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STEFANO STEFANINI
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Opinioni

Troppe anime per un solo continente

Anime Anziché sentirsi traditi, gli europeisti dovrebbero ringraziare Helmut Kohl. L’incontro di ieri con Viktor Orban costringe a guardare in faccia la realtà delle molte Europe che coesistono faticosamente nell’Unione. Se vogliamo salvare l’Europa, non possiamo cullarci nell’illusione di un’unità di visione che non esiste. La lungimiranza di pochi padri fondatori è stata una meteora trascinante ma la polvere di stelle non germoglia. Adesso occorrono volontà e realismo, non fede.

Il rigetto populista dell’Europa è una reazione trasversale in tutto il continente, da Ukip a Alternativa per la Germania, cui fanno eco oltre oceano i voti per Donald Trump e Bernie Sanders. Mal comune, mezzo gaudio; la loro sfida ci unisce. In parallelo, un’Europa centrorientale diversa difende strenuamente un’uniformità culturale, religiosa e razziale che a Ovest era venuta meno già prima della caduta del muro di Berlino.

Lo spartiacque è profondo. La resistenza di Orban, Fico, Szydlo a qualsiasi proposta che comporti una ripartizione di rifugiati siriani urta contro qualsiasi principio di solidarietà europea.

Sispiega però benissimo con una passeggiata per le vie di Bratislava o di Budapest, dove è raro vedere un volto velato, comune sui tram di Bruxelles o di Madrid, e sono sconosciuti i provvidenziali venditori di ombrelli nordafricani, onnipresenti in ogni cittadina italiana. L’isolamento dietro cortina è lungo da smaltire. In Europa orientale, «etnico» è l’incrocio di popolazioni di lingua e cultura diverse all’interno dei vecchi imperi austro-ungarico e ottomano, non l’insediarsi di comunità africane e asiatiche nelle vecchie madrepatrie coloniali.

I paesi dell’Europa orientale, in perfetta buona fede, hanno sottoscritto la lettera dei valori comuni europei. Adesso ne scoprono risvolti scomodi e alieni. La Nato era una polizza d’assicurazione contro la Russia. Condividerla con terrorismo e califfato li lascia scettici. Al Forum sulla sicurezza di Bratislava (Globsec), il ministro Witold Waszczykowski (polacco) non ha avuto esitazioni nell’indicare nella Russia, e non in Isis, la minaccia «esistenziale» alla «civiltà» occidentale, a differenza di americani e maggioranza degli europei (con lamentevole assenza politica italiana).

Questo nell’Est dell’Ue. Ma in Germania? Kohl, lo statista che voleva la Germania europea, ha convinzioni contrarie all’immigrazione in massa in Europa. Giuste o sbagliate sono condivise da molti nella Cdu, e nella Csu bavarese. Lo stesso presidente Joachim Gauck, a Torino, ha evitato di prendere posizione contro la decisione austriaca di ripristinare controlli al Brennero, se necessario (cioè quasi sicuramente con l’andamento degli sbarchi in Italia). Per tedeschi e austriaci (e francesi) Schengen è per la libera circolazione degli europei e di visitatori con passaporto e visto, non d’immigranti e rifugiati.

Nell’Ue convivono molte Europe. Senza troppe difficoltà nei tempi felici, emergono e stridono nella tempesta perfetta d’immigrazione, terrorismo, tensioni con la Russia, ribollire mediterraneo, stagnazione e saga del debito, greco e altrui. C’è l’Europa di chi prospera contenendo il deficit, e di chi vorrebbe spendere per riprendere a crescere. Quella che ha il terrorismo in casa, e quella che non se ne sente minacciata. Quella degli sbarchi e quella dei muri. Quella storicamente anti-russa e quella filo-russa. Quella della «grandeur» nazionale francese e quella della potenza economica tedesca. Quella opportunista di un primo ministro olandese che spiega l’europeismo olandese in funzione (e con i limiti) dell’interesse nazionale. Quella amletica del dentro o fuori britannico. Quella riottosa dei referendum irlandesi.

Helmut Kohl è l’ultima persona al mondo a volere il sopravvento delle spinte centrifughe. Non sappiamo cosa lui e Orban si siano detti; certo l’uomo dell’unità tedesca non ha incoraggiato il primo ministro ungherese a rompere con Bruxelles. Mostrare comprensione per visioni storiche, politiche e culturali diverse è la chiave per tenere insieme l’Europa. Che è la vera sfida.

Recentemente ho chiesto a un generale europeo che è stato ai più alti livelli atlantici quale sia oggi la maggior minaccia alla pace e sicurezza internazionale. Mi aspettavo scegliesse fra i soliti Isis o Russia. Mi ha risposto senza esitazioni «la disgregazione dell’unità europea». Se ne rendono conto gli americani, almeno quelli che pensano al resto del mondo (che non comprendono la maggioranza dei candidati rimasti in corsa per la Casa Bianca); Obama lo dirà a Londra e a Berlino. Lo sanno i cinesi che guardano lontano. Sarebbe bene ci riflettesse il Cremlino. Ma tocca agli europei rimboccarsi le maniche.

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