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Politica

Abu Omar, quel triangolo Italia-Egitto-Usa. CARLO BONINI*

L’analisi: “Il segreto di Stato usato per coprire i colpevoli” dice la Corte. E le doppie verità dei governi.

In un singolare ma significativo incrocio di destini che ha a che fare con le doppie verità di Stato, con la tortura, con l’intelligence “non convenzionale” nel triangolo Italia-Egitto-Stati Uniti, dal caso Regeni alle intercettazioni illegali della Nsasulle utenze telefoniche dell’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, irrompe la Corte Europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo. La condanna del nostro Paese per la complicità assicurata nella “extraordinary rendition” dell’imam egiziano Abu Omar (sequestrato da agenti della Cia a Milano nel 2003 con la complicità del Sismi di Niccolò Pollari e quindi avviato alle torture nelle galere del Cairo), smaschera infatti la cattiva coscienza e le mosse abusive di quattro diversi governi (Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta) che hanno opposto il segreto di Stato sulla vicenda (segreto la cui legittimità era stata per altro confermata dalla Corte Costituzionale) garantendo l’impunità agli uomini del nostro Servizio segreto militare consapevoli, in quel 2003, di consegnare alle pratiche disumane del regime egiziano un cittadino straniero per il quale, per giunta, esisteva un procedimento in Italia (nel 2013, Abu Omar è stato infatti condannato nel nostro Paese a 6 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale).

Scrivono i giudici della Corte europea nelle motivazioni della loro sentenza (qui la sintesi integrale diffusa da Strasburgo oggi): “La Corte sottolinea come, a dispetto dello sforzo prodotto da investigatori e giudici italiani (l’indagine sul sequestro di Abu Omar fu condotta dagli allora procuratori aggiunti di Milano Pomarici e Spataro, oggi procuratore di Torino ndr.) che ha consentito l’identificazione dei responsabili e garantito le loro condanne, queste ultime non hanno avuto effetto per l’atteggiamento tenuto dal governo italiano. Il legittimo principio del “segreto di Stato” è stato infatti chiaramente applicato solo per consentire che i responsabili della vicenda non ne dovessero rispondere. Per questo motivo, infatti, l’indagine e il successivo processo non hanno portato alla punizione dei responsabili cui è stata di fatto garantita l’impunità”.

A ben vedere, del resto, per l’extraordinary rendition di Abu Omar, ad oggi nessuno sta scontando la pena in una prigione italiana. Non gli “impuniti”, che si chiamano Niccolò Pollari (ex direttore del Sismi, 10 anni di condanna “annullati” dal segreto di Stato), Marco Mancini (allora capo della divisione antiterrorismo del Servizio, 9 anni annullati dal segreto) e i funzionari del Servizio Raffaele Di Troia, Luciano Di Gregori e Giuseppe Ciorra (a loro il segreto ha evitato di scontare 6 anni). Non chi patteggiò la condanna (gli ex funzionari del Sismi Pio Pompa e Luciano Seno, 2 anni e 8 mesi per favoreggiamento), il “giornalista”, a libro paga del Servizio con nome in codice “Betulla”, Renato Farina (6 mesi per favoreggiamento convertiti in 6.840 euro di pena pecuniaria), il carabiniere del Ros e aspirante agente Sismi Luciano Pironi (21 mesi). Non gli uomini della Cia che materialmente condussero l’operazione di sequestro e rendition all’Egitto e per i quali, gli stessi governi italiani che hanno opposto il segreto di Stato hanno garantito nel tempo l’impunità con un escamotage che ne ha assicurato la latitanza.

Armando Spataro accoglie la sentenza di Strasburgo afferrandone il cuore. “La Corte Europea dei diritti dell’uomo – osserva – ha sposato la tesi della Corte di Cassazione, della Procura e della Corte di appello di Milano che, nel condannare gli italiani, avevano sostenuto che il Segreto di Stato non fosse opponibile per attività non istituzionali di alcuni appartenenti al Sismi. E’ una decisione che deve fare riflettere, specie se si considera che anche il Senato Usa, nel dicembre del 2014, ha approvato un rapporto in cui afferma di condannare rendition e prigioni segrete e di ritenere del tutto inutile queste inaccettabili prassi per contrastare il terrorismo”. E non diverse sono le parole di Claudio Fava, oggi vicepresidente della Commissione Antimafia e, nel 2007, parlamentare europeo nella commissione che indagò, documentò e denunciò la pratica delle extraordinary rendition. “La sentenza della Corte di Strasburgo – dice – conferma quello che denunciamo da anni: l’uso strumentale, illegittimo e improprio del segreto di Stato su questa vicenda. Un’illegittimità sulla quale si sono impegnati tutti i governi in carica in Italia negli ultimi dodici anni, nessuno escluso”.

Al contrario, tacciono Governo e Parlamento (gli stessi che in questi giorni chiedono al regime di Al Sisi giustizia e verità per le torture e la morte di Regeni inflitte dagli stessi apparati cui Abu Omar venne consegnato). Senza neppure provare a dissimulare l’imbarazzo per una vicenda in cui, per giunta, mentre Roma si spendeva con l’alleato di Washington per assicurare copertura e impunità nel caso Abu Omar in nome della “lotta al terrorismo”, quello stesso alleato ascoltava abusivamente i telefoni di Palazzo Chigi attraverso il grande orecchio della Nsa. Del resto, in perfetta continuità con i suoi predecessori, lo stesso Matteo Renzi non ha esitato a opporre il segreto di Stato sugli uffici coperti del Sismi di Pollari in via Nazionale a Roma. Una “fabbrica di dossier” illegali nei confronti di magistrati, giornalisti, politici, scoperta proprio durante le indagini condotte da Spataro sul sequestro di Abu Omar e figlia di quella disinvolta e a abusiva stagione della “lotta al terrorismo” che ora, tra Washington Roma e il Cairo sembra improvvisamente senza padri. E che, se non fosse per la Corte di Strasburgo, tutti avrebbero una gran fretta di far dimenticare.

*larepubblica

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