Politica

L’occhiolino al populismo di: Michele Emiliano (Pd), Matteo Salvini (LN) e Mara Carfagna (FI)

Occhiolino al populismo

Trump, la Brexit, Marine Le Pen: il mondo e l’Europa fanno i conti con una massiccia ondata di proteste. In Italia i partiti provano a intercettare la richiesta di cambiamento rispondendo al populismo.

Nelle interviste che pubblichiamo Michele Emiliano (Pd) spiega che “con banche e finanza ci siamo dimenticati di chi è rimasto escluso”, Matteo Salvini (Lega Nord) assicura che “con noi famiglie e lavoro tornerebbero prioritari” e Mara Carfagna (Forza Italia) aggiunge: “Ignorare il malessere è l’aiuto migliore a chi cavalca la rabbia”.

Emiliano: “Con banche e finanza ci siamo dimenticati di chi è rimasto escluso”

Il governatore della Puglia: l’Europa non è la causa di tutti i mali

ROMA – Michele Emiliano ritiene possibile scrivere una programma di sinistra che riesca a contrastare e battere i populisti. «È doveroso. È arrivato il momento farlo. Non possiamo lasciare chi soffre, chi è stato impoverito dalla crisi economica e dalle tasse alla mercé degli oratori di piazza, degli arruffapopoli. Dobbiamo essere vicini alle persone, difendere chi non conta nulla, dedicarci ai luoghi di sofferenza».

Il rischio non è di contrapporre un populismo di sinistra a quello di destra?  

«Esiste pure un populismo intelligente, concreto, non velleitario che una volta esprimevano partiti come il Pci e la Dc. Le loro sezioni erano luoghi dove non si facevano solo le liste elettorali. Si studiava, si insegnava a leggere a scrivere a chi non poteva andare a scuola, si discuteva e si faceva solidarietà. È ovvio che questo mondo non può tornare, ma è necessario ricostruire il senso di una comunità politica».

Comunità che il Pd non è più?  

«Peggio: è diventato il partito dei banchieri, dei finanzieri, dell’establishment. Un partito interessato solo ai potenti e non al popolo. Il governo Renzi ha usufruito di una grande flessibilità dall’Europa ma non ha saputo utilizzarla per invertire il ciclo economico».

Ci dica cosa farebbe concretamente. Sul lavoro.

«Intanto bisognerebbe riagganciare la formazione scolastica ad un percorso che porti alla certezza del lavoro. Lo Stato dovrebbe stringere accordi con le imprese affinché queste assumano almeno i più meritevoli. È quello che fanno le università private con le aziende».

Riduzione della pressione fiscale: cavallo di battaglia della destra e dei populismi di oggi. Anche la sinistra deve cavalcare questo tema?  

«Non c’è dubbio. Chi lo ha detto che sia un tema dei populisti e della destra? Attenzione però agli slogan e far finta che non ci sia un problema di debito pubblico. Si può abbassare la pressione fiscale riducendo i costi della Pubblica amministrazione. Vanno garantiti i diritti essenziali come la salute, la giustizia, la formazione, la sicurezza, ma se una multinazionale deve dirimere una complessa procedura, ad esempio di verifica ambientale, perché non dovrebbe pagare di tasca propria il servizio che gli offre la Pubblica amministrazione? Sarebbe stato possibile trovare molte risorse per ridurre l’Irpef e le tasse alle imprese, se Cottarelli con la sua coraggiosa spending review non fosse stato impacchettato e spedito a casa».

Le piace il reddito di cittadinanza dei 5 Stelle?  

«Sono d’accordo con il reddito di cittadinanza solo per i casi di povertà assoluta. Semmai bisognerebbe evitare che le famiglie cadano in stato di povertà o di precarietà a causa di una situazione debitoria. Ad esempio, di fronte a chi è in difficoltà a pagare il mutuo e non ce la fa più, il Comune, la Regione o lo Stato dovrebbero subentrare nel rapporto debitorio con la banca, diventare proprietario della casa dove quella famiglia in difficoltà potrà continuare a vivere. E magari in futuro riscattarla. Il Pd invece ha fatto una legge che accelera la procedura di vendita dell’immobile per chi è moroso».

Lei presuppone uno Stato pieno di soldi.  

«No, penso ad uno Stato che non faccia pagare le tasse solo ai lavoratori dipendenti e che compri beni e servizi agli stessi costi di un privato».

Immagino che lei ritornerebbe all’articolo 18 sui licenziamenti modificato dal Jobs act?  

«Sarebbe cosa sacrosanta ripristinarlo ed estenderlo a tutte le aziende. Non si può distruggere la vita di una persona, licenziandola senza giusta causa e dandole una manciata di soldi».

L’Europa è il focus di tutti i populismi. Hanno ragione a criticarla?  

«L’Europa, da meravigliosa costruzione di pace e benessere, sembra diventata origine di ogni nefandezza. Si rischia il sonno della ragione che in passato ha portato ai totalitarismi e alle guerre. Ecco perché deve tornare a parlare e difendere i popoli e non le banche e i finanzieri».

Salvini: “Ma quale voto di paura. Con noi famiglie e lavoro tornerebbero prioritari”

Il segretario della Lega: l’euro non è irreversibile
MILANO – L’esordio è da populista: «Parliamo di Milan…». Ma ci vuole niente, davanti a Palazzo Marino e a telecamere spianate, a riportare Matteo Salvini al tema politico mondiale. Quello che passa da Donald J. Trump negli Usa a Marine Le Pen in Francia, alla Lega che i sondaggi danno in crescita in Italia.

Segretario dicono che con voi vince la paura? Pure Romano Prodi dice che i populismi alla Trump e alla Le Pen sono pericolosi…  

«Quell’uomo è una sciagura. Il padre dell’euro, il tifoso dell’Unione europea ha ancora la faccia tosta di parlare. Se loro sono quelli pericolosi lui cos’è?».

Torniamo alla paura: la crisi economica, gli immigrati, tutto concorre a scegliere chi dice di avere le ricette pronte. Non crede?  

«Chi ha votato Trump negli Stati Uniti o Le Pen in Francia non si è fatto condizionare dalla paura. Ha fatto una scelta di speranza. Di chi vuole che cambino le cose sulla famiglia, sul lavoro, per la tranquillità economica. E lo stesso sta accadendo in Italia con noi. È un voto di speranza contro la conservazione espressa dal Pd, dalla Merkel, da Hollande e dalla Clinton. Si tratta del popolo che in prima persona decide di contrastare i poteri forti».

Marine Le Pen ha detto che quando salirà al potere farà uscire il Paese dalla Nato e dall’Europa. È pronto a fare la stessa cosa?

«Se io fossi presidente del Consiglio chiederei un tavolo a tutti i primi ministri d’Europa per rivedere tutti i trattati internazionali. Se il tavolo non ci fosse ce ne andremmo. Il ruolo della Nato va ridiscusso. La Nato nasce come alleanza difensiva ma non ci difende da niente. Litiga con la Russia invece di occuparsi di terrorismo e immigrazione che sono le due vere emergenze. O queste istituzioni cambiano, e ci metto dentro pure l’Onu che costa miliardi e anziché aiutare chi dovrebbe aiuta i propri dirigenti, oppure non ha più senso parteciparvi».

Sarebbe pronto a seguire Trump? Negli Stati Uniti e in Europa le sue scelte sull’immigrazione sono molto contestate…  

«Se fossi ministro dell’Interno in 6 mesi cambierei molte cose. A partire soprattutto da sicurezza e immigrazione. Dopo 500 mila sbarchi e 10 mila morti non si può sentire Angelino Alfano dire che “abbiamo salvato migliaia di vite e difeso l’Italia”. Trump dice “pensiamo agli americani”. Marine Le Pen dice “pensiamo alla Francia” e per lei contano solo i cittadini e non i banchieri. Io dico pensiamo a casa nostra».

Uscire dall’euro nel senso della moneta è il ritornello di tutti i populisti europei. Il presidente della Bce Mario Draghi dice la moneta unica è una scelta irreversibile. Allora come si fa?  

«Non è vero che è irreversibile: spiace che sia proprio un italiano complice della Ue che sta massacrando gli italiani e la nostra economia. Al centro della nostra politica ci sono i cittadini. L’economia e la moneta devono essere al servizio dei cittadini non il contrario. Chiunque voglia allearsi con noi deve da partire da questo: dal controllo della moneta, dei confini e delle banche. Un’Europa a due velocità come dice la Merkel? Non mi sento di serie B ma non è pensabile che i tedeschi abbiano incassato tutto l’incassabile e ora salutino e ringrazino».

Pronto per andare a votare?  

«Come negli Usa con Trump e in Francia con Marine Le Pen siamo di fronte a un voto di speranza. Si tratta del popolo che si muove contro i poteri forti. La mia preoccupazione è che i poteri forti, da noi tengano in ostaggio il Parlamento e gli italiani per un altro anno senza fare nulla».

Carfagna: “Ignorare il malessere è l’aiuto migliore a chi cavalca la rabbia”

La deputata di Forza Italia: l’Europa si salva solo con veri leader
ROMA – «Ridurre il populismo a un insulto è quanto di più sbagliato», avverte Mara Carfagna, ministro nell’ultimo governo Berlusconi, esponente «azzurro» di prima fila.

È un fenomeno che approva?  

«Chiariamoci su cosa si intende per populismo. È un modo spregiudicato di cavalcare le paure collettive con soluzioni semplicistiche, o consiste invece nel dare ascolto a quelle ansie per fornire risposte vere? È il falso antagonismo tra un popolo depositario di tutte le virtù e le oligarchie ricettacolo di ogni vizio, o populismo significa prendere atto di una frustrazione diffusa nei confronti di élite sempre più chiuse e autoreferenziali?».

C’è una certa differenza.  

«Infatti siamo di fronte a un fenomeno complesso e sfuggente. Un conto, per esempio, è additare l’immigrato come causa di tutti i mali, e questo io lo considero populismo d’accatto. Altra cosa è proteggerci contro l’annacquamento della nostra identità di fronte a culture poco rispettose dei valori altrui. O tutelare dalla concorrenza un posto di lavoro che 4 giovani su 10 si sognano (nel Sud sono 6 su 10). Non considero populista farsi carico del milione e mezzo di famiglie sotto la soglia di povertà assoluta e dell’insicurezza che comporta la crescita delle diseguaglianze nella cosiddetta economia globale. O dare risposte alla paura di un terrorismo asimmetrico, molecolare, penetrato in Occidente e in Europa».

La discriminante qual è?  

«Tra chi grossolanamente specula sul malessere e chi indica soluzioni capaci di creare più posti di lavoro, di aggiornare il modello del welfare, di dare protezione sociale e sicurezza ai cittadini. Se non vuole alimentare le forme più rozze del populismo, la politica deve affrontare i problemi nuovi con metodi nuovi».

Quelli incarnati negli Stati Uniti da Donald Trump?

«Il neo presidente usa spesso toni che non aiutano. Ma quando accusa l’Europa di essere a rimorchio della Germania, mette il dito su una piaga vera. Idem quando sostiene che la Nato è obsoleta, e invece di farsi ossessionare da Putin dovrebbe occuparsi maggiormente del fronte Sud».

Marine Le Pen promette ai francesi che, se vincerà le elezioni, lasceranno l’Ue. Anche Salvini la pensa allo stesso modo. Voi di Forza Italia?  

«Se Bruxelles continua a intralciare la vita dei cittadini con regole assurde, e a soffocare le imprese con una burocrazia asfissiante, è chiaro che di un’Unione così si può, anzi si deve fare a meno. Basti dire che fino al 2020 l’intera Europa ha pianificato di destinare alla sicurezza la cifra irrisoria di 2 miliardi e mezzo l’anno, meno di quanto noi da soli spendiamo per l’emergenza sbarchi».

Quindi siete d’accordo con la Le Pen?  

«No, perché saremmo i primi a voler lasciare l’Unione se aiutasse a risolvere i nostri problemi. Ma temo che l’Italia si troverebbe più isolata di fronte alle crisi globali. Quando piuttosto si tratta di costringere l’Europa a occuparsi di tutto quanto non sta facendo. Servono nuovi Trattati e ci vogliono nuove leadership, statisti in grado di negoziare nelle sedi opportune. Come Berlusconi nel 2005, quando riuscì a introdurre una flessibilità per i tempi di crisi. Non come Renzi che nei vertici Ue stava allineato e coperto, salvo alzare la voce nelle conferenze stampa successive per strappare qualche voto in più. Oppure usava quella stessa flessibilità per distribuire mance come gli 80 euro. E’ così che si alimenta il populismo, quello peggiore».

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