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Servitori Infedeli
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Servitori Infedeli (Lo Piano Saint Red)

Gli attori principali che avrebbero partecipato alla messa in scena, al depistaggio delle indagini, al reclutamento di piccoli criminali, alla ricostruzione di false verita’ sull’attentato di Via D’Amelio, sarebbero, secondo i giudici di Caltanissetta, alcuni servitori infedeli di uno Stato a cui essi appartenevano

Una motivazione lunga quasi 2000 pagine, quella depositata dalla Corte D’Assise di Caltanissetta, in cui per la prima volta, dopo anni di inchieste, di condanne ingiuste, basti pensare che era stata comminata la pena dell’ergastolo a 7 persone completamente estranee ai fatti: si e’ squarciato un velo di verita’ su questa raccapricciante vicenda.

Sono passati 14 mesi da quando la stessa Corte d’Assise concluse l’ultimo processo sulla strage di via d’Amelio. Che sarebbe stata una sentenza importante, lo si era compreso dalla complessità del dispositivo che, il 20 aprile del 2017, condannò all’ergastolo per strage Salvino Madonia e Vittorio Tutino e a 10 anni per calunnia Francesco Andriotta e Calogero Pulci.

Questi ultime due, sono stati riconosciuti finti collaboratori di giustizia, usati per mettere su una ricostruzione a tavolino delle fasi esecutive della strage in cui perse la vita il giudice Borsellino e 5 agenti della scorta.

Per Vincenzo Scarantino, il più discusso dei falsi pentiti, protagonista di rocambolesche ritrattazioni nel corso di vent’anni di processi, i giudici dichiararono la prescrizione concedendogli l’attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri.

Ed è a questi “altri”, che la Corte si riferisce nelle motivazioni della sentenza, usando parole durissime verso chi condusse le indagini; il riferimento è al gruppo che indagava sulle stragi del ’92 guidato da Arnaldo la Barbera, funzionario di polizia, poi morto.

Sarebbero stati loro a indirizzare l’inchiesta e a costringere Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell’attentato, sarebbero stati loro a compiere “una serie di forzature”, tutte radicalmente difformi dalla realtà

Ma quali erano le finalità di uno dei più clamorosi depistaggi della storia giudiziaria del Paese? La corte tenta di avanzare delle ipotesi: come la copertura della presenza di fonti rimaste occulte, “che viene evidenziata, scrivono i magistrati, dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà”.

Ancora vi e’ un sospetto ancor più inquietante:

L’occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere, che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato.

I magistrati dedicano, poi, parte della motivazione all’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, il diario che il il magistrato custodiva nella borsa, sparito dal luogo dell’attentato.

La Barbera, secondo la corte, ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”.

La Barbera è morto, l’inchiesta sulla scomparsa dell’agenda rossa è stata archiviata, ma a Caltanissetta, forse a maggior ragione dopo questa sentenza, si continuerà a indagare.

Non si sono accontentati delle verità ormai passate in giudicato i pm della Procura Stefano Luciani e Gabriele Paci che, anche grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, hanno riaperto le indagini sulla strage scoprendo il depistaggio.

E una nuova inchiesta è già in fase avanzata e riguarda i poliziotti che facevano parte del pool di La Barbera,la Procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio di tre poliziotti per il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio.

L’udienza preliminare, non è stata ancora fissata. Il processo è stato chiesto per il funzionario Mario Bo, che è stato già indagato per gli stessi fatti e che ha poi ottenuto l’archiviazione, e per i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei.

Per tutti l’accusa è di calunnia in concorso, speriamo che l’intera vicenda venga messa in chiaro, sarebbe un sacrosanto diritto per chi ha perduto i propri cari in questo vile attentato e che ancora chiede giustizia.

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