Spettacoli terza pagina

” Money can’t buy life “

Robert Nesta Marley, detto Bob, nacque nel villaggio di Rhoden Hall situato ai piedi della collina di Nine Miles, nella regione di St. Ann’s Bay, Giamaica settentrionale, il 6 febbraio 1945.

Fu il cantautore e chitarrista giamaicano che mise in musica i diritti dell’Africa, la leggenda della musica reggae.

Sono trascorsi 36 anni dalla sua morte. Era l’11 maggio del 1981, aveva 36 anni.
Figlio di Cedella Booker, giamaicana nera, e di Norval Sinclair Marley, capitano della marina inglese e sovrintendente delle piantagioni, diseredato dalla sua famiglia d’origine per aver sposato Cedella.

Era solito dire: “Così non sono né bianco, né nero e non parlo per i bianchi né per i neri: parlo solo per il creatore”.

Del padre diceva: “Non ho avuto un padre. Mai conosciuto. Mio padre era come quelle storie che si leggono, storie di schiavi: l’uomo bianco che prende la donna nera e la mette incinta”.

La maestra di Bob diceva: “Chi sa parlare, parli; chi sa fare qualcosa, faccia; chi sa cantare, canti!” Bob decise di cantare.

Certa gente canta per gioco. Bob non era un artista di quel genere.

A 15 anni lasciò la scuola e iniziò a lavorare come saldatore; strinse una grande amicizia con Neville O’Riley Livingston, “Bunny” per gli amici, che lo fece appassionare alla musica e al canto.

La sua attività ebbe inizio nel 1961 con il suo primo singolo “Judge Not” ma, anche se molto innovativa, non ebbe grande successo e quindi nel 1964 Bob decise di formare con Bunny e Peter Tosh la band “The Wailers”, letteralmente “I Piagnoni”.

Il suo primo concerto in Africa si svolse davanti al dittatore Omar Bongo, leader a vita del Gabon, tra i più corrotti del continente.

Diventato famoso, scelse di vivere tra i più ricchi della Giamaica e giustificò la scelta con una battuta: “Sorella, ho portato il ghetto nei quartieri alti”.

La sua musica è fortemente dedicata al tema della lotta contro l’oppressione politica e razziale e all’invito all’unificazione dei popoli di colore come unico modo per raggiungere la libertà e l’uguaglianza.

L’aspetto politico della sua vita è stato più importante di quello artistico.

Bob, che con la sua musica aveva tentato di fermare le ostilità tra i due principali partiti giamaicani, invitando ai suoi concerti i due leader rivali, aveva poi pubblicato un album dedicato alle sofferenze dei popoli africani.

Nel 1978 gli fu conferita, a nome di 500 milioni di africani, la medaglia della pace delle Nazioni Unite.

Nel 1994 è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame.

Il 20 aprile 1981 insignito del “Jamaican Order of Merit”.

Nel 2001 è stato inserito nella Hollywood Walk of Fame all’indirizzo 7080 Hollywood Boulevard. Diversi i brani inseriti nella “lista delle 500 migliori canzoni” secondo la rivista Rolling Stone.

Un giorno Marley si trovò con una ferita nell’alluce destro.

Pensava fosse causata da un incidente durante una partita di calcio. Poi durante un’altra partita l’unghia dell’alluce si staccò.

Era il mese di luglio 1977, Marley scoprì di avere una forma di melanoma maligno alla pelle che cresceva sotto l’unghia dell’alluce.

Rifiutò di farselo amputare anche a causa della sua religione, il Rastafarianesimo, secondo cui il corpo umano deve rimanere “integro”.

Una fede, il rastafarianesimo, cui Marley si convertì nel 1967. Prende il nome da Ras Tafari, imperatore d’Etiopia dal 1930 con il nome di Hailé Selassié I, riconosciuto secondo i fedeli come Gesù Cristo nella sua “seconda venuta in maestà, gloria e potenza”.

Tra gli obiettivi della chiesa rastafariana, l’unificazione dell’Africa e la liberazione dai poteri stranieri.

Quando dovette tagliare i suoi dreadlocks, erroneamente chiamati rasta, per via del cancro, accompagnò l’operazione leggendo i passi della Bibbia.

Secondo la fede rasta, infatti, i dreadlocks aiutano a restare puri.

Diceva: “Se io avessi i capelli ben rasati mi accoglierebbero in luoghi come le discoteche e perderei la mia integrità”.

Dopo aver concluso una trionfale tournée estiva in Europa suonando anche in Italia, il 27 giugno 1980 allo Stadio San Siro di Milano di fronte a 100.000 spettatori e il 28 giugno in un altrettanto gremito Stadio Comunale di Torino, Marley tornò negli USA e dopo due concerti al Madison Square Garden di New York ebbe un collasso facendo jogging al Central Park.

Il 23 settembre 1980 Bob tenne il suo ultimo concerto allo Stanley Theater a Pittsburgh. Dopo l’evento si recò a Monaco, in Germania, per un consulto medico dal famoso dott. Josef Issels, specializzato nel trattamento di malattie in fase terminale e deceduto nel 1998.

Il tumore era troppo esteso per essere trattato. Un ulteriore peggioramento lo ebbe nel volo di ritorno dalla Germania verso la Giamaica.

Il volo fu quindi deviato in direzione di Miami, dove Bob venne ricoverato presso il Cedar of Lebanon Hospital, dove morì la mattina dell’11 maggio 1981.

8 album in studio con i “The Wailers”, 7 in studio come “Bob Marley & The Wailers” e 2 postumi. Nel 1980 la fine della produzione di Bob Marley con il disco “Uprising”. 19 compilations ufficiali, 3 album tributo, 6 album dal vivo e un’infinità di singoli, cover e tribute band.

Nel 2008 è stato posizionato al 19º posto nella lista dei 100 migliori cantanti e all’11°posto nella lista dei 100 migliori artisti secondo Rolling Stone.

Al momento della sua morte aveva guadagnato, vendendo dischi, oltre 200 miliardi di lire, un decimo del Pil, prodotto interno lordo, del suo Paese.

Bob Marley ricevette funerali di stato in Giamaica e fu sepolto in una cappella eretta accanto alla sua casa natale a Nine Mile, insieme alla sua Gibson Les Paul “Solid Body”, il suo pallone da calcio, una pianta di marijuana e i suoi semi, un anello che indossava ogni giorno, donatogli dal principe etiope Asfa Wossen e una Bibbia.

Bob Marley fa parte di quella schiera di musicisti che si sono trasformati in vere e proprie leggende e, anche dopo la loro morte, continuano ad ispirare milioni di fan.

Lasciò 13 figli: tre dalla moglie Rita Anderson, due adottati, otto con altre donne, tra cui una ex miss mondo cui proibiva di truccarsi.

Da Imani Carole di 54 anni a Makeda di 36 anni, nata 19 giorni dopo la morte del padre.

Le ultime parole di Bob furono rivolte al figlio Ziggy: “Money can’t buy life”, “I soldi non possono comprare la vita”.

Vincenzo Vanacore

In merito all'autore

Vincenzo Vanacore

Nato al Sud ma vivo al Nord. Insegnante e Sindacalista.
Appassionato di sport, sono stato assistente e arbitro di calcio, oggi osservatore e istruttore di jumping fitness.
Impegnato nel sociale, mi piace scrivere e amo viaggiare.
Ho pubblicato una raccolta di poesie e ho collaborato con alcune testate, anche in ambito radiofonico, su temi sociali e d’attualità.
Giornalista freelance, iscritto all’albo dei pubblicisti.
Oggi scrivo per ViViCentro.
Eternamente in cerca di quel qualcosa in più, altrove.
Possibilmente abbastanza da dover fare una valigia.
Sempre in bilico tra monti, mare e città.

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