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Nessun accordo col Pd, Mdp rompe sull’art.18 e schiera Grasso leader
Politica

Mdp e Si rompono con il PD su lavoro, sanità universale e sul “meno tasse per tutti”

A sinistra Mdp e Si sanciscono la rottura con il Pd sull’alleanza elettorale. A dividere i partiti è in particolare il lavoro, la sanità universale e il no a una campagna elettorale su meno tasse per tutti. Il nome di Pietro Grasso è quello che i due gruppi vorrebbero come capolista, ma il suo portavoce sostiene che «le riserve sul futuro non sono ancora sciolte».

Nessun accordo col Pd, Mdp rompe sull’art.18 e schiera Grasso leader

Ma Civati non esclude accordi nei collegi per aiutare i Dem. “Ad esempio: non candidare D’Alema dove corre la Boschi”

ROMA – «Questa legge elettorale è stato un autodafé del Pd», sorride beffardo Nicola Fratoianni mentre esce dalla Camera accendendosi l’ennesima sigaretta. «Volevano costringerci ad allearci facendo quella legge lì e invece…». Invece la sinistra radicale ha resistito testarda, convinta che andando col Pd avrebbe perso solo voti. «Se andiamo con loro che possiamo portare alla causa?», chiede polemico Pippo Civati che si accompagna al segretario di Si. Dunque l’unica cosa che a questo punto si può fare, «se non continuano a darci addosso…», è la premessa dell’inventore di Possibile, «è un qualche accordo per non fargli troppo male nei collegi…». Ovvero? «Beh, che per esempio si può evitare di candidare Massimo D’Alema proprio dove si candida la Boschi… e via dicendo», butta lì Civati. Nel giorno della lacerazione plastica dei due fronti in aula alla Camera sull’articolo 18, dunque non si captano solo gli strali come quello di Speranza sulle «finte aperture del Pd che getta la maschera».

«Desistenze» mascherate 

All’ora di pranzo la rottura viene certificata con il niet sillabato a favore di telecamere dagli emissari di Bersani e compagni dopo l’incontro con Fassino. E forse per gli strascichi che avrà questa rottura, per il senso di colpa che aleggia da ambo le parti verso il popolo della sinistra, non sono solo i tamburi di guerra a rimbombare, ma anche le sirene di una tregua da rincorrere con qualche stratagemma. Ecco perché la tentazione che attrae alcuni dei compagni somiglia ad una sorta di «desistenza» mascherata: un accordo per non confliggere troppo, piazzando dove serve al Pd avversari incolori. Se il Pd potrà far correre i suoi big senza un nemico a sinistra di peso, la gara sarà meno dura: e questo può valere per un Delrio o un Richetti che si dovessero trovare di fronte Vasco Errani nel loro collegio, e così via. Non che la sinistra ambisca a conquistare svariate poltrone nell’uninominale, dove difficilmente potrà spuntarla da sola.

La rivincita dei rottamati  

Si vedrà, anche perché non è detto che tutti la pensino come Civati, tanto che i più pugnaci già si vedono ad insidiare i generali renziani sul loro terreno. La sfida dei vecchi contro i giovani leoni è quella evocata da un ex big dei Ds come Fabio Mussi domenica scorsa all’assemblea di Si: candidarsi nei collegi per drenare più consensi dove si può.

Ecco, così oscilla il pendolo nel giorno della doppia rottura: in aula sull’art.18 e in un’oretta di profferte di Fassino ai compagni di Si e Mdp. Con la storiella raccontata alla fine con perfidia, secondo cui ogni volta che stavano per alzarsi, Fassino tirava fuori dalla borsa un’altro testo di legge, un’altra carta delle buone intenzioni. Il mediatore mette sul piatto misure sul Jobs Act per rendere più conveniente il contratto a tempo indeterminato, più tutele in caso di licenziamento, raddoppio dei fondi per il reddito di inclusione. L’avvio del superamento del superticket. Niente da fare, copione già scritto: Mdp è lanciata verso l’assemblea del 3 dicembre, dove Piero Grasso sarà incoronato leader della lista unitaria con Sinistra italiana e Possibile.

Grasso leader del listone  

Una lista che stando ai sondaggi che circolano anche nel Pd può ambire ad un 10% grazie alla guida della seconda carica dello Stato. Il quale pare non avere alcuna intenzione di scivolare verso Pisapia e verso il Pd. «È un uomo che le scelte le matura e raramente le cambia», tagliano corto i suoi.

Fassino oggi vedrà Tabacci, Luigi Manconi e Ciccio Ferrara di Campo progressista, ma non Pisapia. Il clima non è sereno dopo che Renzi da Vespa ha ironizzato sui piccoli, «a sinistra ci sono 29 sigle…». L’intesa deve ancora maturare, serve prima il riconoscimento di «pari dignità», che allo stato non c’è, ad opera di Renzi. Il Pd conta di andare in coalizione con Pisapia, la Bonino – che oggi lancia Più Europa – e con i centristi. «Invece di sbeffeggiarci, Renzi dovrebbe pregare Pisapia di candidarsi…» avvertono i futuri alleati.

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lastampa/Nessun accordo col Pd, Mdp rompe sull’art.18 e schiera Grasso leader CARLO BERTINI

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