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L’agenda di Gentiloni per il G7 italiano: migranti e lotta al protezionismo

L’agenda di Gentiloni per il G7 italiano

Il premier Paolo Gentiloni è a Pechino per il Forum che Xi Jinping ha voluto per lanciare la “Nuova Via della Seta”, ma è al lavoro sugli obiettivi da centrare con il G7 di Taormina. Due sono i temi in cima all’agenda dell’Italia: una linea d’azione condivisa dai sette grandi del mondo sulle migrazioni e la lotta al protezionismo economico.

Migranti e lotta al protezionismo così Gentiloni prepara il G7

Da Pechino il premier lima l’agenda per il summit di Taormina

PECHINO – Il presidente cinese Xi Jinping, uomo proverbialmente serioso e di poche espressioni, ha buone ragioni per dispensare sorrisi prolungati ai capi di governo, accompagnati da consorti, che sono venuti sin qui, negli enormi e algidi palazzi del Potere cinese, per omaggiare la moderna Via della Seta: il piano finanziato con centinaia di miliardi di dollari con il quale la Cina cerca nell’Europa un contraltare agli Stati Uniti. E dopo aver accolto con solennità i suoi 29 ospiti stranieri, da Putin a Erdogan fino a Gentiloni, il presidente cinese pronuncia un discorso di benvenuto che ruota tutto attorno ad un concetto: l’inno al «libero commercio» internazionale.

Principio caro oramai da anni ai comunisti cinesi convertitissimi al mercato, ma che è diventato improvvisamente un concetto inviso agli Stati Uniti da quando alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump. Domani, anche della svolta protezionista degli Stati Uniti, parleranno in un incontro a due il presidente cinese e Paolo Gentiloni, arrivato a Pechino per far valere le ragioni dell’Italia e dei suoi porti nella speranza di far parte della moderna Via della Seta. Ma anche per preparare l’ormai imminente G7 di Taormina, in programma il 26 e 27 maggio. Certo i cinesi sono fuori dai «Sette» ma sono interessatissimi a orientare e condizionare tutto quel che si muove in un summit così importante.

Interesse condiviso da Gentiloni, che per il G7 sta preparando un’agenda silenziosamente ambiziosa: anzitutto migranti, con l’obiettivo di affiancare ad un comune «grido di dolore», una linea d’azione che chiami in causa i Paesi leader del mondo occidentale. E che individui solennemente la Libia come «fattore di instabilità globale».

Ma Gentiloni, attento ad evitare proclami preventivi, punta anche su due dossier nel passato sempre strategici – commercio internazionale e cambiamenti climatici – diventati attualissimi e di nuovo controversi dopo le svolte di Trump in materia. Due dossier che la presidenza italiana spera di poter «sminare», confidando che il G7 avvii una sorta di moratoria rispetto all’escalation dei mesi scorsi. Per ora l’Italia si è mossa in modo molto felpato, in coerenza con lo stile e il metodo di lavoro di Gentiloni: nessun annuncio preventivo e invece lavoro sotto traccia per provare ad incassare risultati concreti e non soltanto di immagine. A Palazzo Chigi lo sanno bene: nel passato, quasi sempre, i summit dei «Grandi» hanno portato riflettori, blasone e «lustrini» ai leader, quasi mai risultati tangibili.

Sui migranti gli sherpa stanno ancora lavorando ma l’obiettivo italiano, sul quale Gentiloni ha lavorato anche nel suo incontro con Trump alla Casa Bianca, resta quello di trasformare la percezione internazionale sulla Libia: da crisi locale a «fonte» di instabilità globale, con tutto quel che ne consegue in termini di coinvolgimento, diretto e indiretto, degli altri Paesi del G7. Mentre sulla questione Mediterraneo-Libia, l’Italia punta ad incassare risultati che siano immediatamente spendibili davanti all’opinione pubblica domestica, sul commercio internazionale lo spauracchio è spalmato sul futuro. Ma dai contatti con i cinesi, ovviamente preoccupati, gli italiani hanno tratto propensioni moderatamente ottimistiche: le imprese manifatturiere americane, dominate da società multinazionali con stabilimenti in vari Paesi tra cui la Cina, sanno che finirebbero per essere danneggiate da una politica protezionistica verso i prodotti cinesi: a Pechino stimano che se attuata la promessa elettorale di Trump di imporre dazi al 45% su prodotti cinesi, finirebbe per colpire duramente le multinazionali americane.

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lastampa/Migranti e lotta al protezionismo così Gentiloni prepara il G7 FABIO MARTINI INVIATO A PECHINO

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