieni polmoni l’atmosfera illuministica che pervade l’Europa in quei decenni. Anzi nel 1784 aderisce alla Massoneria, che in quei decenni è fucina di uomini dalla forte motivazione etica.

Gli Illuminati del tempo aspiravano ad un mondo migliore e credevano nell’ideale di una umanità fatta di eguali, che dovranno chiamarsi fratelli.

L’affermarsi della razionalità porta a guardare con occhi pragmatici ed impietosi la società di quel periodo fatta ancora di anacronistici privilegi feudali dell’aristocrazia che si scontrano con una dinamica borghesia, apportatrice di benessere materiale e di liberazione di antiquati pregiudizi etico-religiosi. Sono due mondi che si contrappongono: il passato che tenta di sopravvivere (l’aristocrazia) ed il futuro, il “nuovo che avanza” inarrestabile (la borghesia). A fine ‘700 la Rivoluzione francese emetterà la sua inappellabile sentenza cruenta.

Frattanto, prima del tragico epilogo, gli artisti percepiscono il disagio della società ed usano gli strumenti a loro più congeniali: la satira dissacrante.

Mozart incontra il librettista italiano, abate Lorenzo da Ponte, ed insieme – nel 1786 – licenziano un libretto che farà vivere allo spettatore la portata epocale di questo conflitto tra classi sociali, anche se allora non si parlava ancora di “classi”, ma di nobiluomini e di “plebei”.

L’azione si svolge in Spagna nel castello del Conte di Almaviva, dove pullula una vivacissima, varia umanità.

Il conte seppure abbia “de jure” abolito lo “jus primae noctis”, di fatto ne resta ancora irretito, perché concupisce la bella Susanna, cameriera della moglie. Susanna deve sposare a giorni il cameriere Figaro, ma il Conte osteggia e procrastina le nozze, nel tentativo di riuscire a gustare il frutto prelibato della “sua” Susanna prima che questa vada in sposa al popolano.

Su una serie altalenante di situazioni e di intrighi la vicenda scorre con un ritmo frenetico ed incalzante.

Il Conte tesse le sue trame, la contessa, innamorata ancora di lui, ne soffre con dignità aristocratica. Susanna cerca di sottrarsi e Figaro di aiutarla e di vendicarsi del suo signore e della sua pertinace sfrontatezza.
Alla fine il Conte viene smascherato e quasi umiliato, ma egli, ravveduto, chiede venia del suo operato chiudendo in armonia un finale che diventa un’apoteosi festosa in cui tutti i protagonisti cantano insieme: Ah, tutti contenti.

Le “Nozze” è un capolavoro inarrivabile, pietra miliare che stabilisce una svolta nella storia dell’opera buffa: i personaggi non sono più tipi stereotipati ma studiati nella loro umana soggettività fatta di sentimenti, passioni, debolezze e generosità.
Si trasforma in un grandioso affresco che compendia le miserie della natura umana intrecciate con gli slanci di sublime grandezza dei quali solo l’uomo è capace, a prescindere di essere nato borghese o aristocratico. E questa “aequalitas in diversitate” ci pare possa essere la cifra etica più pregnante che si coglie da una splendida opera come questa.

Anche la messa in scena veronese di questa stagione è stata all’altezza del capolavoro mozartiano.

L’allestimento è quello del San Carlo di Napoli curato quasi tre lustri fa da Mario Martone e che Raffaele Di Florio ha ripreso con approccio filologico.
La scenografia è sublime ed elegante nella solennità di una scala balaustrata a doppia rampa, che fa da fondale ma anche da movimentazione scenica.
I costumi di Ursula Patzak sono variopinti, svolazzanti ma di gradevoli color pastello e fedeli alla loro collocazione storica.

Nel cast di interpreti tutti hanno ben figurato.

Il baritono cileno Cristian Senn ha reso un Conte veramente aristocratico nei modi e nel portamento; recitazione ineccepibile e canto suadente.

La Contessa di Francesca Sassu ha comunicato dolcezza, mitezza e gran classe da vera aristocratica. Apprezzata dal pubblico anche la sua performance vocale, dolce e vibrante, nelle accoratezze di una moglie che soffre senza inveire.

Anche Susanna è stata resa in modo alquanto credibile da Ekaterina Bakanova, brava nella recitazione e nel canto.

Gabriele Sagona ha impersonato un Figaro scaltro e sagace, che ha i suoi momenti di sconforto, ma capisce che alla fine è lui che si trova dalla parte del giusto. Questa sua sensazione l’ha comunicata in scena con la mimica, la recitazione ed il canto fusi a tutto tondo a sbalzare il personaggio chiave di tutto l’intreccio.

Ma il pepe di tutto lo spettacolo è stato il moto perpetuo Cherubino, in balia della sua, percepita ma non compresa, tempesta ormonale, interpretato dal mezzosoprano giapponese Aya Wakizono in modo alquanto veritiero. Le due arie cantate hanno trovato il favore del pubblico che ha visibilmente apprezzato.

Non di meno, nella bravura il resto del cast, che non può definirsi “minore” solo perché impersona ruoli più brevi. Infatti, ognuno di loro ha dato vita a personaggi gradevolissimi e ben tipizzati: Marcellina (Francesca Paola Geretto), Bartolo (Bruno Praticò) Basilio (Bruno Lazzaretti), Don Curzio (Paolo Antonietti), Barbarina (Lara Lagni) e Antonio (Dario Giorgelè).

Il direttore Sesto Quatrini, nonostante la giovane età, ha diretto magistralmente l’orchestra, senza mai sovrastare il canto.

Coro della Fondazione Arena, preparato e diretto dall’ottimo Vito Lombardi, sempre gradevole ed ineccepibile.
Pubblico caloroso ed impaziente spesso di applaudire anche in modo intempestivo. Omaggi finali prolungati e meritati

Carmelo Toscano

vivicentro.it/SPETTACOLI

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